Come è stata trasformata la parola “complottista” per colpire chi pensa con la propria testa

Dalla propaganda storica alle moderne operazioni psicologiche, l’articolo di Alessandra Ciattini ricostruisce la trasformazione del termine “complottista” in arma di delegittimazione del dissenso, mostrando come il controllo del linguaggio possa diventare strumento di repressione politica e manipolazione democratica.

Articolo pubblicato su Marxismo Oggi

Da tempo mi occupo di ideologia e in particolare del modo in cui le ideologie sono create, diffuse e propagandate con strumenti sempre più perfezionati rispetto a quelli già alquanto raffinati impiegati dalla Sacra Congregazione “de Propaganda Fide”, ossia il famoso è dicastero storico della Curia romana istituito nel 1622 da Papa Gregorio XV come risposta alla Riforma iniziata da Martin Lutero.

Questo organismo oggi è diventato la Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli ed ha come obiettivo organizzare l’attività missionaria cattolica e gestire l’evangelizzazione del mondo. E non solo di quello non cattolico, perché -come sosteneva papa Wojtyla- oggi occorre ricristianizzare l’Europa, che si è lasciata prendere dal materialismo edonistico proprio della precedente fase capitalistica e che in parte ancora resiste.

Come si può notare gli obiettivi di Propaganda fide erano senza dubbio grandiosi e si potrebbe pensare che la complessità del mondo odierno li faccia apparire eccessivi, esagerati. Eppure, non è così, come mostrano gli attuali conflitti e guerre di varia natura che mirano a ripristinare un dominio incontrastato ormai insostenibile. Purtroppo, il realismo non sembra essere un’inclinazione propria delle attuali classi dirigenti.

Che le parole non siano delle mere etichette da appiccicare alle cose, lo avevamo imparato da tempo. Eric Hobsbawm ci aveva insegnato che, per esempio, nelle scienze sociali la parola identità è apparsa negli anni Sessanta e che gradualmente ha sostituito la parola classe per indicare il legame tra un certo gruppo di individui. Come si può capire non si è trattato di un cambiamento superficiale, perché ha messo in discussione uno dei fondamenti sul quale si basavano organismi politici e sindacali, finendo col frantumarli e ponendo al loro posto gruppi che condividono soggettivamente certi atteggiamenti e certe rivendicazioni, in molti casi persino contraddittori con la loro stessa collocazione sociale. Si è trattato di un processo profondo che ha contribuito alla depolicitizzazione delle masse, previsto e auspicato da Z. Bzrezinski sin dal 1968, ossia proprio in un momento storico in cui il sistema capitalistico non sembrava ben accetto a tutti.

Come scrive Valentin Volosinov (Marxismo e Filosofia del linguaggio, Dedalo, Bari 1976), una parola non riflette dei contenuti interiori, essa nasce nell’interazione sociale, che è anche interazione tra classi, ed è usata per esprimere il proprio stato d’animo e la propria opinione, socialmente plasmati, cangiando significato a seconda dei contesti. Pur essendo unica come suono (a parte le diverse pronunce), essa racchiude una molteplicità di significati decifrabili dall’ascoltatore solo all’interno del contesto storico, politico, sociale in cui viene pronunciata.

Questa interessante definizione ci aiuta a ricostruire brevemente, sulla base del bel saggio del giurista Alessio Piccirilli, la storia recente del concetto di complotto, che si è imposto in maniera massiccia, negli ultimi decenni e non per caso, ma per rispondere a certe pericolose circostanze, che potevano dar luogo ad esiti incontrollabili e da alcuni inauspicati.

Come giustamente scrive Piccirilli: “La precisione del lessico giuridico è la prima garanzia di libertà per il cittadino: se i termini sono vaghi, il potere è arbitrario”. In particolare, ciò si è visto recentemente nel richiamo al concetto di diritto internazionale, la cui fondatezza è stata rinnegata o si è ritenuto opportuno di intenderlo in maniera elastica, evidentemente, estendendolo o riducendolo a seconda delle circostanze. Anche la signora Von der Leyen si è espressa in questo senso, prefigurando iniziative che andranno oltre esso.

