L’elezione del presidente il 3 aprile e l’insediamento del nuovo governo segnano in Myanmar un passaggio istituzionale importante. La transizione, tuttavia, non va letta con schemi semplicistici: tra continuità del potere militare, conflitti etnici e ricerca di stabilità, il quadro resta profondamente complesso.

L’elezione di Min Aung Hlaing alla presidenza del Myanmar lo scorso 3 aprile e il suo giuramento del successivo 10 aprile rappresentano un passaggio politico rilevante nel processo di normalizzazione che sta vivendo il Paese del Sud-Est asiatico. Sul piano formale, il Myanmar è infatti entrato in una nuova fase, con il trasferimento delle responsabilità statali a un governo costituito attraverso il nuovo Parlamento e con la definizione di un esecutivo, di vicepresidenze e di una rinnovata architettura istituzionale. Sul piano sostanziale, però, questa trasformazione non coincide con una semplice restaurazione della vita civile in senso pieno, bensì con il tentativo di trasformare un potere militare diretto in una forma di governo formalmente civile ma ancora fortemente guidata dal Tatmadaw e dai suoi uomini, al fine di continuare a garantire una certa stabilità.
Per comprendere la situazione del Myanmar al di là dei cliché più diffusi, bisogna innanzitutto uscire da una lettura che riduce tutto allo schema “dittatura contro democrazia” come se il conflitto fosse nato dal nulla nel 2021. Il colpo di Stato di quell’anno ha certamente aperto una nuova fase politica, ma il Myanmar è segnato da guerre interne, insorgenze etniche e tensioni tra centro e periferie fin dall’indipendenza del 1948. La guerra civile attuale è quindi il prodotto di un conflitto storico mai davvero risolto tra lo Stato centrale, la maggioranza bamar e una pluralità di organizzazioni armate etniche attive soprattutto nelle regioni di confine.
È dentro questo quadro che va collocato il processo di “normalizzazione” rivendicato dalle autorità di Naypyidaw. Il nuovo presidente ha dichiarato che il governo intende seguire una road map basata su democrazia e federalismo, indicando come priorità la pace, la riconciliazione, la crescita degli investimenti e il miglioramento dei rapporti con l’ASEAN. In un discorso successivo all’elezione, pubblicato dal Ministero dell’Informazione, Min Aung Hlaing ha sostenuto che, nonostante difficoltà e violenza, il Tatmadaw avrebbe lavorato per riportare il Paese sulla strada della democrazia, per proseguire il processo dell’Accordo nazionale di cessate il fuoco e per invitare i gruppi armati a scegliere il dialogo invece delle armi. Questa è la narrativa ufficiale del nuovo corso, e sarebbe un errore analitico ignorarla, perché essa definisce il linguaggio politico con cui il nuovo governo cerca oggi di presentarsi sia all’interno sia all’esterno.
Detto questo, sarebbe altrettanto sbagliato scambiare la nuova veste costituzionale per una piena civilizzazione del potere. Il nuovo gabinetto approvato dal Parlamento resta infatti dominato da ex generali, ex ufficiali e figure legate al precedente apparato di governo: nel dettaglio, 24 ministri su 30 provengono direttamente dall’ambiente militare o dal partito filo-militare USDP (Union Solidarity and Development Party), e 18 avevano già fatto parte del precedente governo. È stato inoltre creato un nuovo organo, il Consiglio Consultivo dell’Unione, definito da alcuni osservatori una sorta di “superbody”, destinato a sovrintendere sia l’amministrazione civile sia quella militare. In altre parole, la transizione in atto non va letta come uscita del Tatmadaw dalla politica, ma come suo riposizionamento entro una nuova cornice istituzionale.
