La Cub esprime solidarietà alle giornaliste e ai giornalisti in sciopero, denunciando precarietà, sfruttamento, salari erosi, ricatto tecnologico e smantellamento contrattuale. Una presa di posizione netta in difesa della libertà di stampa e di condizioni di lavoro dignitose.

Solidarietà della Cub alle giornaliste e ai giornalisti in sciopero (per la terza volta) giovedì 16 aprile.
Abbiamo atteso la fine dello sciopero per non scrivere frasi di circostanza. Siamo convinti che il giornalismo sia un caposaldo della democrazia e le querele rappresentino uno strumento di pressione sulla libertà di espressione, una sorta di minaccia ad orologeria.
Non sempre condividiamo quanto viene scritto dagli organi di stampa. Molte volte abbiamo contestato a testate di vario genere un’eccessiva sudditanza verso i poteri forti.
Ma oggi, nel mondo del giornalismo, esiste una realtà che merita di essere affrontata anche da chi giornalista non è: la realtà che sostituisce l’uomo e la donna con l’Intelligenza artificiale, le condizioni di sfruttamento a cui sono soggetti i giovani praticanti, un contratto scaduto da 10 anni con gli Editori mai richiamati al loro dovere dai governanti di turno, forse perché chiunque oggi governi vuole accattivarsi le simpatie dei padroni mediatici.
Stipendi erosi dall’inflazione, prepensionamenti, mancate sostituzioni nelle redazioni che hanno visto perdere anche i due terzi degli organici. Migliaia di collaboratori e a partita IVA da anni attendono la determinazione dell’equo compenso, avendo redditi inferiori alla soglia di povertà. Un numero elevato di precari.
Forse sembrerà paradossale, ma la condizione in cui vivono oggi i giornalisti non è poi differente da quella di qualche magazzino della logistica. È paradossale, ma anche il segno di tempi nei quali certe professioni sono state svilite tra strapotere datoriale e precarizzazione dei rapporti di lavoro.
Gli editori non intendono sottoscrivere il contratto, scaduto da 10 anni, e vorrebbero imporre “regole contrattuali per recuperare efficienza e produttività”. Salari senza dignità, carichi di lavoro pesanti con redazioni ormai vuote, eppure gli editori parlano di un contratto rigido con troppi istituti ingessati e insostenibili che, se applicati, aggraverebbero la situazione economica delle aziende.
Oggi in Italia si legge poco. Siamo tra i paesi con meno acquisti di libri e giornali. Non è precarizzando oltre ogni limite che recupereranno margini di profitto o cedendo alle lusinghe della IA.
Gli editori vorrebbero ridurre ferie e permessi, cancellare un’indennità per le festività soppresse, le maggiorazioni per i festivi e le domeniche, rimuovere gli scatti di anzianità legati alla retribuzione, insomma costruire un’impalcatura contrattuale che, al posto delle regole, favorirà una sorta di giungla senza diritti e tutele individuali e collettive.
Chi oggi pensa che il lavoro del giornalista sia un’occupazione da privilegiati vive su un altro pianeta, meglio scendere con i piedi per terra e solidarizzare per avere una stampa libera da condizionamenti e con contratti dignitosi.
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