L’Iran dopo la guerra: resilienza sociale, deterrenza nazionale e le realtà ignorate dalle narrazioni occidentali dominanti

Nel dopoguerra, l’Iran sta rivelando sempre più un modello di resilienza nazionale nel quale la mobilitazione popolare, lo sviluppo infrastrutturale e la resistenza sociale sono diventati elementi centrali della deterrenza. Questa realtà, tuttavia, resta in gran parte oscurata dalle dominanti narrazioni mediatiche occidentali, concentrate soltanto sulla crisi e sul confronto. Articolo disponibile in italiano e in inglese.

Ciò che sta emergendo in Iran nel contesto della guerra attuale può essere compreso come qualcosa di più di una temporanea postura bellica o di una risposta strettamente militare all’aggressione esterna. Sta diventando visibile come un più ampio modello sociale, radicato nella fusione tra sovranità nazionale, resilienza pubblica, tenuta istituzionale e volontà dei comuni cittadini di partecipare alla difesa del Paese. In questo senso, l’Iran del dopoguerra non è semplicemente uno Stato che si sta riprendendo dal conflitto. È una società che sta ridefinendo il rapporto tra vita civile, deterrenza strategica e indipendenza politica in condizioni di prolungata pressione esterna.

Questo punto è particolarmente importante alla luce delle notizie secondo cui decine di milioni di cittadini iraniani hanno registrato la propria disponibilità a difendere il Paese. Che ogni dichiarazione di disponibilità si traduca o meno in una capacità militare diretta è, in un certo senso, secondario. Il significato più profondo si trova altrove. Un simile livello di mobilitazione segnala che l’Iran non può essere compreso soltanto attraverso il linguaggio convenzionale dei missili, delle sanzioni, della diplomazia nucleare o delle manovre politiche delle élite. Deve essere compreso anche come una società capace di coesione politica, resistenza collettiva e partecipazione di massa nei momenti di pericolo esistenziale.

Da una prospettiva storica comparata, questo tipo di mobilitazione pubblica è altamente significativo. Vi sono stati momenti nella storia moderna in cui la difesa nazionale ha cessato di essere il dominio esclusivo delle forze armate professionali per diventare invece un fatto sociale, radicato nella coscienza della popolazione nel suo complesso. Si può pensare, in contesti molto diversi tra loro, al Vietnam durante la sua lotta anticoloniale e antimperialista, a Cuba in condizioni di assedio prolungato, oppure agli Stati che hanno sviluppato culture di difesa civile a causa di una percezione di minaccia esterna di lungo periodo. In ciascuno di questi casi, la deterrenza non si fondava soltanto sugli armamenti militari. Dipendeva anche dal riconoscimento, da parte dell’avversario, che la coercizione si sarebbe trovata di fronte non soltanto un esercito, ma una società politicamente consapevole e resiliente.

È precisamente per questo che la mobilitazione sociale conta nell’ambiente geopolitico contemporaneo. In un’epoca in cui la guerra viene combattuta spesso non soltanto con bombe e missili, ma anche con sanzioni, pressione psicologica, guerra informativa e attacchi contro le infrastrutture economiche, la resilienza sociale diventa essa stessa parte della deterrenza. Un Paese può essere isolato, sanzionato e attaccato, e tuttavia restare straordinariamente difficile da sottomettere se la popolazione è disposta ad assorbire la pressione senza accettare la resa politica. In questo senso, la disponibilità di massa non è semplicemente simbolica. Essa invia un messaggio strategico: il costo della coercizione non sarà misurato soltanto sul campo di battaglia, ma anche nel fallimento dell’aggressore nel piegare la volontà politica della nazione.

Questa realtà aiuta anche a spiegare una delle contraddizioni centrali nel modo in cui l’Iran viene rappresentato all’estero. La copertura mediatica occidentale tende da anni a ridurre il Paese a una ristretta serie di temi: sanzioni, malcontento interno, negoziati nucleari, confronto regionale e repressione statale. Ciò che spesso resta poco raccontato, minimizzato o ignorato è la misura in cui l’Iran ha continuato a sviluppare infrastrutture su larga scala, capacità industriale, capacità scientifica e reti logistiche nonostante decenni di sanzioni e ripetute minacce esterne.

