L’allargamento del Mondiale a 48 squadre è stato criticato dagli élitisti del calcio, ma la fase a gironi del 2026 racconta altro: il calcio africano ha trasformato l’espansione in una prova di forza, portando nove nazionali su dieci ai sedicesimi.

Il nuovo formato del Mondiale, con 48 squadre e l’introduzione dei sedicesimi di finale, era stato accolto da molti osservatori con scetticismo. La critica più ricorrente era semplice: aumentando il numero delle partecipanti, la FIFA avrebbe abbassato il livello tecnico della competizione, concedendo posti supplementari a confederazioni considerate meno competitive rispetto al blocco tradizionale europeo e sudamericano. La fase a gironi del Mondiale 2026, tuttavia, offre una risposta molto più articolata, che smentisce questa visione élitista del calcio. Se c’è una confederazione che ha dimostrato di meritare pienamente l’espansione, questa è senza dubbio l’Africa.
Innanzitutto, delle dieci nazionali africane presenti alla fase finale, nove hanno superato il girone e sono arrivate ai sedicesimi. In termini percentuali, significa un tasso di conversione del 90%. È il rendimento migliore tra tutte le confederazioni rappresentate al torneo. La CAF ha portato alla fase a eliminazione diretta Sudafrica, Marocco, Costa d’Avorio, Egitto, Capo Verde, Senegal, Algeria, Repubblica Democratica del Congo e Ghana. L’unica eliminata è stata la Tunisia, che ha scontato una forte crisi interna alla federazione, oltre al fatto di essere finita in un gruppo particolarmente difficile con Paesi Bassi, Giappone e Svezia.

Il confronto con il Mondiale 2022 rende ancora più chiaro il salto di qualità. In Qatar, con il vecchio formato a 32 squadre, l’Africa disponeva di cinque rappresentanti, pari al 15,6% del totale delle partecipanti. Nel 2026, invece, le squadre africane qualificate ai sedicesimi sono nove su trentadue, cioè il 28,1% delle nazionali ancora in corsa dopo la fase a gironi. Questo significa che l’Africa ha dimostrato di avere più squadre capaci di superare il primo filtro competitivo del torneo, e che la presenza africana tra le migliori trentadue del mondo è quasi raddoppiata rispetto al peso che la CAF aveva nel vecchio Mondiale a 32 squadre.
Il confronto con le altre confederazioni rafforza ulteriormente questa lettura. La UEFA ha qualificato tredici squadre ai sedicesimi, lo stesso numero di nazionali che aveva portato complessivamente al Mondiale 2022. La sua quota tra le trentadue ancora in corsa è quindi del 40,6%, esattamente la stessa che occupava tra le trentadue partecipanti di Qatar 2022. Il calcio europeo resta fortissimo, naturalmente, ma l’allargamento non ha prodotto un aumento della sua presenza tra le migliori trentadue. La confederazione del calcio sudamericano, la CONMEBOL, con cinque qualificate su sei partecipanti, conferma dal canto suo un rendimento molto alto, pari all’83,3%, passando da quattro squadre su trentadue nel 2022 a cinque su trentadue nel 2026.

Il dato più severo riguarda invece l’AFC. L’Asia, che nel 2022 aveva sei squadre su trentadue, anche grazie al posto riservato al Qatar come organizzatore, nel 2026 ne porta solo due ai sedicesimi: Giappone e Australia. Il tasso di conversione è del 22,2%, con due qualificate su nove partecipanti, visto che Corea del Sud, Qatar, Iran, Arabia Saudita, Iraq, Giordania e Uzbekistan non hanno superato il girone. La CONCACAF, pur beneficiando della presenza delle tre padrone di casa, Messico, Stati Uniti e Canada, ha qualificato solo tre squadre su sei, con un tasso di conversione del 50%. Infine, l’OFC, rappresentata dalla sola Nuova Zelanda, non ha portato nessuna squadra alla fase a eliminazione diretta.
In questo quadro, il rendimento africano non può essere spiegato come un episodio casuale o come il semplice effetto statistico dell’allargamento. La profondità competitiva mostrata dalla CAF è stata oggettiva, sia in termini di risultati che di gioco. Il Marocco ha confermato la solidità già emersa nel ciclo precedente, chiudendo il girone con sette punti e resistendo al Brasile nello scontro diretto. La Costa d’Avorio ha superato un gruppo complicato con Germania ed Ecuador, dimostrando di avere struttura, fisicità e capacità di gestione. L’Egitto ha chiuso imbattuto il proprio girone, davanti all’Iran e alla Nuova Zelanda e alla pari del Belgio per punti. Il Senegal, pur sconfitto da Francia e Norvegia, ha reagito con un netto 5-0 all’Iraq, sufficiente per rientrare tra le migliori terze grazie alla differenza reti positiva.

