Midterm, disfatta storica per Trump: i democratici conquistano Camera e Senato

La pesante sconfitta repubblicana alle elezioni di metà mandato consegna ai democratici il controllo del Congresso e di numerosi governatorati. Il voto assume il significato di una bocciatura delle politiche di Donald Trump, aprendo una nuova fase di scontro istituzionale.

Come molti americani, la sera del 3 novembre Donald Trump guardava in televisione i risultati delle elezioni di midterm. Il presidente, ovviamente, era sintonizzato su Fox News, la sua rete preferita, ed era arrabbiato con i conduttori per le proiezioni delle vittorie democratiche, ma anche con i suoi collaboratori, che non gli avrebbero fornito informazioni precise. In un’intervista al New York Times, proprio quella sera, Trump ha detto che i repubblicani hanno perso perché «il suo nome non era sulla scheda elettorale». Vero, ma bisogna ricordare che in non pochi comizi aveva esortato i suoi sostenitori ad andare a votare come se lui fosse candidato. E in realtà lo era, perché le elezioni di midterm sono state un referendum sulle sue politiche. Gli americani hanno categoricamente rifiutato l’operato del presidente, come avevano già indicato i sondaggi, che lo vedevano ai minimi storici. I risultati elettorali, non ancora definitivi, indicano che i democratici hanno conquistato la maggioranza alla Camera e anche quella al Senato.

Trump è dunque in buona parte responsabile della sconfitta storica. Al momento in cui scriviamo, i democratici hanno una forte maggioranza di 237 seggi, contro i 147 dei repubblicani, con 51 ancora da assegnare. Al Senato, i democratici hanno conquistato 54 seggi, contro i 44 dei repubblicani. I seggi in Alaska e Mississippi sono ancora da assegnare, ma nel primo Stato la candidata democratica Mary Peltola è in vantaggio di circa 600 voti, mentre nel secondo il candidato democratico Scott Colom è avanti di soli 65 voti. Anche per quanto riguarda le cariche di governatore, i democratici sono in vantaggio per la prima volta in sedici anni. Al momento in cui scriviamo, il partito dell’asinello controllerà la più alta carica in 28 Stati, contro i 20 dei repubblicani, mentre l’esito elettorale negli altri due, Alaska e Kansas, è ancora da determinare.

Gli americani hanno votato per i democratici, ma anche contro Trump. Il carovita, l’aumento del prezzo della benzina causato dalla guerra in Iran, la gestione brutale dell’immigrazione e la corruzione sono stati i fattori che hanno spinto gli elettori a votare contro i repubblicani e Trump. Come si sa, il presidente aveva scelto i candidati al Senato in Texas, South Carolina e North Carolina, privilegiando il criterio della fedeltà rispetto a quello della competenza. La vittoria di James Talarico in Texas è dovuta alle sue capacità politiche, ma anche all’inadeguatezza dell’avversario Ken Paxton, che si è persino rifiutato di partecipare ai dibattiti. Nel caso della South Carolina, Trump ha incoraggiato Darline Graham, sorella di Lindsey Graham, deceduto nel mese di luglio, a candidarsi. La Graham si è rivelata inefficace e, in uno dei dibattiti, ha ammesso di non conoscere a fondo la questione quando le è stato chiesto se gli Stati Uniti dovessero continuare a sostenere Taiwan. La Graham è stata sconfitta da Anne Andrews in uno Stato che Trump aveva vinto nel 2024 con un margine di 18 punti su Kamala Harris. Nel caso della North Carolina, Trump aveva spinto il senatore in carica Thom Tillis a non ricandidarsi a causa di alcune sue prese di posizione che non gli erano piaciute. Il candidato scelto da Trump, Michael Whatley, è stato sonoramente sconfitto da Roy Cooper con un margine di venti punti.

Alcuni analisti hanno giustamente parlato di uno tsunami e di un’elezione storica per il numero di candidati appartenenti a gruppi minoritari che sono stati eletti. Fra gli ispanici spiccano Xavier Becerra, eletto primo governatore ispanico della California, e Gina Hinojosa, eletta alla più alta carica dello Stato del Texas. Keisha Lance Bottoms è stata eletta prima governatrice afroamericana della Georgia e David Crowley è diventato il primo governatore afroamericano del Wisconsin. Deb Haaland è la prima governatrice nativa americana del New Mexico e Peggy Flanagan la prima senatrice nativa americana eletta nel Minnesota. Nel New Hampshire, Chris Pappas è il primo senatore dichiaratamente gay. Nel Michigan, invece, Abdul El-Sayed è il primo esponente di religione islamica a essere eletto senatore.

Una vittoria schiacciante, dunque, per i democratici che, con la maggioranza in entrambe le Camere, potranno fare da contrappeso al potere del presidente. Infatti, potranno prendere l’iniziativa legislativa, anche se dovranno affrontare la questione del filibuster al Senato, che rende necessaria una maggioranza di 60 voti per superare l’ostruzionismo e procedere all’approvazione di nuove leggi. Occorrerebbe poi ottenere la firma di Trump, che potrebbe, come ha già detto, diventare «Mr. Veto», ossia fare uso della sua prerogativa presidenziale di bloccare le leggi che non gli piacciono. In ogni caso, con la maggioranza in entrambe le Camere, i democratici potrebbero anche avviare inchieste sui membri del gabinetto di Trump, non pochi dei quali si sono comportati in maniera poco etica. Al Senato, ovviamente, avrebbero una forte voce in capitolo sulla conferma dei nuovi membri del gabinetto di Trump, poiché, alla luce dell’esito delle elezioni, alcuni potrebbero essere spinti a lasciare l’incarico o potrebbero dimettersi di propria iniziativa. Trump, però, anche da anatra zoppa, continuerebbe ad avere notevoli poteri nei suoi ultimi due anni di mandato, specialmente in politica estera. Ma anche in questo ambito i democratici potrebbero imporre dei freni.

Oltre ad aver dichiarato che potrebbe fare uso del veto, Trump ha detto che forse sarà possibile cooperare. Si è congratulato con i democratici, affermando che «hanno fatto un buon lavoro», ma ha aggiunto di non considerare il risultato un «colpo» alla sua persona. Ha poi continuato sostenendo che «abbiamo avuto i due anni più grandi della storia per quanto riguarda l’economia e le altre cose compiute». Con il loro recente voto, gli americani hanno indicato chiaramente che non è così e che si aspettano cambiamenti.

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About Domenico Maceri

Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

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