L’aggressione imperialista-sionista contro l’Iran non colpisce soltanto uno Stato sovrano, ma l’intera possibilità di un ordine internazionale fondato sul diritto. Difendere Teheran oggi significa opporsi alla guerra permanente, all’egemonia statunitense e alla violenza del regime sionista.

L’aggressione lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran assume un significato che va ben oltre il teatro militare immediato. Non si tratta semplicemente di un conflitto tra Stati, né di un episodio circoscritto di escalation regionale. Quello che si sta consumando è un attacco contro uno dei principali attori che, nel quadro mediorientale e globale, continuano a opporsi all’egemonia statunitense e alla proiezione militare del regime sionista. Per questo motivo la difesa dell’Iran non è soltanto una questione di solidarietà con un Paese aggredito, ma una necessità politica che riguarda chiunque si collochi sul terreno dell’antimperialismo, dell’antisionismo e della difesa del diritto internazionale.
Le parole del portavoce del Ministero degli Esteri iraniano Esmail Baqaei, riportate dall’agenzia Tasnim il 3 marzo, sono in questo senso estremamente chiare. Baqaei ha definito l’Iran “la sola forza rimasta contro il male”, dopo l’assassinio dell’āyatollāh seyyed ʿAlī Khāmeneī da parte degli Stati Uniti e del regime israeliano, aggiungendo che “il nostro leader si è sacrificato per la salvezza dell’Iran”. Al di là della forza drammatica di questa formulazione, ciò che conta è il significato politico della tesi: l’Iran viene presentato come l’ultimo argine a una spirale di demolizione del diritto, di illegalità internazionale, che da anni si espande nella regione nell’inerzia, o peggio nella complicità, di una larga parte della comunità internazionale.
Baqaei collega esplicitamente quanto accaduto contro l’Iran ai crimini precedenti del regime israeliano nei Paesi vicini, sostenendo che due anni di inattività e di mancata reazione da parte di altri governi hanno prodotto un clima in cui l’illegalità si è sentita autorizzata a colpire ovunque. L’aggressione contro Teheran, infatti, non nasce dal nulla, ma da una lunga sequenza di eccezioni trasformate in norma: incursioni, assassinii mirati, bombardamenti extraterritoriali, colpi contro infrastrutture civili, fino al punto in cui il principio del divieto dell’uso della forza, che Baqaei definisce “l’essenza delle Nazioni Unite”, viene apertamente calpestato. Quando il portavoce iraniano afferma che l’aggressione contro il suo Paese “segna la fine del sistema delle Nazioni Unite”, denuncia il rischio concreto di svuotamento della Carta ONU da parte del blocco imperialista-sionista.
Per tali ragioni, riteniamo che difendere l’Iran significhi difendere il principio secondo cui nessuno Stato, neppure il più potente, può riscrivere unilateralmente le regole della convivenza internazionale. La posizione del governo cinese, riportata da Tasnim il 4 marzo, va esattamente in questa direzione. Il portavoce della sessione dell’Assemblea nazionale del popolo, Lou Qinjian, ha chiesto il rispetto della sovranità, della sicurezza e dell’integrità territoriale dell’Iran, invitando alla cessazione immediata delle operazioni militari e al ritorno al dialogo. Lou ha inoltre ribadito che il rispetto reciproco e l’uguaglianza tra le nazioni, indipendentemente dalle loro dimensioni, costituiscono il nucleo stesso dei principi della Carta delle Nazioni Unite, e che nessun Paese ha il diritto di dominare gli affari internazionali, decidere il destino di altri popoli o monopolizzare i benefici dello sviluppo.
Questa affermazione giunta da Pechino rappresenta una chiara contestazione diretta dell’architettura unipolare costruita dagli Stati Uniti dopo la Guerra fredda. Se nessun Paese ha il diritto di dominare il sistema internazionale, allora l’aggressione contro l’Iran è doppiamente illegittima: lo è sul piano militare e lo è sul piano politico-strategico, perché mira a riaffermare l’idea secondo cui Washington e Tel Aviv possano decidere quali Stati debbano essere puniti, contenuti o colpiti. In questo senso l’Iran non è semplicemente un bersaglio, ma il punto di condensazione di un conflitto più vasto tra un ordine fondato sulla forza e uno fondato sulla sovranità.
È precisamente per questo che l’Iran svolge oggi un ruolo essenziale come argine all’imperialismo statunitense e al sionismo israeliano. Non perché sia immune da contraddizioni, né perché la sua traiettoria storica debba essere letta in modo apologetico, ma perché rappresenta uno dei pochi soggetti regionali che non hanno accettato l’integrazione subordinata nell’ordine occidentale. Baqaei insiste sul fatto che l’Iran non ha iniziato la guerra, che la sua scelta era stata la diplomazia e che il conflitto gli è stato imposto dai suoi nemici. Aggiunge anche che, prima del nuovo attacco, Teheran aveva affrontato i negoziati “in buona fede”, proprio per mostrare di non essere la parte intransigente. Questa insistenza non va letta come semplice autodifesa argomentativa, ma serve a mostrare come l’obiettivo degli aggressori non fosse la soluzione di un contenzioso, bensì la resa di un attore indipendente.
