Dall’11 Settembre all’Afghanistan e all’Iraq, fino alla Libia e alle successive crisi mediorientali: l’articolo ripercorre la “Guerra al Terrore” e le sue conseguenze geopolitiche, denunciando interventi militari, abusi e destabilizzazioni che hanno profondamente trasformato il Medio Oriente.

Nel 2001, l’attentato dell’11 Settembre muta radicalmente lo scenario globale: l’Amministrazione statunitense, priva del contrappeso sovietico nonché di qualsiasi altro contrappeso, intraprende la famigerata “Guerra al Terrore”. Sebbene possa suonare come una nobile causa, l’Amministrazione Bush, sfruttando i fatti dell’11 Settembre, utilizza tale alibi per poter annientare, in modo indiscriminato, tutti quegli avversari che non avevano nulla a che fare con gli attentati alle Torri, ma che rifiutavano il diktat nordamericano e rappresentavano un limite strategico agli interessi nordamericani; primo dei quali: l’Iraq di Saddam Hussein.
Sebbene nel 2001 fosse avviata la campagna militare statunitense in Afghanistan a caccia di Bin Laden – Operazione Enduring Freedom – e dei suoi protettori, nel tentativo di eradicare il Governo Talebano, l’Amministrazione Bush, pur senza ottenere risultato concreto di alcun tipo dall’Afghanistan – infatti Bin Laden sarà trovato solo nel 2011, in un compound in Pakistan –, ha immediatamente spostato il focus strategico sull’Iraq, impiegando il doppio – o, probabilmente, il triplo – delle forze convenute nello scenario afghano. Intanto, approfittando del fatto che gli USA si stavano gradualmente spostando in Iraq, i Talebani hanno avuto modo e tempo ulteriori per riorganizzare il Governo e continuare a proteggere Bin Laden.
Da tempo, infatti, l’Iraq di Saddam rappresentava, per gli Stati Uniti, un avversario strategico di enorme importanza: a causa dello strapotere che Baghdad stava accumulando nel tempo, l’Iraq era riuscito ad emergere quale egemone della Regione, oscurando il ruolo occidentale nell’area. Non solo: l’Iraq deteneva ingenti quantità di petrolio, pertanto riusciva a determinare le condizioni contrattuali del suo scambio, costringendo Washington e l’Occidente – che speravano di avere il via libera sulle riserve – ad adeguarsi. I fatti dell’11 Settembre furono presto utilizzati quali pretesti per eliminare definitivamente un competitor scomodo da troppo tempo.
Nonostante gli attacchi dell’11 Settembre fossero stati architettati dall’Organizzazione terroristica di Al-Qaeda e dal suo leader Osama Bin Laden, rifugiatosi poi in Afghanistan protetto dai Talebani, fu l’Iraq a pagarne le conseguenze: sfruttando il terrore dei fatti pregressi, l’Amministrazione Bush invase l’Iraq, un Paese tanto sovrano quanto gli Stati Uniti, con il pretesto delle armi di distruzione di massa, che, in realtà, non furono mai rinvenute. Questo dimostra che, in realtà, le questioni di rilievo strategico erano, per l’Amministrazione Bush, ben più care rispetto a quelle legate alla giustizia.
Nonostante la responsabilità enorme dell’Afghanistan nel fornire a Bin Laden un luogo sicuro – che però non giustifica affatto le sciagure che gli Americani hanno poi portato al Paese –, Bush, in quel periodo, si era preoccupato di coniare l’espressione “Asse del Male” in riferimento a Iran, Iraq e Corea del Nord, tre Paesi profondamente diversi e tutti in alcun modo responsabili dei fatti dell’11 Settembre. Una dimostrazione ulteriore del fatto che Bush sfruttò a proprio vantaggio strategico i fatti del 2001 per dare una parvenza di legittimità nella guerra – reale o diplomatica – a Paesi la cui colpa era rifiutare il dominio nordamericano consolidatosi in maniera crescente dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Bush giustificava l’enorme dispendio militare in Iraq col fatto che, una volta insediato un governo democratico e filo-occidentale, la stabilità internazionale sarebbe stata garantita: spinse così l’Amministrazione verso la sciagurata decisione di invadere l’Iraq e, nell’Ottobre del 2002, Bush ottenne l’autorizzazione sia dalla Camera dei Rappresentanti che dal Senato di usare la forza contro l’Iraq. Ai fini dell’autorizzazione, significativo fu il fatto che le sanzioni ONU danneggiavano la popolazione civile irachena e non il regime, una tesi con la quale concordarono molti altri Paesi oltre agli USA.
Non solo: dal momento che Bush non poteva apertamente sostenere che il suo obiettivo era il cambio di regime in Iraq, avanzò la tesi secondo la quale Saddam Hussein nascondeva inevitabilmente armi di distruzione di massa dal momento che, qualche tempo prima, aveva ostacolato le ispezioni dell’ONU nel proprio Paese; in realtà, Saddam aveva esplicitamente rifiutato di autorizzare le ispezioni per evitare di perdere potere deterrente: l’Iraq era all’epoca circondato da storici rivali, tra cui Iran e – soprattutto – Israele; pertanto, mantenere un alone di mistero serviva a garantire a Baghdad la sopravvivenza nella Regione. Ma non fu l’unica ragione: Saddam non aveva alcuna intenzione di umiliare il suo Paese a livello internazionale, specie da parte di un diktat occidentale come l’ONU. Fu così che gli USA riuscirono a dare una parvenza di legittimità alla guerra all’Iraq, che non era che un’autentica aggressione militare.