Sebbene questi elementi siano oggettivi, riteniamo necessario sottolineare ancora una volta come una parte della stampa occidentale tenda a presentare ogni sviluppo politico del Myanmar esclusivamente come maquillage, senza cogliere che il Tatmadaw non è solo un attore armato che si sovrappone allo Stato, ma costituisce da decenni uno dei pilastri dell’ordine statale birmano. Questo significa riconoscere un dato strutturale, ovvero il nuovo assetto nasce dal tentativo di riconvertire un predominio storico-militare in una formula istituzionale capace di apparire più ordinata, più gestibile e più presentabile sul piano regionale. Anche per questo il sistema continua a garantire alle forze armate una quota del 25% dei seggi parlamentari, mentre il partito USDP ha conquistato la grande maggioranza dei seggi elettivi nelle consultazioni tra dicembre e gennaio.
In questo senso, l’elezione del presidente il 3 aprile e il giuramento del 10 aprile non sono semplicemente l’atto finale di una messa in scena, ma il tentativo di ristabilire una verticalità istituzionale dopo cinque anni di governo militare diretto, guerra civile e dislocazione del potere. All’insediamento hanno inoltre partecipato più di 50 delegati stranieri, tra cui rappresentanti di Cina, Russia e Thailandia, segnale che il Myanmar non è affatto completamente isolato e che una parte del suo vicinato è pronta a mantenerne aperti i canali diplomatici.
La dimensione regionale è infatti decisiva. Da un lato, l’ASEAN non ha riconosciuto le elezioni del gennaio 2026 e ha evitato di certificarne il processo, confermando che la piena reintegrazione diplomatica del Myanmar nel Sud-Est asiatico è ancora lontana. Dall’altro lato, lo stesso nuovo presidente ha fatto della normalizzazione con l’ASEAN uno degli obiettivi dichiarati del suo mandato, segno che Naypyidaw sa bene di non poter restare indefinitamente ai margini del quadro regionale. In parallelo, la Cina ha salutato positivamente la nuova amministrazione e ha assicurato sostegno alla pace e alla stabilità, mentre altri attori asiatici continuano a privilegiare un approccio pragmatico piuttosto che una linea di isolamento assoluto. La partita, dunque, non si gioca solo sul piano interno, ma anche su quello della reintegrazione esterna.
La questione di fondo, allora, non è scegliere tra due descrizioni opposte e ugualmente povere — “ritorno alla democrazia” oppure “pura farsa” — ma capire quale tipo di ordine politico stia emergendo. Quello che si profila oggi in Myanmar è un sistema ibrido: formalmente costituzionale, sostanzialmente tutelato dal Tatmadaw, orientato a trasformare il potere militare diretto in un’autorità più istituzionalizzata e meno eccezionale. È un modello che può produrre una certa stabilizzazione amministrativa e una parziale riapertura diplomatica, ma che difficilmente potrà diventare un ordine duraturo se non riuscirà a incorporare almeno una parte del pluralismo etnico e politico che continua a sfidarlo sul terreno. Le stesse dichiarazioni ufficiali sul federalismo, la pace e la riforma costituzionale indicano che il problema è stato ormai riconosciuto, anche se non ancora risolto.
Per questo la situazione del Myanmar va osservata con maggiore sobrietà e meno moralismo automatico. Il nuovo presidente non inaugura una democrazia liberale nel senso occidentale del termine, ma neppure presiede un Paese immobile, privo di dinamiche istituzionali o di margini di evoluzione. Il Myanmar è un Paese in cui il potere militare cerca di rifondarsi come potere politico regolato; in cui la guerra continua ma non esaurisce tutti i canali della politica; in cui la normalizzazione è reale come processo amministrativo e diplomatico, ma ancora incompleta e contraddittoria come soluzione nazionale. Il futuro dipenderà dalla capacità del nuovo governo di trasformare formule come “pace”, “federalismo”, “amnistia” e “sviluppo” in pratiche concrete, allargando il dialogo, riducendo la violenza e costruendo una legittimità che non sia soltanto il prolungamento istituzionale del comando militare.
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