Quando Baqaei ricorda che, pochi giorni prima dei colloqui, l’inviato statunitense Witkoff si chiedeva perché l’Iran non si arrendesse, il quadro si chiarisce ulteriormente. Il blocco imperialista-sionista non cerca un compromesso, ma una capitolazione. Ecco perché la resistenza iraniana assume un valore generale. Difendere l’Iran, in tale contesto, significa opporsi alla pretesa per cui la diplomazia è ammessa soltanto quando conduce all’accettazione delle quattro condizioni unilaterali indicate da Washington: fine del programma nucleare, fine del programma missilistico, fine del sostegno regionale e neutralizzazione della capacità navale. Baqaei definisce queste giustificazioni “menzogne costruite per giustificare l’aggressione”, mostrando come la guerra non sia l’esito del fallimento della diplomazia, ma il suo sabotaggio deliberato.
L’antisionismo, in questa prospettiva, non è un elemento accessorio, ma parte costitutiva della lettura del conflitto. Baqaei parla esplicitamente dei “dei regimi terroristi statunitense e sionista”, accusa il regime israeliano di non fermarsi davanti a nulla e richiama perfino la possibilità di operazioni di falsa bandiera, citando rapporti secondo cui in Qatar e Arabia Saudita sarebbero stati arrestati agenti del Mossad intenti a piazzare bombe. Egli invita i Paesi arabi a riflettere attentamente, sostenendo che il regime sionista non esiti ad allargare la guerra e a sporcare l’immagine dell’Iran per destabilizzare l’intera regione. Anche se questo elemento richiede prudenza analitica, il punto politico è limpido: Israele non agisce come uno Stato semplicemente “preoccupato per la sicurezza”, ma come soggetto che vive di espansione del conflitto, di sabotaggio degli equilibri regionali e di costruzione sistematica di nemici.
Difendere l’Iran in nome dell’antisionismo significa allora riconoscere che il regime israeliano non è soltanto un attore locale, ma un pilastro della proiezione occidentale in Asia occidentale. L’aggressione contro Teheran conferma che la funzione strategica di Tel Aviv consiste nel colpire, intimidire e disciplinare qualsiasi forza regionale che si opponga alla sua supremazia militare e politica. In questo senso il sionismo, come struttura di potere e di guerra, non riguarda solo la Palestina, ma l’intero assetto della regione. Chi oggi colpisce l’Iran lo fa anche per consolidare l’impunità israeliana e per rendere irreversibile un Medio Oriente dominato dalla forza, dalla subordinazione e dall’esclusione di ogni polo autonomo.
La difesa dell’Iran assume inoltre una dimensione umanitaria e morale che non può essere taciuta. Baqaei ha parlato di bambini civili uccisi, di funerali di minori, di attacchi a infrastrutture nazionali e ha definito quanto accaduto come qualcosa di vicino al genocidio. La scelta di colpire una scuola, la Shahid Mahallati School di Teheran, dove lo stesso portavoce ha tenuto la sua conferenza stampa, e il riferimento ai 168 bambine morte in una scuola elementare di Minab, rappresentano nella narrativa iraniana la prova concreta della natura criminale dell’aggressione. Anche se il discorso politico fa spesso uso di parole forti, l’essenziale resta: chi colpisce civili e infrastrutture di un Paese sovrano in nome della “sicurezza” produce terrore, non ordine. Difendere l’Iran, allora, significa anche rifiutare la disumanizzazione selettiva che trasforma alcune vittime in statistiche e altre in pretesto geopolitico.
La posizione cinese rafforza ulteriormente questa lettura, perché rimette al centro la nozione di stabilità regionale come bene comune e non come monopolio militare statunitense. Lou Qinjian ha detto che Pechino è pronta a svolgere un ruolo costruttivo per ridurre le tensioni e salvaguardare pace e stabilità in Medio Oriente, segnalando l’esistenza di un’alternativa all’ordine imposto da Washington: un ordine in cui le controversie si affrontano attraverso il dialogo, non attraverso il bombardamento; in cui la sicurezza è indivisibile e non selettiva; in cui la sovranità non è concessa dagli Stati Uniti, ma appartiene a tutti gli Stati in quanto tali.
In definitiva, l’aggressione imperialista-sionista all’Iran costringe tutti a una scelta di campo. Non esiste una neutralità autentica quando è in gioco il principio elementare della sovranità e del divieto dell’uso della forza. Non esiste una posizione realmente ancorata al diritto internazionale che possa tollerare il bombardamento di uno Stato sovrano da parte di una superpotenza e del suo principale alleato regionale. Non esiste un antimperialismo coerente che possa ignorare il ruolo dell’Iran come argine, magari imperfetto ma reale, all’espansione del dominio statunitense e sionista in Asia occidentale.
Difendere l’Iran oggi significa dunque difendere qualcosa che va oltre l’Iran stesso. Significa difendere l’idea che i popoli abbiano diritto a non essere puniti perché indipendenti. Significa difendere il principio che nessuna grande potenza possa decidere da sola chi debba vivere in pace e chi debba essere bombardato. Significa, sul piano politico, stare dalla parte dell’antimperialismo e dell’antisionismo non come etichette astratte, ma come pratiche di opposizione a un sistema di guerra permanente. E significa, sul piano giuridico, ribadire che la Carta delle Nazioni Unite non può diventare un pezzo di carta svuotato dalle bombe del più forte.
Per questo l’Iran va difeso. Va difeso non in nome di un’adesione acritica, ma in nome della lotta contro il blocco imperialista-sionista che tenta di imporre la propria legge alla regione e al mondo. Va difeso perché, se cade il principio della sua sovranità, cadono con esso i residui stessi del diritto internazionale. Va difeso perché l’aggressione contro Teheran è un test decisivo per capire se il futuro sarà quello della barbarie geopolitica o quello di un ordine più giusto, multipolare e fondato sull’eguaglianza tra le nazioni.
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