Perù: il fujimorismo domina il nuovo Congresso mentre Roberto Sánchez cerca la rimonta popolare

I risultati delle legislative rafforzano Fuerza Popular e consegnano a Keiko Fujimori una posizione di vantaggio istituzionale. Ma Roberto Sánchez, sostenuto dal voto rurale e dalla richiesta di giustizia per Pedro Castillo, può ancora trasformare il ballottaggio in uno scontro sul futuro democratico del Perù.

Le elezioni generali peruviane del 12 aprile non hanno chiuso la crisi politica aperta dal golpe parlamentare contro Pedro Castillo. Al contrario, l’hanno trasferita su un terreno nuovo, più complesso e forse ancora più pericoloso: quello di un ballottaggio presidenziale in cui Keiko Fujimori parte con il vantaggio simbolico del primo posto al primo turno, mentre il suo partito, Fuerza Popular, si avvia a diventare la principale forza del nuovo Congresso bicamerale. La possibilità che il fujimorismo torni alla Presidenza, disponendo al tempo stesso della prima minoranza parlamentare, rappresenta un nuovo delicato passaggio nella lunga crisi del sistema politico peruviano. Infatti, non si tratterebbe semplicemente dell’elezione di una candidata di destra, ma del consolidamento istituzionale di quel blocco conservatore che negli ultimi anni ha usato il Congresso come strumento di assedio, destituzione e neutralizzazione della volontà popolare.

Il voto di quest’anno rappresenta il punto d’arrivo di una crisi protratta per un decennio, segnata da otto presidenti e dal peso degli interessi del fujimorismo e della destra conservatrice. Come abbiamo ricordato nel nostro precedente articolo, il Congresso peruviano ha concentrato un potere straordinario attraverso la figura della “vacanza per incapacità morale permanente”, meccanismo soggettivo che consente di destituire un presidente senza dover accertare un reato concreto. In questo senso, il voto del 12 aprile non si è svolto in condizioni politiche neutre: è arrivato dopo la rimozione di Castillo, la presidenza illegittima di Dina Boluarte, la sua successiva destituzione e l’ascesa di José Jerí, a sua volta poi destituito e sostituito da José María Balcázar, in una catena di avvicendamenti che ha svuotato la sovranità popolare e rafforzato il potere del Parlamento.

I risultati delle elezioni legislative recentemente pubblicati confermano che il nuovo equilibrio istituzionale sarà tutt’altro che favorevole a una ricomposizione democratica dal basso. Secondo la distribuzione dei seggi resa nota, Fuerza Popular guiderebbe la Camera dei Deputati con circa 40 seggi, seguita da Juntos por el Perú con 31, dal Partido del Buen Gobierno con 18, da Renovación Popular con 16, dal Partido Cívico Obras con 15 e da Ahora Nación con 10. Nessuna forza dispone da sola dei 66 voti necessari per controllare la Camera, ma il dato politico centrale resta il primato fujimorista, che può tradursi nella capacità di orientare l’agenda legislativa, costruire alleanze di destra e condizionare qualsiasi futuro governo.

La situazione è ancora più significativa al Senato, la camera alta reintrodotta dopo oltre tre decenni. Le proiezioni pubblicate attribuiscono a Fuerza Popular 22 seggi, a Juntos por el Perú 14, a Renovación Popular 8, al Partido del Buen Gobierno 7, al Partido Cívico Obras 5 e ad Ahora Nación 4. Anche qui Keiko Fujimori non avrebbe una maggioranza assoluta, ma il suo partito partirebbe come prima forza in un ramo del Parlamento che sarà particolarmente importante perché non potrà essere sciolto dall’Esecutivo e condizionerà la capacità di gestione del prossimo presidente.

Questo dato cambia anche il significato del ballottaggio. Se Keiko Fujimori dovesse vincere, arriverebbe al potere sostenuta dal principale blocco parlamentare, con la possibilità di saldare un’intesa con altri settori della destra e dell’ultradestra, a cominciare da Renovación Popular. Il fujimorismo potrebbe così convertire la propria prima minoranza in asse di governo, soprattutto se il secondo turno venisse presentato come un plebiscito sull’“ordine”, sulla sicurezza e sulla stabilizzazione del Paese dopo anni di crisi. Ma proprio questa promessa di ordine è il punto più inquietante: nella tradizione fujimorista, l’ordine non ha mai significato democratizzazione dello Stato, bensì concentrazione del potere, repressione del conflitto sociale, disciplinamento delle classi popolari e continuità neoliberista.