La tesi sostenuta da Piccirilli e ben argomentata nel suo articolo consiste nella dimostrazione che “l’attuale uso del temine “complottista” (o “teorico della cospirazione”) non costituisce il risultato di un’evoluzione organica e spontanea del linguaggio, bensì il prodotto di un’operazione di ingegneria sociale e guerra psicologica (PsyOp), ufficiale, codificata ed esplicitamente finalizzata a neutralizzare il controllo democratico sugli atti di governo”. Come osserva il nostro giurista, fino alla metà degli anni Sessanta il termine “complottismo”, ovvero “teoria della cospirazione” non costituiva un insulto, era impiegato in senso neutrale e generico in ambito sociologico e storico. Esso si sarebbe trasformato “in arma di delegittimazione di massa” esattamente nell’aprile del 1967, quando la CIA inviò alle sue stazioni operative il Dispaccio 1035-960 con lo scopo di screditare chiunque mettesse in discussione le conclusioni cui giunse la Commissione Warren incaricata di far luce sull’assassinio del Presidente John F. Kennedy, le cui motivazioni e cause non sono state ancora del tutto chiarite.

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Risulta evidente che la CIA, non in grado di spiegare il percorso del secondo proiettile, che colpì Kennedy definito magico per la sua improbabile traiettoria, e altri elementi salienti dell’evento, scelse di inscenare un’Operazione psicologica (PsyOp). Infatti, il documento invitava esplicitamente ad impiegare i media per attaccare, ridicolizzare i critici dei documenti ufficiali, presentandoli come individui mossi da motivazioni economiche, posizioni antigovernative o disturbi mentali. Sotto il profilo giuridico, secondo Piccirilli questo evento “segna il passaggio dallo Stato di Diritto allo ‘Stato di Propaganda’, dove la verità processuale viene sostituita da una verità prefabbricata e difesa tramite la gogna sociale”. Esattamente quanto è accaduto quando una serie di intellettuali sono stati definiti filoputiniani dal Corriere della sera, che qualche anno prima aveva anche rivelato i nomi dei componenti della Lobby rossa presente nella Sapienza di Roma, tra cui figurava la scrivente insieme al compianto Vito Francesco Polcaro e al noto Alberto Asor Rosa, anch’egli ormai scomparso.

Sotto il profilo del diritto, sempre secondo Piccirilli il comportamento della più celebre agenzia investigativa rappresenta il primo caso documentato di travisamento del potere informativo (purtroppo ve ne sono molti altri anche se ci limitiamo alle fasi democratiche), che si produce quando un apparato dello Stato interviene sull’opinione pubblica non per informare, ma per presentare come legittima solo la sua versione. Un procedimento analogo alle note produzioni della neolingua imposta ai sudditi nel libro 1984 di George Orwell. Osservazione che comprova la connotazione sociale e politica del lessico.

Dal punto di vista etimologico “congiura” o “cospirazione” derivano dal latino con-spiratio (spirare o respirare insieme), che sta ad indicare un’unione segreta di più persone che s’accordano per conseguire uno scopo comune, per lo più di natura sovversiva, contro lo Stato, le sue istituzioni, o in genere contro chi detiene il potere. Adottando questa impostazione chi contesta la versione ufficiale non è più un cittadino che esercita il dubbio, ma un soggetto affetto da “paranoia” o “irrazionalità”.

Nel diritto penale, sostiene Piccirilli, la cospirazione, l’associazione a delinquere o il complotto politico sono azioni concrete, la cui fondatezza deve essere dimostrata mediante “un esercizio logico-investigativo neutro”. Invece, il su nominato dispaccio della CIA trasforma la parola complottista in un “epiteto patologizzante” affibbiato a chi commette un “reato di lesa maestà”, e pertanto è un folle o un nemico dello Stato, oppure entrambe le cose.

Inoltre, fatto paradossale, l’intelligence ha forzato il significato del termine complottismo per occultare un evidente complotto organizzato dagli stessi servizi deviati ai danni del rappresentante eletto da un popolo cosiddetto sovrano. Tale travisamento venne alla luce negli anni ’90 grazie al JFK Records Act, legge federale entrata in vigore il 26 ottobre 1992, la quale stabilì l’obbligo di raccogliere e declassificare tutti i documenti governativi riguardanti all’assassinio del Presidente Kennedy. Un contributo importante a questa scoperta è stato dato dalla ricerca di studiosi come il Professor Lance de Haven-Smith dell’Università della Florida.

Ma la verità era già venuta a galla quando nel 1979, dodici anni dopo il Dispaccio della CIA, venne reso noto il Rapporto finale dell’HSCA (House Select Committee on Assassinations), ossia l’atto conclusivo di un’indagine del Congresso degli Stati Uniti durata due anni, il quale considerò plausibile una “probabile cospirazione”, smentendo quanto affermato dalla Commissione Warren.