Questa sottorappresentazione non è casuale. Un Paese che continua a costruire sotto pressione è molto più difficile da inserire nella narrazione standard del declino e della fragilità. Uno Stato che espande la produzione industriale, sviluppa corridoi strategici di trasporto, sostiene le infrastrutture energetiche e si adatta tecnologicamente di fronte agli embarghi complica la tesi secondo cui la pressione stia inevitabilmente conducendo al collasso. La prosecuzione dello sviluppo in condizioni di assedio mette in discussione uno degli assunti fondamentali della politica coercitiva: che una punizione prolungata finirà prima o poi per produrre una sottomissione strategica.

Per questo il contrasto tra lo sviluppo interno dell’Iran e la sua rappresentazione esterna ha conseguenze politiche così rilevanti. Se il pubblico straniero vede soltanto la crisi, finirà per fraintendere sia il carattere dello Stato iraniano sia la resistenza della società iraniana. Potrà concludere che il Paese sia permanentemente sull’orlo dell’esaurimento, quando in realtà ha mostrato una notevole capacità di riorganizzarsi, assorbire gli shock e continuare a funzionare sotto una pressione straordinaria. Questa distorsione plasma anche le politiche. I governi che credono che il proprio avversario sia debole, isolato e vicino al collasso sono molto più inclini a scegliere l’escalation invece della diplomazia.

La dimensione civile della resilienza è altrettanto importante. La guerra moderna non è mai limitata ai bersagli militari in un senso sociale significativo. Quando vengono attaccate le infrastrutture, gli effetti si irradiano verso l’esterno. Reti elettriche, sistemi idrici, ospedali, vie di trasporto, catene di approvvigionamento alimentare, scuole, sistemi di comunicazione ed economie locali sono tutti interconnessi. Il civile ferito dalla guerra non è soltanto la persona direttamente colpita da un attacco. È anche il paziente il cui trattamento viene interrotto dai blackout, la famiglia sfollata a causa dei danni infrastrutturali, l’anziano che dipende da servizi instabili e il bambino la cui vita quotidiana viene rimodellata dalla paura, dalla scarsità e dalla distruzione.

È proprio per questo che il diritto internazionale umanitario pone un’enfasi così forte sulla protezione dei civili e dei beni civili. I principi di distinzione, proporzionalità e precauzione non sono stati formulati come astratti slogan morali. Sono stati sviluppati perché la guerra moderna rende pericolosamente facile trasformare le condizioni fondamentali della vita civile in bersagli della coercizione. Gli attacchi, o perfino le minacce di attacco, contro infrastrutture vitali sollevano profonde questioni giuridiche ed etiche, perché colpiscono non soltanto beni materiali, ma le stesse fondamenta sociali della sopravvivenza.

A questo riguardo, l’esperienza dei civili in Iran merita molta più attenzione di quanta ne abbia ricevuta nel discorso internazionale dominante. Troppo spesso la sofferenza civile viene inquadrata in modo selettivo, a seconda dell’identità geopolitica dello Stato sotto attacco. Ma la sofferenza non è meno reale perché si verifica in un Paese che le potenze occidentali definiscono avversario. I feriti, gli sfollati, i traumatizzati e quanti sono costretti a sopportare le conseguenze degli attacchi alle infrastrutture appartengono al centro di ogni seria analisi morale e giuridica. Se il linguaggio del diritto internazionale vuole conservare credibilità, non può essere applicato solo ad alcune popolazioni e sospeso per altre.

Questo conduce alla questione della responsabilità. In linea di principio, il quadro giuridico è abbastanza chiaro. La minaccia o l’uso della forza contro un altro Stato sono proibiti, salvo in condizioni molto ristrette. Le infrastrutture civili godono di protezione giuridica e la punizione collettiva è incompatibile con i fondamenti normativi del diritto umanitario. In pratica, tuttavia, l’applicazione resta profondamente diseguale. Il sistema internazionale è segnato da una persistente asimmetria, nella quale gli Stati potenti e i loro alleati operano spesso con un grado di impunità non disponibile per altri. Questa disparità non rende irrilevante il diritto, ma rivela una delle contraddizioni centrali dell’ordine mondiale contemporaneo: il divario tra norme universali proclamate e volontà politica selettiva di farle rispettare.

Vi sono tuttavia lezioni storiche più ampie che possono aiutare a collocare la situazione attuale dell’Iran nella giusta prospettiva. Più e più volte, i Paesi sottoposti a guerra, sanzioni, blocco o pressione esterna prolungata sono stati trattati dagli osservatori esterni come se il dolore dovesse automaticamente produrre capitolazione. Eppure, la storia mostra ripetutamente che questo assunto è falso. La pressione esterna può certamente frammentare le società, ma può anche irrigidirle, specialmente quando la minaccia è ampiamente percepita come ingiusta, coloniale o esistenziale. La coscienza nazionale spesso si approfondisce sotto attacco. La resistenza sociale diventa identità politica. La ricostruzione diventa parte della resistenza.