La candidatura di Roberto Sánchez assume quindi un valore che va oltre la sua percentuale al primo turno. Come abbiamo evidenziato la volta precedente, Sánchez, inizialmente dato per sconfitto nello scrutinio, era poi riuscito a risalire al secondo posto man mano che venivano contabilizzate le schede provenienti dai settori rurali. Proprio quella rimonta rurale è il cuore politico del ballottaggio. Sánchez non rappresenta soltanto una candidatura di sinistra in senso classico, ma la possibilità che il Perù profondo, andino, rurale e popolare torni a incidere dopo la ferita del golpe del 2022. È inevitabile il parallelo con Pedro Castillo, anche perché il candidato di Juntos por el Perú propone l’indulto per Castillo e la convocazione di un’Assemblea Costituente. Questi due punti toccano il nervo scoperto della crisi peruviana: da un lato, la necessità di riconoscere il carattere politico della persecuzione contro il presidente eletto; dall’altro, l’esigenza di superare un impianto istituzionale che consente al Congresso di rovesciare presidenti e paralizzare ogni progetto di trasformazione sociale.

Certamente, il nuovo quadro parlamentare offre a Sánchez un argomento potente: se il fujimorismo controlla la prima minoranza nelle due camere e Keiko Fujimori punta alla Presidenza, il ballottaggio diventa uno scontro tra concentrazione del potere e difesa del pluralismo democratico. Sánchez può presentarsi come l’unico argine alla normalizzazione del blocco golpista e alla restaurazione dell’eredità fujimorista. Può parlare ai settori popolari che hanno visto in Castillo un’occasione storica tradita dal Parlamento, ma anche a quei settori democratici e antifujimoristi che, pur non identificandosi pienamente con la sinistra, temono il ritorno di una forma di autoritarismo elettorale.

Dall’altro lato, proprio il risultato legislativo mostra quanto sarebbe difficile governare per Sánchez in caso di vittoria. Juntos por el Perú sarebbe la seconda forza alla Camera e al Senato, ma non avrebbe una maggioranza. Un eventuale presidente Sánchez dovrebbe affrontare un Parlamento in cui Fuerza Popular resta il blocco più numeroso e in cui altre forze di destra potrebbero convergere su un’agenda di contenimento, censura e sabotaggio. Il rischio è la riproduzione dello schema già visto con Castillo: un presidente eletto dai settori popolari, ma immediatamente circondato e isolato da un Congresso ostile, pronto a usare ogni leva costituzionale e politica per impedirgli di governare.

Il punto decisivo sarà la capacità di Sánchez di legare la questione sociale alla questione democratica. La povertà, la marginalizzazione delle campagne, l’insicurezza, il controllo delle risorse naturali e la sfiducia nelle istituzioni non sono temi separati dalla crisi del 2022. Sono parte dello stesso problema: uno Stato costruito per neutralizzare la partecipazione popolare e proteggere gli interessi delle élite economiche e parlamentari. Se Sánchez riuscirà a presentare l’Assemblea Costituente non come un salto nel vuoto, ma come la via per ricostruire un patto nazionale dopo anni di presidenti destituiti e governi non eletti, potrà allargare il proprio spazio politico.

Al contrario, una vittoria di Fujimori, rafforzata dal primato legislativo di Fuerza Popular, rischierebbe di chiudere il cerchio aperto con il golpe contro Castillo. Il Perù passerebbe dalla destituzione del presidente eletto alla normalizzazione elettorale del blocco che ne ha sostenuto la caduta. Il fujimorismo potrebbe rivendicare una doppia legittimazione, presidenziale e parlamentare, per imprimere al Paese una svolta securitaria e conservatrice, presentandola come uscita dalla crisi. Ma una crisi fondata sulla negazione della sovranità popolare non si risolve consegnando ancora più potere agli stessi settori che l’hanno prodotta.

Per questo il ballottaggio peruviano non sarà una normale competizione tra destra e sinistra. Sarà una prova di forza tra due idee opposte di Paese. Da un lato, un fujimorismo che cerca di convertire la frammentazione in restaurazione, il Parlamento in scudo istituzionale e la paura in consenso. Dall’altro, Roberto Sánchez, che ha davanti a sé una strada difficile ma reale: unire il voto rurale, le classi popolari, l’antifujimorismo democratico e la memoria del mandato tradito di Pedro Castillo. Il nuovo Congresso rende questa sfida più dura, ma anche più chiara. In gioco non c’è solo chi occuperà il Palazzo di Governo dopo il 7 giugno: in gioco c’è se il Perù continuerà a essere governato dalla logica del golpe permanente o se riuscirà finalmente a riaprire la strada della sovranità popolare.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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