Il caso più noto di quest’uso deviato del complottismo è quello di Jim Garrison, Procuratore distrettuale di New Orleans, il quale ebbe il coraggio di istruire l’unico processo per cospirazione sull’omicidio Kennedy, argomento del bel film di Oliver Stone. Questi fu ostacolato nelle sue indagini, fu attaccato e ridicolizzato, presentato come un ossessivo e persino come un latente omosessuale, e ciò perché aveva intuito i legami tra i servizi segreti e il mondo della sovversione. I suoi testimoni più importanti furono messi a tacere con minacce o persino con l’assassinio.

Secondo Piccirilli si trattò di un “furto di democrazia”, in quanto lo Stato non cercò solo di nascondere un delitto, ma anche di trasformare chi tentò denunciarlo in un “appestato sociale”, punendo così non un reato (indimostrabile), ma chi non ha accettato la versione ufficiale, come nel caso del colonello Jacques Baud e di altri studiosi e giornalisti europei e statunitensi, accusati di essere filorussi e per questo persino sanzionati economicamente e per di più a tempo indeterminato. Questi studiosi hanno semplicemente esposto in maniera convincente e argomentata che la Federazione russa non costituisce una minaccia per il cosiddetto Occidente, con cui in realtà vorrebbe collaborare dal punto di vista economico, politico e culturale a vantaggio della stessa Europa. E d’altra parte chi può negare che il nazifascismo è stato sconfitto in primis dall’Armata rossa e che la cultura russa fa parte integrante della cultura europea? Si potrebbe e affermare che l’uso odierno di complottismo ha sostituito con successo un altro termine in voga sin dagli inizi del Novecento, quanto tutti coloro che si opponevano alle guerre, che per trenta anni hanno devastato l’Europa, erano definiti disfattisti, in quanto avrebbero messo a rischio la Sicurezza nazionale. Facendo riferimento a quest’ultima, è diventato possibile prendere delle misure apparentemente apolitiche e amministrative, non sottoponibili ad una valutazione giuridica, contro le quali pertanto non ci si può appellare né difendersi e che per di più sono a tempo indeterminato.

Secondo Piccirilli, pertanto, il Dispatch 1035-960 della CIA sollecita a presentare i critici delle versioni ufficiali come “mentalmente instabili” e con questa decisione produce un radicale cambiamento nel campo dei diritti politici, ciò che il nostro giurista definisce La metamorfosi del diritto. In virtù di questa trasformazione si passa “dallo Stato di Diritto allo Stato Terapeutico” e l’oppositore è costretto ad abbandonare il ruolo di avversario politico per divenire un infetto da isolare, perché contaminante. La conseguenza di ciò è che il cittadino non si trova più libero di esprimere le sue opinioni se sono critiche, perché teme di essere perseguitato. Piccirilli definisce questa reazione Chilling Effect (Effetto Congelamento).

Data la subordinazione dello Stato italiano agli Usa non c’è da meravigliarci che queste direttive siano state recepite anche nel nostro paese, nel quale si sono attivati strumenti di controllo della disinformazione, delle cosiddette fake news (con il solito anglicismo) come, per esempio, Red Button, il servizio on line offerto dalla Polizia postale attraverso il quale è possibile segnalare da parte di chiunque contenuti che sembrino fake news, o notizie false. Tuttavia, occorre sottolineare che esse contraddicono i nostri principi costituzionali, in particolare l’art. 21, che -come sottolinea Piccirilli- non solo garantisce la libertà di manifestazione del pensiero, ma anche quella di essere informati in maniera adeguata.

A ciò si aggiunge anche la violazione dell’Articolo 3 della Costituzionale, che recita “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale…”, per la semplice ragione che con questi oltraggi artificialmente standardizzati vengono demonizzati quei cittadini che si limitano ad esercitare i loro diritti e che in seguito a questo si trovano ad essere marginalizzati.

Nell’attuale scenario internazionale fortemente conflittuale, in cui i leader europei invocano ogni giorno la guerra contro il minaccioso Orso russo, tali orientamenti politici sono deleteri e non rispettano nemmeno la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), secondo la quale la verità non deve esser gestita in maniera monopolistica dalla Stato, perché ciò lederebbe la libertà di espressione, caposaldo dei Diritti umani, cui ipocritamente fa appello la Ue.

Dato l’uso che si è fatto di questi strumenti illegittimi, possiamo affermare che si tratta di espedienti appositamente confezionati per occultare scelte politiche non da tutti condivise prese dagli alti vertici dello Stato e dall’Intelligence, che ormai ha un ruolo enorme in tutti i campi e persino in espansione a causa dell’innovazione tecnologica nell’ambito del controllo di massa.

