Iraq, governo al-Zaidi e crisi di Hormuz: una sovranità sotto pressione

L’insediamento di Ali al-Zaidi il 14 maggio chiude formalmente lo stallo istituzionale iracheno, ma apre una fase ancora più complessa: Baghdad deve governare una crisi interna irrisolta, le pressioni statunitensi sulle milizie e l’impatto economico del blocco di Hormuz.

L’entrata in carica di Ali al-Zaidi come nuovo primo ministro iracheno, lo scorso 14 maggio, segna la conclusione formale di una lunga fase di paralisi politica successiva alle elezioni legislative dell’11 novembre 2025. Ma sarebbe fuorviante interpretare questo passaggio come una vera stabilizzazione. Il nuovo governo nasce infatti dentro una doppia crisi: da un lato, la crisi interna di un sistema politico che continua a riprodurre gli equilibri del post-2003 attraverso compromessi tra blocchi confessionali, partiti oligarchici e reti clientelari; dall’altro, la crisi regionale generata dalla guerra scatenata dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran, con il conseguente blocco dello Stretto di Hormuz e la trasformazione dell’Iraq in uno dei paesi economicamente più esposti agli effetti del conflitto.

La nomina di al-Zaidi ha posto fine a mesi di trattative in cui si erano alternati diversi nomi, compreso quello dell’ex primo ministro Nūrī al-Mālikī. Quest’ultimo era stato inizialmente sostenuto da una parte del Quadro di Coordinamento sciita, ma la sua candidatura aveva incontrato una forte opposizione statunitense. La scelta finale di al-Zaidi appare quindi come il risultato di un compromesso: abbastanza accettabile per il Quadro di Coordinamento, ma anche meno divisiva agli occhi di Washington rispetto al ritorno di al-Mālikī. Al-Zaidi era stato incaricato il 27 aprile dal neoeletto presidente Nizar Amedi di formare il governo, per poi ottenere il voto di fiducia parlamentare il 14 maggio; a quarant’anni, diventa il più giovane primo ministro nella storia recente dell’Iraq.

Questo dato anagrafico e biografico è stato presentato come il segno di una possibile discontinuità. Al-Zaidi non proviene infatti dalla lunga carriera governativa dei grandi notabili del sistema iracheno. Ha un profilo tecnico, legato al settore privato, al diritto e alla finanza, più che alla militanza partitica tradizionale. Tuttavia, la sua stessa ascesa dimostra che il vero potere continua a risiedere nelle coalizioni che lo hanno scelto e imposto come punto di equilibrio. Non è il prodotto di una mobilitazione popolare, né di un mandato politico diretto, ma di una mediazione tra forze che hanno interesse a preservare l’architettura del potere esistente, evitando al tempo stesso uno scontro frontale con gli Stati Uniti.

La natura fragile del nuovo esecutivo è confermata dalla sua composizione incompleta. Il parlamento ha approvato soltanto una parte del gabinetto: secondo Anadolu, sono stati votati quattordici ministri, mentre nove portafogli sono rimasti ancora scoperti, tra cui ministeri decisivi come Interno, Difesa, Pianificazione, Ricostruzione, Lavoro, Gioventù, Istruzione superiore, Cultura e Migrazioni. Questo significa che al-Zaidi entra in carica non alla guida di un esecutivo pienamente consolidato, ma come premier di una coalizione ancora in via di definizione, attraversata da rivalità interne e condizionata dalla pressione di attori esterni.

La questione più delicata riguarda il monopolio statale delle armi. Nel programma presentato al parlamento, al-Zaidi ha promesso di riformare l’apparato di sicurezza, rafforzare le forze regolari e limitare le armi alle sole strutture statali. Si tratta di un punto centrale, perché tocca direttamente il ruolo delle milizie sciite legate all’Iran e integrate, in forme diverse, nell’ecosistema politico e militare iracheno. Il Financial Times ha descritto al-Zaidi come un candidato di compromesso sostenuto sia da Washington sia dal Quadro di Coordinamento, ma ha anche sottolineato che il suo impegno a restringere le armi allo Stato risponde alle richieste statunitensi di disarmo delle formazioni filo-iraniane.

