Intervistato da Mehr News Agency, Giulio Chinappi afferma che il blocco navale di Washington nello Stretto di Hormuz viola il diritto internazionale ed equivale a una “guerra economica coercitiva” contro la nazione iraniana.

Intervista realizzata da Mohaddeseh Pakravan per Mehr News Agecy – 15 aprile 2026
TEHERAN, 15 aprile (MNA) – L’analista geopolitico italiano Giulio Chinappi afferma che il blocco navale di Washington nello Stretto di Hormuz viola il diritto internazionale e equivale a una “guerra economica coercitiva” contro la nazione iraniana.
Washington e Tel Aviv hanno formato una coalizione per lanciare un attacco militare coordinato e non provocato contro l’Iran il 28 febbraio 2026, prendendo di mira siti politici di vertice, nucleari, militari e civili in tutto il paese. L’aggressione ha provocato immediate e prolungate rappresaglie da parte delle Forze Armate iraniane contro gli interessi israeliani e statunitensi nella regione. La guerra ha causato 3.375 morti identificati all’interno dell’Iran, una quota significativa dei quali sono civili comuni.
Dopo settimane di ostilità, una fragile tregua di due settimane è stata mediata dal Pakistan ed è entrata in vigore il 10 aprile, salutata da Teheran come una “vittoria iraniana” fondata sul suo quadro di pace in 10 punti. Tuttavia, i successivi colloqui diretti a Islamabad tra le delegazioni iraniana e statunitense, guidate dal vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance e dal presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, si sono conclusi il 12 aprile senza un accordo di pace dopo 21 ore. Le “eccessive richieste” di Washington riguardo allo Stretto di Hormuz e al programma nucleare iraniano sono state indicate da fonti iraniane come i principali punti di contrasto.
Per fare maggiore luce sulle dimensioni della guerra, Mehr News Agency ha contattato Giulio Chinappi, analista politico italiano e ricercatore del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo (CeSEM).
Di seguito il testo integrale dell’intervista:
Esistono resoconti documentati di vasti attacchi contro aree residenziali e strutture mediche da parte degli Stati Uniti e di Israele. In particolare, il bombardamento della scuola elementare Shajareh Tayyebeh a Minab ha provocato la morte di oltre 160 persone, soprattutto bambini. Da una prospettiva di diritto internazionale, in che modo la comunità internazionale e istituzioni come la CPI dovrebbero valutare le affermazioni secondo cui tali attacchi sarebbero “errori”, a fronte di un più ampio schema di attacchi contro beni civili, inclusi numerosi siti del patrimonio culturale registrati?
L’attacco contro la scuola di Minab non dovrebbe essere valutato come un “errore” isolato, nel vuoto. Perfino i media occidentali hanno riferito che gli investigatori militari statunitensi ritengono probabile che siano state le forze americane a colpire la scuola Shajareh Tayyebeh a Minab, mentre la Missione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sulla Repubblica Islamica dell’Iran ha affermato che l’attacco è stato profondamente scioccante e che la maggior parte delle vittime era composta da scolarette di età compresa tra i sette e i dodici anni. Anche Human Rights Watch ha trattato l’attacco come parte di un più ampio conflitto armato internazionale nel quale scuole, strutture sanitarie, abitazioni e altri siti civili sono stati colpiti.
Dal punto di vista del diritto internazionale, una volta che un simile episodio si inserisce in un più ampio schema di attacchi contro beni civili, le questioni giuridiche centrali diventano la distinzione, la proporzionalità, le precauzioni concretamente praticabili e la responsabilità di comando, non semplicemente il fatto che un singolo attacco possa essere etichettato a posteriori come un errore. L’argomento dell’“errore” non chiude l’indagine, ma ne apre una più profonda sul processo di selezione del bersaglio, sulle informazioni di intelligence utilizzate, sulla prevedibilità del danno ai civili e sul fatto che alti funzionari civili o militari abbiano agito deliberatamente o con imprudenza. Lo stesso vale per gli attacchi che colpiscono il patrimonio culturale: l’UNESCO ha affermato che quattro siti iraniani del Patrimonio Mondiale hanno subito danni durante la guerra e lo Statuto di Roma considera i bombardamenti intenzionali contro edifici dedicati all’istruzione, alla religione, all’arte, alla scienza o contro monumenti storici come potenziali crimini di guerra.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha pubblicamente minacciato che “un’intera civiltà morirà”, e la coalizione militare israelo-statunitense ha riconosciuto una campagna che prende di mira ponti, centrali elettriche e ferrovie. Quando un funzionario statunitense in carica minaccia la cancellazione di un’antica civiltà e smantella sistematicamente le infrastrutture essenziali alla sopravvivenza dei civili, in che modo questa retorica e questa azione minano i divieti delle Convenzioni di Ginevra contro la punizione collettiva e contro gli attacchi a oggetti indispensabili alla vita civile?
