Recensione – “Per un nuovo pensiero strategico”

Il volume collettivo edito da Meltemi prova a ricostruire un pensiero strategico materialista all’altezza della crisi dell’egemonia occidentale, interrogando il declino della sinistra, il multipolarismo, il caso cinese e le contraddizioni del capitalismo contemporaneo.

Recensione di Alessandro Vistalli, dal suo profilo Facebook

Per Meltemi, collana Linee, esce un volume collettivo che mette insieme atti di convegni promossi dalla rivista “L’Interferenza”. Nell’insieme emerge un documento di fase, come naturale disomogeneo, che raccoglie diciotto autori in quattro parti. L’ambizione del testo è di fornire contributi al rinnovo di un punto di vista materialista che superi la stagione del postmodernismo e del più recente “politicamente corretto”, senza tuttavia rifugiarsi nel marxismo da catechismo.

La tesi di fondo, che accomuna la maggior parte dei testi, è che la sinistra occidentale, incluso quella marxista, si è fatta egemonizzare dal ceto medio urbano benestante, assorbendone priorità e battaglie. Tale spostamento ha finito per concentrarla sulle rivendicazioni politico-culturali, mettendo sullo sfondo, per lo più retorico, i temi sociali che ne rappresentavano la ragione di essere durante il Novecento (più precisamente, dagli ultimi anni dell’Ottocento agli anni Ottanta del Novecento). Le sostituzioni operate sono: i diritti civili per i diritti sociali, il conflitto identitario per quello di classe, il cosmopolitismo per l’inter-nazionalismo. Probabilmente non per caso questo movimento, in particolare negli ultimi dieci o venti anni, si è accompagnato con lo spostamento di parte significativa dei ceti popolari e lavoratori verso destra. Dove ha trovato, non già un’effettiva difesa dei suoi interessi, quanto un riconoscimento della legittimità del suo risentimento.

La sinistra socialista, e comunista, nella fase di crescita, coincidente con la lunga espansione 1870-1914 e poi con i trent’anni gloriosi tra il 1945 ed il 1973, creava la verifica empirica della promessa per la quale “il domani sarà meglio”. Per cui il progetto “progressista” socialista (narrazione ascendente e destino di vittoria della classe, diagnosi strutturale e promessa di riconoscimento della dignità del lavoratore-civiltà) era in sincronia con il tempo. Il risentimento era trasformato in un progetto politico.

Negli anni Settanta i salari stagnano, le classi medio-basse perdono terreno, la mobilità si ferma e le periferie si svuotano. Se qualcuno continua a dire che domani il progresso si produrrà, e lo dice da una “zona Ztl” questo suona come un insulto. La sinistra liberale viene percepita come offensiva, e, peraltro, sempre più restituisce questa distanza come disprezzo. La sinistra liberale considera i ceti popolari arretrati: razzisti, sessisti, omofobi, ignoranti, (e “sdentati”). Questa è la diagnosi di Zhok nel volume. La destra vince perché riconosce il torto e ci parla, offre un nemico esterno, identifica appartenenze.

La sinistra ha offerto appartenenze, ma individuali. Cosa attraente solo se gli altri problemi sono risolti e se non si ha bisogno di essere difesi da una comunità.

Il punto si potrebbe individuare in questo modo: non si può tornare al progressismo novecentesco, perché non è più questo il contesto. Non si può contendere la reazione alla destra. Non si può continuare a rifugiarsi sulle torri di avorio, sempre più piccole e sempre più assediate.

Il problema è il costo sociale del dissenso, che blocca molti, anche se sanno di essere sulla strada dell’isolamento come area. Il prezzo di allontanarsi dai riti e dalle conferme simboliche è individuale. Ed è alto.

Questo libro lo paga.

Alcuni interventi traggono da questa diagnosi di fase le ragioni per una netta presa di distanza, e talvolta attacco, all’ideologia del “politicamente corretto”, e per essa al femminismo della seconda e terza onda, all’ideologia woke, alla cancel culture, il transumanesimo, etc… tutti questi complessi fenomeni, tutt’altro che omogenei, sono individuati come ‘sovrastruttura’. Precisamente come ‘sovrastruttura coerente con il capitalismo finanziario contemporaneo’. Il carattere per lo più di interventi a convegni impedisce di approfondire al livello necessario questa diagnosi, tuttavia largamente condivisa dai relatori.