Ma il vero significato politico-sportivo di questo Mondiale sta nelle nazionali africane meno abituate alla grande ribalta. Il Sudafrica ha superato un gruppo con Messico, Corea del Sud e Cechia, arrivando secondo. Capo Verde, al debutto mondiale, ha chiuso imbattuto un gruppo con Spagna, Uruguay e Arabia Saudita, ottenendo tre pareggi e conquistando una qualificazione storica. La Repubblica Democratica del Congo ha completato una delle storie più significative del torneo, passando come migliore terza dopo il pareggio con il Portogallo, la sconfitta di misura con la Colombia e il successo decisivo sull’Uzbekistan. Il Ghana, pur battuto dalla Croazia nell’ultima giornata, ha raccolto quattro punti e si è guadagnato il passaggio del turno.
Questi risultati indicano che il calcio africano non è più rappresentato soltanto da due o tre punte d’eccellenza, ma da una base competitiva molto più ampia. Nel vecchio formato, la discussione sul valore dell’Africa era spesso condizionata dal numero ridotto di posti disponibili: cinque squadre non bastavano a misurare davvero la profondità del continente. Con dieci partecipanti, il Mondiale 2026 ha offerto una prova più ampia, e la risposta è stata inequivocabile: nove qualificate su dieci. Il problema, semmai, era il vecchio formato, non l’espansione.
La crescita africana si misura anche nel confronto con la narrativa tradizionale del calcio mondiale. Per anni, l’idea dominante è stata che l’Europa e il Sud America costituissero quasi da sole il nucleo realmente competitivo del Mondiale, mentre le altre confederazioni avrebbero avuto un ruolo soprattutto rappresentativo. L’edizione di quest’anno smentisce questa lettura, almeno per quanto riguarda l’Africa. La CAF non si limita a “partecipare”: porta il 28,1% delle squadre ancora in corsa, pur avendo avuto dieci posti su quarantotto, cioè il 20,8% delle partecipanti complessive. In altre parole, l’Africa pesa di più tra le qualificate ai sedicesimi che tra le partecipanti al torneo. Questo è il segno più chiaro di una confederazione sottostimata.

La questione dei posti attribuiti dalla FIFA a ciascuna confederazione va quindi letta alla luce dei risultati. Se una confederazione riceve più posti ma non li converte in qualificazioni alla fase successiva, si può parlare di sovrastima sportiva. Se invece una confederazione riceve più posti e li trasforma quasi tutti in passaggi del turno, allora l’espansione appare giustificata. Nel caso africano, la seconda ipotesi è evidente. La CAF ha dimostrato di avere più squadre competitive di quante il vecchio Mondiale fosse disposto ad accogliere. L’allargamento non ha abbassato il livello: ha reso visibile un livello che prima restava in gran parte escluso.
Naturalmente, il passaggio ai sedicesimi non equivale ancora alla conquista delle fasi finali. La storia del calcio africano ai Mondiali resta segnata da un rapporto difficile con i quarti, con la sola eccezione del Marocco, giunto in semifinale quattro anni fa. Il nuovo banco di prova sarà ora la fase a eliminazione diretta, dove ogni errore pesa di più e dove l’esperienza delle grandi potenze può tornare decisiva. Ma già ora il bilancio per il calcio africano è storico. Nove nazionali africane tra le migliori trentadue del torneo rappresentano un risultato che modifica la percezione della gerarchia calcistica internazionale.
Il grande trionfo della fase a gironi è dunque quello del calcio africano, che ha dimostrato sul campo di essere non un beneficiario passivo dell’espansione, ma uno dei suoi principali motivi di legittimità.
SEGUI LA PAGINA FACEBOOK
SEGUI IL CANALE WHATSAPP
SEGUI IL CANALE TELEGRAM
Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte e del link originale.