L’Iraq tra sovranità compressa, paralisi politica e guerra contro l’Iran

L’elezione del nuovo presidente Nizar Amedi l’11 aprile ha sbloccato solo formalmente la crisi istituzionale irachena. Baghdad resta stretta tra pressioni statunitensi, relazioni con l’Iran, guerra regionale e un sistema politico incapace di trasformare il voto in reale sovranità nazionale.

L’Iraq attraversa oggi una delle fasi più delicate dalla sconfitta territoriale di Daesh. La crisi non è soltanto istituzionale, ma strategica: riguarda il posto del paese nello scontro regionale apertosi con la guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran il 28 febbraio, il peso crescente delle interferenze esterne nelle scelte di Baghdad e la fragilità di un sistema politico che, anche dopo le elezioni parlamentari del novembre 2025, continua a non produrre né stabilità vera né autonomia decisionale. La recente elezione presidenziale dell’11 aprile ha chiuso cinque mesi di stallo, ma non ha risolto il nodo essenziale: chi governa davvero l’Iraq e in nome di quali interessi.

L’11 aprile il parlamento iracheno ha eletto presidente Nizar Amedi, politico curdo ed ex ministro dell’Ambiente, legato all’Unione Patriottica del Kurdistan, secondo la consuetudine del sistema iracheno post-2003. Amedi ha ottenuto 227 voti al secondo turno, dopo essersi fermato a 208 al primo, ponendo formalmente fine a un blocco istituzionale durato mesi. Gli osservatori lo descrivono come una figura di profilo curdo ma inserita pienamente nei delicati equilibri di Baghdad, mentre altri sottolineano che la sua elezione è arrivata “nel mezzo delle ricadute della guerra”, segno che la crisi regionale ha fatto da sfondo diretto anche alla vicenda costituzionale interna.

Bisogna però comprendere bene il significato di questa elezione. In Iraq il presidente conta meno del primo ministro, che resta la figura esecutiva decisiva. Per questo l’elezione di Amedi non è stata la soluzione della crisi, ma il passaggio necessario per aprire la fase successiva: la designazione del premier. Il presidente deve infatti affrontare ora la scelta “più sensibile” di tutte, quella del capo del governo, tanto che Shafaq News ha definito il voto presidenziale una sorta di “prova generale di coalizione”, perché la maggioranza raccolta attorno ad Amedi ha mostrato chi ha i numeri per tentare di imporre il prossimo esecutivo. In altre parole, la presidenza ha sbloccato la procedura, non la sostanza dello scontro politico.

Amedi, nei suoi primi giorni da presidente, ha cercato di presentarsi come figura di equilibrio, insistendo sulla necessità del dialogo tra i blocchi e di una diplomazia più intensa per rafforzare la posizione internazionale dell’Iraq. La presidenza irachena ha diffuso note in cui il nuovo capo dello Stato sottolinea l’importanza di colmare le divergenze tra le forze politiche e di far avanzare il processo costituzionale, mentre, incontrando l’ambasciatore iraniano, Amedi ha insistito sulla necessità di continuare il dialogo e tenere la regione lontana dai rischi della guerra. È una linea che richiama il suo slogan di insediamento, “Iraq First”, ma che deve fare i conti con una realtà ben diversa: l’Iraq è oggi troppo esposto per potersi limitare a una posizione notarile di neutralità.

Il vero baricentro della crisi resta infatti la formazione del governo. Dopo mesi in cui il nome di Nūrī al-Mālikī era tornato al centro delle trattative, il 20 aprile i leader dei principali blocchi sciiti avrebbero orientato la scelta su Bassem al-Badry, anche se altre fonti hanno parlato di consultazioni ancora aperte e di una decisione non del tutto formalizzata. Quel che conta, politicamente, è che l’eventuale passaggio da al-Mālikī ad al-Badry non nasce da una libera dinamica interna, ma da un intreccio di pressioni incrociate. Un nuovo nome dovrebbe comunque sostituire la precedente scelta del Quadro di Coordinamento, cioè proprio al-Mālikī, la cui candidatura era stata attaccata direttamente da Donald Trump, che lo ritiene troppo vicino a Teheran.

A gennaio, infatti, Trump ha minacciato di ritirare il sostegno statunitense all’Iraq se al-Mālikī fosse stato incaricato di formare il governo. Non si è trattato di una semplice preferenza diplomatica, visto che Washington ha fatto sapere a politici iracheni di poter colpire perfino lo Stato iracheno, inclusi i suoi introiti petroliferi, qualora nel nuovo governo fossero entrati gruppi sostenuti dall’Iran. In un altro dispaccio, Reuters ha aggiunto che Mark Savaya sarebbe stato sollevato dal suo incarico di inviato speciale anche per la sua incapacità di impedire il ritorno di al-Mālikī come candidato, e che Tom Barrack ha poi assunto di fatto il dossier iracheno. È difficile immaginare una definizione più chiara di pressione esterna su un paese formalmente indipendente.