Altri temi nel volume insistono sulla crisi terminale dell’egemonia statunitense e sull’apertura di uno scenario multipolare nel quale in particolare la Cina può rappresentare un fattore di bilanciamento. La Cina non sarebbe, in questa prospettiva, il medesimo dell’Occidente imperiale, come proposto da alcune letture proprie anche a settori della sinistra radicale, quanto una formazione storico-sociale originale. Formazione con la quale il pensiero critico occidentale si deve misurare.

Alcuni interventi sono orientati all’analisi di fase. Tengono insieme demografia, crisi dell’ordine unipolare, trasformazione del capitalismo, ritorno della guerra, declino europeo e crescita della complessità globale.

Altri si concentrano sul problema della sinistra. Come diagnosticato da Sahra Wagenknecht, la sinistra occidentale avrebbe, infatti, per lo più sostituito la rappresentanza sociale con la rappresentazione morale, abbandonando il conflitto tra capitale e lavoro (e, conseguentemente, la sovranità democratica, il ruolo dello Stato). Assumendo quindi, come proprio linguaggio principale, quello dei diritti individuali, degli stili di vita, della distinzione etica, della superiorità culturale. Ci considerato, per superarne i limiti è necessario che classe e nazione, giustizia sociale e democrazia, pace e interessi popolari possono tornare a parlarsi.

Il conflitto multipolare è letto soprattutto attraverso il “caso Cina”. Qui la tesi è che la Cina non è semplicemente “capitalismo autoritario”, né il ritorno del socialismo novecentesco. È una formazione storica originale, contraddittoria, nella quale Stato, partito, mercato, pianificazione, civilizzazione e strategia geopolitica si intrecciano. Capire la Cina, quindi, non significa aderirvi; significa smettere di leggerla come una copia difettosa dell’Occidente.

Tra i contributi, senza voler far torto ai diciotto autori, possono essere segnalati quelli di Vladimiro Giacchè e Giacomo Gabellini sul multipolarismo e l’economia della crisi, e, in questa direzione, anche di Carlo Formenti. Quindi quello di Pierluigi Fagan sui sistemi complessi e il problema della democrazia. Le distinzioni operate sul tema dei femminismi da Andrea Zhok e da Antonio Martone, che enfatizzano la “trappola della frammentazione”. Le gabbie tecniche messe in evidenza da Pier Paolo Caserta.

Più in dettaglio:

– Vladimiro Giacchè fornisce, nel suo intervento sulla Wagenknecht, quella che appare come un’analisi economicamente e storicamente molto solida. Seziona la mutazione della sinistra da portatrice dei diritti sociali delle classi subalterne a paladina del neoliberismo progressista dei ceti medi riflessivi, tracciando con precisione chirurgica le tappe della deflazione salariale in Europa (dallo SME all’Euro, fino alle privatizzazioni). Sulla Cina, evita ogni idealizzazione, spiegandone lo sviluppo attraverso l’innovazione della categoria marxista dello “stadio primario del socialismo” e l’integrazione dialettica con la propria tradizione culturale. In “Su alcune differenze tra la Cina e noi”, entra nel merito della struttura ideologica del marxismo cinese, non solo sul piano geopolitico. Il passaggio sul marxismo come visione organica del mondo, sistema di valori e guida della prassi consente di capire la distanza tra marxismo occidentale e marxismo cinese.

– Gabellini, nel saggio “Gli artefici del multipolarismo”, fornisce una utile mappa che parte dalla ricostruzione dei cicli egemonici (da Braudel ad Arrighi) spiega il parassitismo finanziario degli Stati Uniti e la deindustrializzazione occidentale non come “scelte morali”, ma come tendenze oggettive del capitale. Uno dei punti di forza è la disamina basata sui dati del Pentagono (le dipendenze della catena di fornitura militare USA dalla Cina) e la spiegazione di come la re-industrializzazione americana tenti di nutrirsi del vassallaggio e del cannibalismo economico ai danni dell’Europa.