Da un lato, dunque, al-Zaidi deve rassicurare Washington, che continua a considerare la presenza delle milizie filoiraniane un ostacolo alla propria strategia regionale. Dall’altro, non può rompere frontalmente con le forze che lo hanno portato al governo e che mantengono rapporti organici con quelle stesse milizie. La sovranità dello Stato iracheno viene così invocata da tutti, ma intesa in modi opposti: per gli Stati Uniti, significa limitare l’influenza iraniana e ridimensionare le forze armate parallele; per il Quadro di Coordinamento, significa impedire che Washington determini apertamente la composizione del governo e le scelte di sicurezza; per ampi settori popolari, dovrebbe invece significare fine della corruzione, dei privilegi, delle interferenze straniere e della spartizione confessionale del potere.

In questo senso, il governo al-Zaidi nasce già dentro una crisi di legittimità. Le elezioni del novembre 2025 avevano visto il boicottaggio del Movimento Sadrista e l’esclusione politica delle principali forze civili e democratiche, a partire dal Partito Comunista Iracheno. Il risultato non aveva prodotto un rinnovamento, ma una nuova distribuzione dei rapporti interni all’establishment. La formazione del governo conferma questa dinamica: non emerge un nuovo blocco sociale, non nasce una nuova agenda nazionale, non si supera la logica della muḥāṣaṣa, cioè della spartizione settaria e clientelare delle cariche. Al contrario, la scelta del premier e dei ministri continua a essere il frutto di un negoziato tra fazioni, ciascuna interessata a preservare quote di influenza, accesso alle risorse e controllo su settori dell’amministrazione.

La guerra contro l’Iran ha reso questa fragilità ancora più evidente. L’Iraq si trova nella posizione più scomoda possibile: è legato economicamente e religiosamente all’Iran, dipende ancora in parte dalla cooperazione e dalla pressione finanziaria statunitense, ospita forze e interessi nordamericani, ma subisce direttamente l’impatto delle operazioni militari nella regione. Lo Stretto di Hormuz, dopo gli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran del febbraio 2026, è diventato il centro della crisi energetica mondiale.

Per l’Iraq, si tratta di una questione esistenziale. Il paese dipende in modo quasi assoluto dalle esportazioni petrolifere, concentrate in larga misura nei terminal meridionali che necessitano del passaggio attraverso Hormuz. Quando la crisi si è aggravata, la produzione irachena è crollata: Reuters ha riportato a marzo una caduta di circa il 70 per cento della produzione, da 4,3 milioni a 1,3 milioni di barili al giorno, a causa dell’impossibilità di esportare e del riempimento degli stoccaggi. In seguito, la situazione è ulteriormente peggiorata per i principali giacimenti meridionali, con un calo fino a circa 800.000 barili al giorno, secondo fonti energetiche irachene citate sempre da Reuters.

Il blocco di Hormuz ha quindi trasformato la crisi regionale in crisi fiscale irachena. Se il petrolio non esce, lo Stato non incassa. Se lo Stato non incassa, diventa più difficile pagare salari pubblici, finanziare servizi, sostenere la spesa corrente e mantenere il sistema clientelare che regge l’equilibrio politico. In un paese dove il bilancio pubblico è costruito sulla rendita petrolifera, la strozzatura marittima diventa immediatamente una strozzatura sociale. Da qui nasce il rischio che il governo al-Zaidi, invece di colpire privilegi e corruzione, cerchi di scaricare la crisi sui cittadini attraverso nuove imposte, tariffe, tagli o misure di austerità.