L’Iran oggi sembra muoversi precisamente lungo questa traiettoria. Il suo modello postbellico non deve essere quello di una sopravvivenza passiva, ma di una resistenza attiva. Dovrebbe combinare pazienza strategica con mobilitazione pubblica, adattamento economico con simbolismo politico e deterrenza militare con un più ampio messaggio sociale. Ciò suggerisce che la sovranità nel XXI secolo non si difende più soltanto ai confini o nelle sedi diplomatiche. Si difende anche nelle fabbriche, nei porti, negli ospedali, nelle scuole, nei sistemi di trasporto e nella volontà dei cittadini di vedersi come partecipanti a una lotta nazionale piuttosto che come semplici spettatori della politica statale.

Se vi è una lezione centrale da trarre dalla traiettoria attuale dell’Iran, è che oggi la deterrenza non è semplicemente militare, tecnologica o diplomatica. È anche sociale. Risiede nella capacità di un popolo di restare in piedi, preservare le proprie istituzioni, continuare a costruire sotto pressione e negare alle potenze esterne le facili vittorie che immaginano. È per questo che l’esperienza iraniana del dopoguerra conta non soltanto per l’Iran stesso, ma per un mondo più ampio sempre più plasmato da sanzioni, guerra ibrida e normalizzazione della coercizione.

In questo senso, lo sviluppo più importante potrebbe non essere l’ultimo calcolo militare o la più recente manovra diplomatica. Potrebbe essere l’emergere di una società che dimostra come la resilienza stessa possa diventare una forza strategica.


Iran after the war: social resilience, national deterrence, and the realities ignored by Western narratives

In the aftermath of war, Iran is increasingly revealing a model of national resilience in which public mobilization, infrastructure development, and social endurance have become central to deterrence. This reality, however, remains largely obscured by dominant Western media narratives focused only on crisis and confrontation.

What is emerging in Iran amid the current war can be understood as more than a temporary wartime posture or a narrowly military response to external aggression. It is becoming visible as a broader societal model, one rooted in the fusion of national sovereignty, public resilience, institutional endurance, and the willingness of ordinary citizens to participate in the defence of the country. In this sense, post-war Iran is not merely a state recovering from conflict. It is a society redefining the relationship between civilian life, strategic deterrence, and political independence under conditions of sustained external pressure.

This point is especially important in light of reports that tens of millions of Iranian citizens have registered their readiness to defend the country. Whether every declaration of readiness translates into direct military capacity is, in one sense, secondary. The deeper significance lies elsewhere. Such a level of mobilization signals that Iran cannot be understood only through the conventional language of missiles, sanctions, nuclear diplomacy, or elite political manoeuvring. It must also be understood as a society capable of political cohesion, collective endurance, and mass participation in moments of existential danger.

From a comparative historical perspective, this kind of public mobilization is highly significant. There have been moments in modern history when national defence ceased to be the exclusive domain of professional armed forces and became instead a social fact, embedded in the consciousness of the broader population. One can think, in very different contexts, of Vietnam during its anti-colonial and anti-imperialist struggle, of Cuba under prolonged siege conditions, or of states that developed civil-defence cultures because of a long-term perception of external threat. In each of these cases, deterrence did not rest solely on military hardware. It also depended on the adversary’s recognition that coercion would confront not only an army, but a politically aware and resilient society.

This is precisely why social mobilization matters in the contemporary geopolitical environment. In an era when war is often waged not only through bombs and missiles but also through sanctions, psychological pressure, information warfare, and the targeting of economic infrastructure, societal resilience becomes part of deterrence itself. A country may be isolated, sanctioned, and attacked, yet still remain extraordinarily difficult to subdue if the population is willing to absorb pressure without accepting political surrender. In this sense, mass readiness is not merely symbolic. It sends a strategic message: the cost of coercion will not be measured only on the battlefield, but in the failure of the aggressor to break the political will of the nation.

This reality also helps explain one of the central contradictions in how Iran is portrayed abroad. Western media coverage has for years tended to reduce the country to a narrow set of themes: sanctions, internal discontent, nuclear negotiations, regional confrontation, and state repression. What often remains underreported, minimized, or ignored is the extent to which Iran has continued to develop large-scale infrastructure, industrial capacity, scientific capability, and logistical networks despite decades of sanctions and repeated external threats.