– Pierluigi Fagan applica l’analisi dei sistemi complessi e della termodinamica all’esplosione demografica e alla “densificazione” planetaria. Ancora, in tal modo, la geopolitica a fatti “duri” (risorse, ecologia, demografia africana) e, nel saggio sulla democrazia, smaschera l’ingegneria della governance neoliberale pianificata fin dagli anni ’70 dalla Commissione Trilaterale per disinnescare la partecipazione popolare.

– Pier Paolo Caserta interpreta le logiche del capitalismo digitale e il politicamente corretto come Gleichschaltung (la ‘sincronizzazione coatta’ della società) di memoria storica. Sulla base di tale chiave chiarisce come l’ordine digitale non reprima la libido, ma la estragga per atrofizzare la capacità cognitiva di immaginare alternative.

– Carlo Formenti, partendo da Giovanni Arrighi, esplora il paradosso di uno Stato-partito – quello Cinese – che “usa” le dinamiche capitalistiche per blindare la transizione socialista e la sovranità, lasciando aperta la discussione dialettica sui rischi di questa traiettoria.

– Antonio Martone, in “Il capitalismo perde il ‘pelo moderno’ ma non il vizio”, descrive la dissoluzione edipica e la nascita dell’identità liquida del “consumatore da clic”. Viene analizzata la dissoluzione di maschile/femminile dentro il soggetto di consumo, il capitale, la reificazione, il desiderio indotto.

– Andrea Zhok, in “Il personale è politico?”, identifica il nodo del passaggio da universalismo egalitario a rivendicazioni lobbistiche di gruppi particolari, assimilando studi di genere, lobbying, psicologizzazione e crisi democratica.

– Fabrizio Marchi, in “Di bolina, contro un vento gelido e sferzante”, inquadra la linea della rivista, unendo in una critica tecno-capitalismo, politicamente corretto, crisi delle sinistre.

– Stefano Fassina, che per certi versi rappresenta una linea di critica interna ai contributi del testo, riconosce esplicitamente i limiti dell’analisi soggettivistica della Wagenknecht (la crisi dell’89 e la liberalizzazione dei capitali sono fatti strutturali, non scelte di cattivi leader), e propone interlocuzioni concrete — il M5S, una posizione contro l’allargamento UE, una battaglia sulla direttiva Bolkestein.

In sintesi, in particolare nei pezzi di Giacchè e Fassina, è contenuta un’affilata critica della sinistra occidentale come soggetto non più riconoscibile. Ciò in una chiave materialista che accomuna l’intero testo. Non si tratta di indulgere in una postura di lamentazione morale (ovvero secondo la categoria del “tradimento”), quanto di riconoscerla come effetto ultimo della liberalizzazione dei capitali, del vincolo esterno europeo, della finanziarizzazione.

I pezzi di Giacchè, Fagan, Catone e Formenti leggono la Cina da una prospettiva marxista non dogmatica, rifiutando sia l’occidentalismo (che vedrebbe la Cina come capitalismo travestito), sia l’orientalismo (che la vedrebbe come alterità assoluta).

Gabellini, Volpi, Fagan e Catone, creano una mappa del presente. Per essi il sistema multipolare asiatico funziona per cooperazione e competizione regolate, non per blocchi, e la sua logica è incompatibile con la mentalità da guerra fredda che ancora struttura il discorso pubblico occidentale.

La sfida sarebbe di ricostruire un pensiero strategico materialista senza ricadere nel novecentismo nostalgico, da una parte, o nel identitarismo speculare e reattivo, dall’altra.

Una sfida che resta aperta.

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About Fabrizio Marchi

Fabrizio Marchi è nato a Roma il 09/11/1958. Si è laureato in Scienze Politiche e in Filosofia. Giornalista Pubblicista, si occupa di comunicazione, relazioni istituzionali e politica internazionale.

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