La dichiarazione del presidente Trump secondo cui “un’intera civiltà morirà stanotte”, insieme alle sue separate minacce di distruggere ponti e centrali elettriche, non costituisce una retorica giuridicamente o politicamente neutrale. Human Rights Watch osserva che le dichiarazioni di alti funzionari non sono automaticamente, di per sé, crimini di guerra, ma possono rappresentare una potente prova di intento criminale se a esse seguono corrispondenti attacchi illegali; la stessa fonte rileva inoltre che i funzionari possono essere perseguiti per aver ordinato, sollecitato o indotto dei crimini quando esiste un legame sufficiente tra le loro parole e gli atti successivi. Perfino alcuni esperti legali occidentali hanno avvertito che le ampie minacce di Trump contro ponti e centrali elettriche potrebbero configurare crimini di guerra, poiché tali infrastrutture sono presumibilmente civili, a meno che non vengano utilizzate per uno scopo militare concreto e diretto. In questa luce, la retorica sull’annientamento di una civiltà e lo smantellamento sistematico delle infrastrutture essenziali corrodono direttamente la logica protettiva delle Convenzioni di Ginevra: normalizzano la punizione di un’intera popolazione civile per una controversia tra governi, ed è proprio su questo terreno che il divieto di punizione collettiva perde forza nella pratica.
Dopo il fallimento dei negoziati, il presidente degli Stati Uniti ha avviato un piano di blocco navale dello Stretto di Hormuz, una via d’acqua internazionale vitale per la sicurezza energetica globale. L’avvertimento del presidente Trump secondo cui qualsiasi iraniano “salterà in aria fino all’inferno” se opporrà resistenza ha fatto salire le tensioni. A suo avviso, questo blocco costituisce un atto di guerra legittimo o un atto di aggressione economica e di punizione collettiva contro la nazione iraniana?
Ai sensi della Carta delle Nazioni Unite, il blocco è una classica misura coercitiva associata all’applicazione del Capitolo VII, cioè un’azione ordinariamente legata all’autorità del Consiglio di Sicurezza. Separatamente, il Manuale di Sanremo consente i blocchi belligeranti nei conflitti armati solo a condizioni rigorose: devono essere dichiarati e notificati, efficaci, imparziali, non devono impedire l’accesso ai porti neutrali e non devono avere lo scopo o l’effetto prevedibile di affamare i civili o privarli di beni essenziali alla sopravvivenza; devono inoltre consentire il passaggio di forniture mediche e, laddove i civili non siano adeguatamente riforniti, di beni essenziali. Il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) afferma che l’attuale blocco statunitense è diretto contro i porti iraniani e non ostacola il transito neutrale attraverso lo Stretto di Hormuz; tuttavia, perfino alleati degli Stati Uniti come il governo britannico si sono rifiutati di sostenerlo in assenza di una “chiara base giuridica”, mentre Trump ha pubblicamente minacciato che qualsiasi iraniano che avesse aperto il fuoco contro forze statunitensi o navi pacifiche sarebbe “saltato in aria fino all’inferno”. A mio avviso, data l’assenza di un mandato del Consiglio di Sicurezza, la fortemente controversa narrazione di autodifesa che circonda la guerra e l’esplicito obiettivo coercitivo di aumentare la pressione dopo il fallimento dei colloqui, questo blocco va inteso più come una guerra economica coercitiva e una grave forma di pressione collettiva sulla nazione iraniana che come una misura di applicazione chiaramente legittima.