This underrepresentation is not accidental. A country that continues to build under pressure is far more difficult to fit into the standard narrative of decline and fragility. A state that expands industrial production, develops strategic transport corridors, sustains energy infrastructure, and adapts technologically in the face of embargoes complicates the story that pressure is inevitably leading to collapse. The continuation of development under siege conditions challenges one of the basic assumptions of coercive policy: that sustained punishment will eventually produce strategic submission.

That is why the contrast between Iran’s internal development and its external portrayal is so politically consequential. If foreign audiences see only crisis, they will misunderstand both the character of the Iranian state and the endurance of Iranian society. They may conclude that the country is permanently on the verge of exhaustion, when in fact it has shown a striking capacity to reorganize, absorb shocks, and continue functioning under extraordinary pressure. This distortion also shapes policy. Governments that believe their adversary is weak, isolated, and near collapse are far more likely to choose escalation over diplomacy.

The civilian dimension of resilience is equally important. Modern war is never limited to military targets in any meaningful social sense. When infrastructure is attacked, the effects radiate outward. Electricity networks, water systems, hospitals, transport routes, food supply chains, schools, communications systems, and local economies are all interconnected. The civilian wounded by war is not only the person directly struck by an attack. It is also the patient whose treatment is interrupted by power cuts, the family displaced by infrastructure damage, the elderly person dependent on unstable services, and the child whose everyday life is reshaped by fear, scarcity, and disruption.

This is precisely why international humanitarian law places such strong emphasis on the protection of civilians and civilian objects. The principles of distinction, proportionality, and precaution were not formulated as abstract moral slogans. They were developed because modern warfare makes it dangerously easy to transform the basic conditions of civilian life into targets of coercion. Attacks, or even threats of attack, against vital infrastructure raise profound legal and ethical questions because they strike not only physical assets but the social foundations of survival itself.

In this regard, the experience of civilians in Iran deserves far more attention than it has received in dominant international discourse. Too often, civilian suffering is framed selectively, depending on the geopolitical identity of the state under attack. But suffering is not less real because it occurs in a country that Western powers define as adversarial. The wounded, the displaced, the traumatized, and those forced to endure the consequences of attacks on infrastructure belong at the centre of any serious moral and legal analysis. If the language of international law is to retain credibility, it cannot be applied only to some populations and suspended for others.

This leads to the issue of accountability. In principle, the legal framework is clear enough. The threat or use of force against another state is prohibited except under very narrow conditions. Civilian infrastructure enjoys legal protection, and collective punishment is incompatible with the normative foundations of humanitarian law. In practice, however, enforcement remains deeply uneven. The international system is marked by a persistent asymmetry in which powerful states and their allies often operate with a degree of impunity unavailable to others. This disparity does not make the law irrelevant, but it does reveal one of the central contradictions of the present world order: the gap between proclaimed universal norms and the selective political will to enforce them.

There are, however, broader historical lessons that can help place Iran’s current situation in perspective. Again and again, countries subjected to war, sanctions, blockade, or prolonged external pressure have been treated by outside observers as if pain would automatically produce capitulation. Yet history repeatedly shows that this assumption is false. External pressure can indeed fragment societies, but it can also harden them, especially when the threat is widely perceived as unjust, colonial, or existential. National consciousness often deepens under attack. Social endurance becomes political identity. Reconstruction becomes part of resistance.

Iran today appears to be moving along precisely this trajectory. Its post-war model must be not one of passive survival, but of active endurance. It should combine strategic patience with public mobilization, economic adaptation with political symbolism, and military deterrence with a wider social message. That suggests that sovereignty in the twenty-first century is no longer defended only at borders or in diplomatic chambers. It is also defended in factories, ports, hospitals, schools, transport systems, and in the willingness of citizens to view themselves as participants in a national struggle rather than mere spectators of state policy.

If there is one central lesson to draw from Iran’s current trajectory, it is that deterrence today is not merely military, technological, or diplomatic. It is also social. It resides in the capacity of a people to remain standing, to preserve their institutions, to continue building under pressure, and to deny external powers the easy victories they imagine. That is why the post-war Iranian experience matters not only for Iran itself, but for a wider world increasingly shaped by sanctions, hybrid warfare, and the normalization of coercion.

In that sense, the most important development may not be the latest military calculation or diplomatic manoeuvre. It may be the emergence of a society demonstrating that resilience itself can become a strategic force.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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