L’interferenza nordamericana, del resto, non si limita alla scelta del primo ministro. Washington continua a esercitare una pressione sistemica sul sistema politico iracheno in nome del contenimento dell’influenza iraniana. Da una parte minaccia sanzioni, condizionamenti finanziari e riduzione del supporto; dall’altra pretende che Baghdad ridimensioni o smantelli i gruppi filoiraniani integrati, in varie forme, nell’architettura statale e para-statale irachena.

La guerra contro l’Iran ha ulteriormente aggravato questa contraddizione. Il 28 febbraio, come noto, Stati Uniti e Israele hanno lanciato una vasta offensiva contro la Repubblica Islamica, aprendo un conflitto distruttivo e destabilizzante per tutta la regione. In quella stessa giornata, i cieli di Iran, Iraq, Kuwait, Israele e Bahrain si sono svuotati, le compagnie aeree hanno cancellato rotte in massa e Baghdad ha chiuso il proprio spazio aereo. Dunque, sebbene l’Iraq non sia ufficialmente entrato in guerra, sin dal primo giorno la guerra era già entrata nel suo spazio strategico.

La posizione ufficiale irachena è stata quella di un equilibrio impossibile. Baghdad ha cercato di presentarsi come neutrale e favorevole a una soluzione negoziale, ma il suo territorio è stato direttamente coinvolto. Il 10 marzo e poi l’11 marzo, l’Iran ha colpito anche la base di al-Harir nel Kurdistan iracheno, dove operano forze statunitensi, mentre un attacco con drone ha colpito una struttura diplomatica statunitense in Iraq.

Anche sul terreno economico la guerra ha mostrato quanto l’Iraq sia vulnerabile. Moody’s ha abbassato il proprio outlook sull’Iraq da “stabile” a “negativo”, osservando che circa il 90 per cento delle esportazioni petrolifere irachene dipende dallo Stretto di Hormuz. Secondo diverse fonti, la produzione dei principali giacimenti meridionali risultava crollata di circa l’80 per cento durante la fase più acuta del conflitto e della chiusura dello stretto, prima di una parziale ripresa. Non a caso, il 4 aprile Teheran aveva annunciato che l’Iraq sarebbe stato esentato dalle restrizioni iraniane su Hormuz, un gesto che mostrava sia l’importanza vitale dell’Iraq per l’economia regionale, sia le buone relazioni che continuano a intercorrere tra Baghdad e Teheran.

L’elezione di Nizar Amedi, quindi, va letta dentro questa struttura di dipendenza e frammentazione. È certamente un passaggio costituzionale importante, perché rimette in moto le istituzioni e riapre il processo di formazione del governo. Ma non basta a parlare di normalizzazione. Se il nuovo presidente insiste sul dialogo, è perché sa che ogni altra opzione rischia di precipitare il paese in una nuova paralisi. Se parla di rafforzare la diplomazia irachena, è perché l’Iraq non può permettersi di diventare il secondo fronte permanente della guerra contro l’Iran. E se la scelta del primo ministro resta tanto contesa, è perché da essa dipendono non solo equilibri interni tra sciiti, sunniti e curdi, ma anche il rapporto di forza tra Washington e Teheran sul suolo iracheno.

In conclusione, la situazione politica irachena è oggi definita da tre fattori intrecciati. Il primo è la persistenza della crisi del sistema post-2003, che continua a produrre governi attraverso estenuanti trattative di vertice più che tramite una chiara volontà popolare. Il secondo è il peso delle ingerenze statunitensi, ormai esplicite, che arrivano fino alla minaccia di colpire le finanze statali e di dettare indirettamente i limiti della coalizione di governo. Il terzo è la collocazione dell’Iraq nella guerra contro l’Iran: non come attore principale, ma come territorio indispensabile, esposto e vulnerabile, che subisce i riflessi militari, politici ed economici del conflitto. La presidenza Amedi può forse rallentare la deriva, ma da sola non può invertire una tendenza profonda. Finché l’Iraq resterà sospeso tra sovranità formale e dipendenza reale, ogni svolta istituzionale rischierà di apparire, più che come un nuovo inizio, come l’ennesima tregua precaria dentro una crisi mai davvero risolta.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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