Perù al bivio: tra il ritorno del fujimorismo e la ferita aperta del golpe contro Pedro Castillo

Il primo turno delle elezioni presidenziali peruviane conferma la profondità della crisi istituzionale aperta dal golpe parlamentare contro Pedro Castillo. Con Keiko Fujimori in testa e Roberto Sánchez in corsa per il ballottaggio, il Perù affronta il rischio di una nuova restaurazione autoritaria.

Il Perù è entrato in una nuova fase della propria crisi politica, ma non è ancora detto che questa rappresenti una via d’uscita. Le elezioni presidenziali del 12 e 13 aprile, segnate da ritardi, irregolarità logistiche, contestazioni e risultati ancora non definitivi, si collocano infatti dentro una frattura più profonda: quella aperta dal golpe parlamentare contro Pedro Castillo nel dicembre 2022, quando il presidente eletto dal popolo fu rimosso e sostituito da Dina Boluarte, poi a sua volta travolta dalla stessa macchina istituzionale che l’aveva portata al potere. A quasi tre anni da quel passaggio, il Paese andino cerca formalmente di voltare pagina attraverso le urne, ma lo fa in un contesto in cui il potere del Congresso, il peso del fujimorismo e la criminalizzazione della protesta continuano a condizionare pesantemente la vita democratica.

Quando sono passate quasi due settimane dallo svolgimento delle votazioni, i risultati sono ancora parziali, e vedono in testa Keiko Fujimori, candidata di Fuerza Popular, con il 17,05% dei voti validi, seguita dal candidato di sinistra Roberto Sánchez, rappresentante di Juntos por el Perú, con il 12,04%. In assenza di un candidato capace di superare il 50% dei voti al primo turno, la normativa peruviana prevede il ballottaggio tra i due candidati con il maggior numero di voti, al momento previsto per il 7 giugno. Tuttavia, non essendo ancora stati pubblicati i risultati definitivi, resta in gioco anche Rafael López Aliaga, al momento terzo con l’11,91% delle preferenze, altro candidato di un partito di estrema destra, Renovación Popular. Ad ogni modo, da questi numeri emerge che, in un Paese devastato dall’instabilità, dalla sfiducia nelle istituzioni e dal logoramento della sovranità popolare, nessuna forza è riuscita a imporsi come polo maggioritario. Il voto si è disperso tra molte candidature, confermando che la crisi non è soltanto governativa, ma strutturale.

Il margine ridotto tra i candidati ha inoltre trasformato la definizione del ballottaggio in un terreno di scontro politico. Il possibile accesso di Sánchez al secondo turno rappresenterebbe l’irruzione, sia pure fragile, di un’alternativa popolare e di sinistra in un sistema che negli ultimi anni ha funzionato soprattutto come dispositivo di neutralizzazione delle istanze provenienti dalle campagne, dalle periferie, dai settori andini, comunità quechua, popolazioni amazzoniche e classi popolari, con la possibilità di riprendere quel discorso che era stato bruscamente interrotto dal golpe contro Castillo. Il fatto che Sánchez, inizialmente dato come terzo classificato alle spalle di López Aliaga, sia salito progressivamente durante lo scrutinio, man mano che venivano contabilizzate le schede provenienti dai settori rurali, è politicamente significativo. Questo elemento rimanda direttamente alla geografia politica del 2021, quando Pedro Castillo, maestro rurale e sindacalista, riuscì a mobilitare un Perù profondo, spesso invisibilizzato dalle élite limegne e dai grandi media. La candidatura di Sánchez non è identica a quella di Castillo, ma intercetta almeno in parte la stessa domanda di riconoscimento, sovranità sociale e rottura con il modello oligarchico che il Congresso ha cercato di soffocare dopo il 2022.

La rimozione del presidente eletto, del resto, non fu un semplice episodio della turbolenza istituzionale peruviana: fu il momento in cui il Parlamento, dominato dalle destre e sostenuto dai settori più conservatori del Paese, impose la propria supremazia sulla volontà popolare. Dina Boluarte, eletta come vicepresidente all’interno della formula di Castillo, scelse di rompere con il mandato originario e di accettare la successione costruita dal Congresso. Da quel momento, il Paese è entrato in una stagione di repressione, morti nelle proteste, stato d’emergenza e delegittimazione delle mobilitazioni popolari. La successiva destituzione della stessa Boluarte, sostituita da José Jerí, altro presidente non eletto, non ha cancellato quel peccato originale: lo ha confermato. La “vacanza per incapacità morale permanente” è diventata lo strumento attraverso cui il Parlamento può produrre e distruggere presidenti, senza restituire realmente la parola al popolo.