I colloqui di 21 ore a Islamabad sono falliti quando la delegazione statunitense, come annunciato da funzionari iraniani, ha avanzato richieste “eccessive”. Considerando il principio dell’uguaglianza sovrana tra le nazioni, in che modo la comunità internazionale vede tali tattiche negoziali? Si tratta di una ricerca genuina della pace o di uno sforzo premeditato per imporre una capitolazione e fornire un pretesto per ulteriori azioni militari?
I colloqui di Islamabad illustrano la tensione tra diplomazia e diktat. Sono stati i colloqui di più alto livello tra Stati Uniti e Iran dal 1979, ma sono falliti, dopo di che Washington è passata direttamente al blocco. Secondo le notizie emerse, uno dei principali punti di attrito era una proposta statunitense per una lunga moratoria sull’arricchimento, a quanto riportato fino a 20 anni, insieme alla rimozione del materiale arricchito già esistente in Iran. In termini astratti, una trattativa dura è normale in diplomazia. Ma quando simili richieste vengono avanzate nel contesto di una pressione militare in corso, di minacce pubbliche contro infrastrutture civili e dell’immediato ricorso a un blocco dopo il fallimento dei negoziati, cessano di apparire come una normale contrattazione reciproca e cominciano a somigliare a condizioni di capitolazione. In base al principio dell’uguaglianza sovrana, i negoziati dovrebbero puntare a una soluzione reciprocamente accettabile, non allo svuotamento unilaterale della lecita capacità sovrana di uno Stato. Per questa ragione, gran parte della comunità internazionale, soprattutto nel Sud Globale, è probabilmente incline a leggere il fallimento del processo di Islamabad meno come prova del fatto che la diplomazia fosse esaurita, e più come dimostrazione che la diplomazia era subordinata alla coercizione.
A mio avviso, la sequenza degli eventi suggerisce con forza una premeditazione più che una sincera ricerca della pace. Quando richieste massimaliste vengono avanzate in un contesto già segnato da pressione militare, minacce pubbliche e rapida preparazione di misure coercitive in caso di fallimento, i negoziati rischiano di diventare meno un canale di compromesso e più uno strumento tattico concepito per imporre la capitolazione. Questo merita una chiara condanna, perché una diplomazia condotta in questo modo cessa di essere uno sforzo in buona fede per prevenire la guerra e diventa invece parte dell’escalation stessa, fornendo un pretesto politico e retorico per ulteriori azioni militari.
L’Iran è stato costretto a difendersi mentre contemporaneamente veniva messo sotto pressione da iniziative diplomatiche guidate dall’Occidente. Quale messaggio invia ad altre nazioni del Sud Globale la risposta del mondo, o la sua assenza, di fronte alla distruzione di scuole, ospedali e ponti in Iran, riguardo all’affidabilità del diritto internazionale come scudo contro la potenza militare dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU?
Il messaggio più ampio inviato al Sud Globale è estremamente dannoso. La missione d’inchiesta delle Nazioni Unite ha affermato che gli attacchi iniziali erano contrari alla Carta delle Nazioni Unite. Human Rights Watch e fonti collegate all’UNESCO hanno poi documentato uno schema che comprende un attacco contro una scuola a Minab con numerose vittime, attacchi contro infrastrutture civili e danni a molteplici siti del Patrimonio Mondiale. Tuttavia, l’accertamento delle responsabilità resta incerto perché la Corte penale internazionale non ha qui una giurisdizione automatica, dal momento che Stati Uniti, Israele, Iran e Libano non sono parti dello Statuto di Roma; dunque, la giurisdizione della CPI richiederebbe o un rinvio del Consiglio di Sicurezza oppure un’accettazione formale della giurisdizione da parte di uno Stato non parte. La lezione che ne deriva è cupa ma evidente: il diritto internazionale resta universale nel suo linguaggio, ma spesso selettivo nella sua applicazione quando sono coinvolte grandi potenze militari o i loro stretti alleati. Ciò non rende il diritto internazionale privo di significato, ma dice a molti Stati del Sud Globale che il solo principio giuridico non è ancora uno scudo affidabile contro gli attacchi militari di una grande potenza imperialista o dei suoi alleati.
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