Secondo Piccirilli saremmo di fronte a un “delitto di Stato ai danni dello Stato e dei cittadini”, poiché in questo caso le stesse istituzioni pubbliche si avvalgono di mezzi illegittimi per ingannare la popolazione, calpestando il Dovere di lealtà Istituzionale. Purtroppo, questi comportamenti delle istituzioni sono appoggiati da mezzi di comunicazione privati ma filo-governativi, che contribuiscono in maniera sostanziosa al controllo dell’informazione e alla manipolazione della cosiddetta opinione pubblica. Per esempio, abbiamo sperimentato come viene gestito l’esito delle elezioni, sostenendo apertamente un candidato e criminalizzando il suo oppositore; abbiamo anche potuto renderci conto di come vengano alimentate convinzioni infondate – come l’accusa di terrorismo – dalle cui ricadute traggono vantaggio le élite dominanti, che possono così influenzare la politica estera secondo i loro desideri. Centrale è divenuto l’impiego del concetto “Sicurezza Nazionale” per ottenere tali obiettivi e probabilmente per occultare non solo la grave crisi economica del sistema capitalistico, ma anche quella del sistema liberal-democratico, trasformatosi in un mostro autoritario che criminalizza il dissenso.

Come si è già sottolineato, la criminalizzazione, per esempio, da parte dell’Ue è giunta al congelamento dei beni appartenenti ai cosiddetti dissidenti, i quali avrebbero diffuso notizie false o interpretazioni contrarie agli interessi dell’Unione, implementando regolamenti fortemente limitativi della libertà di espressione. Si veda il Regolamento (UE) 2022/350, lo stesso che ha bloccato la diffusione nello spazio europeo dell’informazione proveniente dalla Federazione russa.

Piccirilli avverte che si tratta di una decisione assai pericolosa, perché la disinformazione non costituisce di per sé un reato nel Codice penale e, pertanto, viene punito non in quanto tale, ma sulla base di valutazioni politico-ideologiche e inteso quasi come una sorta di tradimento. Tale comportamento sembrerebbe prefigurare una sorta di sistema di credito sociale fondato su misure amministrative, che addirittura colpiscono la stessa sopravvivenza del “condannato”, senza che nessun giudice si sia espresso sulla natura dell’eventuale reato, sulla necessità di sanzionarlo, sull’esistenza di prove. Inoltre, nei nostri sistemi giuridici non esistono delitti che vengono colpiti da tali gravi misure.

Ovviamente la lettura di queste considerazioni richiama alla mente il tanto vituperato sistema di credito sociale cinese, sui cui caratteri c’è stata molta disinformazione e che non costituirebbe un sistema di controllo dei cittadini. Si tratta piuttosto di un sistema di valutazione credizia non diverso da quelli in vigore in altri paesi, solo che prende in considerazione oltre all’attività finanziaria, le violazioni del diritto e il comportamento poco etico. Tutti fattori oggettivamente definiti e portati alla luce dalle istituzioni pubbliche. Inoltre, esso si articola in quattro rami: uno per i comuni cittadini, uno per le imprese e le altre organizzazioni, uno per i funzionari governativi e uno per i membri del potere giudiziario. Nel civile contesto occidentale, invece, opera una strana commistione tra istituzione pubbliche e private: il colonnello Baud è stato sanzionato dal Consiglio dell’Unione Europea, perché avrebbe diffuso propaganda e disinformazione a favore della Russia impegnata nella guerra contro l’Ucraina (in realtà contro la NATO). In seguito a questa “condanna” le banche hanno bloccato i suoi conti e gli è stato proibito di viaggiare nell’UE.

Qualcosa di analogo era già accaduto in Canada, dove nel 2022 sono stati congelati i conti dei camionisti in sciopero in opposizione alle misure anti Covid e per altre ragioni di malcontento, molti dei quali furono arrestati. Evidentemente il governo non gradiva le loro proteste che creavano gravi problemi alle industrie importatrici ed esportatrici e, pertanto, in questo caso era pronto a violare i diritti dei suoi cittadini.

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About Alessandra Ciattini

Alessandra Ciattini insegna Antropologia culturale alla Sapienza. Ha studiato la riflessione sulla religione e ha fatto ricerca sul campo in America Latina. Ha pubblicato vari libri e articoli e fa parte dell'Associazione nazionale docenti universitari sostenitrice del ruolo pubblico e democratico dell'università.

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