La crisi peruviana è dunque il risultato di una lunga instabilità segnata dal peso del fujimorismo e della destra conservatrice, che hanno sfruttato il potere straordinario concentrato dal Congresso attraverso la figura della “vacanza per incapacità morale permanente”, una sorta di impeachment parlamentare dai contorni estremamente elastici. Questa formula, apparentemente costituzionale, ha assunto nella pratica la funzione di un’arma politica. Essa, infatti, non richiede necessariamente l’accertamento di un reato concreto, ma permette di costruire maggioranze parlamentari destituenti sulla base di valutazioni soggettive. Così sono stati colpiti, in forme diverse, presidenti appartenenti a orientamenti politici differenti, ma il caso Castillo resta il più grave perché ha riguardato un capo di Stato eletto contro l’establishment e sostenuto dai settori più marginalizzati del Paese.

In questo scenario, l’eventuale elezione di Keiko Fujimori rappresenterebbe un ulteriore arretramento del sistema democratico peruviano. Non solo perché la candidata di Fuerza Popular, figlia del dittatore Alberto Fujimori, incarna la continuità diretta con l’eredità del fujimorismo, ma perché il fujimorismo è parte integrante della crisi peruviana, non la sua soluzione. È l’eredità di un modello autoritario, neoliberista, securitario e profondamente ostile alle trasformazioni sociali. Alberto Fujimori governò attraverso una combinazione di privatizzazioni, repressione e concentrazione del potere, fino al crollo del suo regime sotto il peso degli scandali di corruzione e dei vladivideos. Dal canto suo, Keiko ha cercato più volte di presentarsi come figura democratica e normalizzata, ma il suo partito è stato uno degli attori centrali del blocco parlamentare che ha sabotato, assediato e infine contribuito a rovesciare il governo di Castillo.

Il timore per un suo ritorno al potere non nasce dunque da un pregiudizio ideologico, ma dall’esperienza concreta degli ultimi anni. Una vittoria fujimorista potrebbe chiudere il cerchio aperto nel 2022: prima la destituzione del presidente popolare, poi il governo illegittimo di Boluarte, poi la transizione guidata da José Jerí, quindi la restaurazione elettorale di una destra estrema che ha già dimostrato di considerare il voto popolare accettabile solo quando conferma i rapporti di forza dell’oligarchia. Sarebbe un ritorno all’ordine, ma non all’ordine democratico: piuttosto all’ordine dell’impunità, della criminalizzazione della protesta e della continuità neoliberista.

Per queste ragioni, Roberto Sánchez si presenta dunque non solo come candidato di sinistra, ma come possibile punto di raccolta di un malcontento più ampio. Già prima del voto la sua proposta includeva l’indulto a Pedro Castillo e la convocazione di un’Assemblea Costituente, due temi che toccano il cuore della crisi peruviana. L’indulto a Castillo avrebbe un valore non soltanto personale, ma politico: significherebbe riconoscere che la persecuzione giudiziaria e parlamentare contro il presidente eletto è parte di una strategia di disciplinamento delle classi popolari. L’Assemblea Costituente, invece, aprirebbe la possibilità di superare l’impianto istituzionale ereditato dal ciclo fujimorista, restituendo al popolo la possibilità di ridefinire le regole del patto sociale.

Naturalmente, anche un eventuale successo di Sánchez non risolverebbe automaticamente la crisi. Il nuovo Congresso bicamerale, frammentato e probabilmente dominato da forze conservatrici, potrebbe diventare un ostacolo permanente a qualsiasi governo di trasformazione. Per queste ragioni, la governabilità dipenderà in larga misura dal nuovo assetto parlamentare, nel quale il Senato non potrà essere sciolto dall’Esecutivo e la Camera dei Deputati risulterà altamente frammentata. Questo significa che il Perù rischia di riprodurre lo stesso meccanismo che ha distrutto la presidenza Castillo: un presidente eletto, se non gradito alle destre parlamentari, potrebbe essere immediatamente accerchiato, paralizzato e delegittimato.

Per questo, le elezioni presidenziali peruviane non possono essere lette come una semplice competizione tra candidati. Sono un referendum indiretto sul golpe del 2022, sulla continuità del fujimorismo e sulla possibilità di restituire dignità politica ai settori popolari. Keiko Fujimori rappresenta la chiusura autoritaria della crisi: un governo formalmente eletto ma sostanzialmente allineato con gli apparati che hanno impedito al popolo di governare attraverso Castillo. Roberto Sánchez rappresenta invece, con tutti i limiti di una candidatura emersa in un quadro frammentato, la possibilità di riaprire il discorso sulla sovranità popolare, sulla giustizia per Castillo e sulla necessità di una nuova architettura costituzionale.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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