Non a caso, la posizione del Partito Comunista Iracheno appare oggi ancora più centrale. I comunisti hanno denunciato da mesi la natura strutturale della crisi finanziaria irachena, attribuendola non soltanto alle oscillazioni del prezzo del petrolio, ma alla dipendenza dal modello rentier, al saccheggio del denaro pubblico, alla corruzione e al sistema della spartizione. La loro critica colpisce il cuore del problema: l’Iraq non è vulnerabile solo perché Hormuz è bloccato, ma perché decenni di governi hanno impedito la costruzione di un’economia produttiva, diversificata, capace di reggere uno shock esterno. L’attuale crisi marittima mostra il fallimento di un’intera classe dirigente, non soltanto la gravità di una contingenza bellica.

Teheran, consapevole della dipendenza irachena, ha cercato di separare Baghdad dal campo dei paesi ostili. Il 4 aprile, il comando militare iraniano Khatam al-Anbiya ha dichiarato che l’Iraq sarebbe stato esentato dalle restrizioni sul transito attraverso Hormuz, una forma di trattamento preferenziale che conferma il valore strategico del rapporto tra i due paesi. Successivamente Iraq e Pakistan hanno raggiunto accordi con l’Iran per garantire il passaggio di petrolio e gas naturale liquefatto dal Golfo, mostrando come Teheran stia formalizzando il proprio controllo selettivo sui flussi energetici nello stretto.

Questo punto è decisivo per comprendere la politica estera del governo al-Zaidi. L’Iraq non può permettersi di rompere con l’Iran, perché da Teheran dipendono sicurezza, energia, commercio, influenza religiosa e ora anche la possibilità di esportare petrolio in condizioni di blocco selettivo. Ma non può nemmeno sfidare apertamente Washington, perché gli Stati Uniti dispongono ancora di strumenti finanziari, militari e diplomatici capaci di colpire Baghdad. La nuova leadership irachena sarà dunque costretta a muoversi in uno spazio strettissimo: ottenere dall’Iran il mantenimento del corridoio energetico, evitando al tempo stesso di apparire come un governo completamente subordinato alla Repubblica Islamica; rassicurare gli Stati Uniti sulla questione delle milizie, senza provocare una crisi interna con le forze che controllano parte del parlamento e della sicurezza.

Da qui nasce il paradosso del nuovo governo. Al-Zaidi arriva al potere promettendo riforma, monopolio statale delle armi e lotta alla corruzione, ma deve governare un paese che non controlla pienamente né le proprie armi, né le proprie entrate, né i propri corridoi di esportazione. Deve presentarsi come garante della sovranità, ma la sua stessa nomina è frutto di un equilibrio condizionato da Washington, Teheran e dai blocchi interni. Deve rassicurare la popolazione, ma il rischio di misure economiche impopolari è già inscritto nella crisi petrolifera. Deve apparire come volto nuovo, ma il sistema che lo sostiene è lo stesso che ha marginalizzato il Movimento Sadrista, escluso le forze democratiche e neutralizzato la rappresentanza comunista e civile.

In conclusione, la nascita del governo al-Zaidi non chiude la crisi irachena, ma la sposta su un terreno più complesso. Il paese ha finalmente un primo ministro, ma non ancora un progetto nazionale autonomo. Ha un esecutivo, ma incompleto. Ha una promessa di monopolio statale delle armi, ma non la forza politica per imporla senza rischiare lo scontro. Ha un canale privilegiato con l’Iran per Hormuz, ma proprio questo canale lo espone alle rappresaglie e alle pressioni statunitensi. Ha bisogno di riforme sociali profonde, ma resta prigioniero della rendita petrolifera e della spartizione del potere.

Finché il sistema politico resterà fondato sulla muḥāṣaṣa (sistema di spartizione confessionale del potere), sulla rendita e sull’esclusione delle forze popolari e democratiche, ogni nuovo governo rischierà di essere soltanto una gestione provvisoria della crisi. Il blocco di Hormuz ha mostrato quanto sia fragile l’Iraq; la nomina di al-Zaidi mostrerà se esiste ancora, dentro questa fragilità, lo spazio per una politica realmente nazionale.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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