Dopo il rapido successo militare iniziale dell’invasione del marzo 2003 – denominata Operazione Iraqi Freedom –, l’Iraq diede non poco filo da torcere agli Americani. Poco dopo l’invasione, scoppiò una ferocissima guerra interna. Ciò fu il risultato di un risentimento profondo verso l’occupazione statunitense, oltre che delle tensioni tra la maggioranza sciita e la minoranza sunnita e dell’azione di cellule legate ad al-Qaeda: venuto meno il controllo del Partito Baath di Saddam, storico avversario degli Sciiti, la guerriglia tra Sunniti e Sciiti, alimentata da tensioni storiche accumulate da troppo tempo, implose con la massima potenza. Peraltro, l’Iraq, privo del controllo autoritario che solo Saddam era stato in grado di garantire, divenne terreno fertile per le milizie terroristiche.
Saddam, intanto latitante, verrà catturato nel giorno del 13 dicembre 2003, in una buca nel terreno nei pressi di Ad Dawr, sua città natale. Dopo un processo farsa, il cui esito venne deciso a monte, ancor prima del suo inizio, Saddam venne condannato a morte per impiccagione, una condanna che turbò sensibilmente gli animi dell’intera comunità internazionale, prima di tutti dell’Unione Europea, che reagì con profonda delusione e sgomento, ribadendo con forza la sua ferma contrarietà alla pena di morte, considerandola una punizione crudele, inumana e incompatibile con i diritti fondamentali.
Leader comunitari e Istituzioni europee – tra cui proprio la Commissione Europea – hanno sottolineato che nessun Governo aveva il diritto di infliggere la pena capitale, men che meno ad un prigioniero di guerra. Pur riconoscendo pienamente l’enormità delle violazioni dei diritti umani e dei crimini commessi dal regime di Saddam, i Paesi europei hanno sostenuto che la giustizia avrebbe dovuto compiersi attraverso strumenti privi della soppressione della vita umana. Mentre Washington e Londra accolsero con favore la fine della sua esistenza umana, l’Europa scelse una linea di forte cautela e critica morale.
La questione dello status giuridico di Saddam Hussein e della sua successiva esecuzione tocca, in effetti, un nervo scoperto del Diritto Internazionale: Saddam fu effettivamente riconosciuto formalmente come prigioniero di guerra dagli Stati Uniti nel luglio del 2004; il Diritto Internazionale vieta esplicitamente l’uccisione di un prigioniero di guerra, che gode di una speciale forma di tutela. Tuttavia, dopo due anni, gli stessi USA ne hanno autorizzato l’uccisione tramite impiccagione.
Altra questione è che, proprio poiché gli USA gli hanno garantito lo status di POW soltanto nel 2004, quando Saddam Hussein fu catturato nel dicembre del 2003, l’Amministrazione statunitense e la CIA lo gestirono inizialmente in via prioritaria come Detenuto di Alto Valore, uno status che serviva a sottoporre il prigioniero ad intensi cicli di interrogatori senza applicare i protocolli standard previsti per i prigionieri di guerra; pertanto, la tutela da forme di tortura, abusi e maltrattamenti non fu applicata.
La Convenzione di Ginevra, tuttavia, non protegge i leader o i militari dall’essere processati se sono accusati di aver violato le leggi fondamentali del Diritto Internazionale Umanitario contro la propria popolazione o contro i civili; lo status di POW verrebbe dunque a mancare e, nel caso dell’ex leader iracheno, si è tentato di giustificare i soprusi e la condanna a morte appellandosi ai crimini di cui si era reso responsabile durante gli anni di Governo.
Anche se gli USA si sono successivamente appellati a una tale spiegazione, la legittimità morale, politica e processuale della sua esecuzione fa sorgere non pochi dubbi circa l’immunità di cui gode naturalmente un Capo di Stato secondo il Diritto Internazionale: anche se si era reso responsabile di crimini gravi, piuttosto che godere della tutela internazionale e dunque avere il diritto di comparire dinanzi alla Corte Penale Internazionale, che avrebbe escluso categoricamente la condanna a morte secondo i princìpi etici su cui si fonda, fu giudicato da una Corte penale interna; nonostante i rischi concreti e ben noti, gli Stati Uniti non esercitarono alcuna forma di pressione per far sì che Saddam fosse affidato ad un tribunale internazionale.
Pertanto, poiché la giurisdizione apparteneva ora ad uno Stato sovrano il cui ordinamento giuridico contemplava la pena capitale, il tribunale ha potuto emettere ed eseguire la condanna a morte mediante impiccagione che, ancora oggi, fa sorgere una marea di quesiti etici, morali e legali.
Analogamente, la giustizia non ha mai raggiunto i militari statunitensi quando, nel 2004, emersero i gravi abusi e le torture perpetrati ai danni dei detenuti iracheni nella prigione di Abu Ghraib, uno degli scandali più gravi e destabilizzanti dell’intera occupazione statunitense. Nell’aprile del 2004, l’emittente televisiva CBS e la rivista The New Yorker, grazie ai reportage del giornalista Seymour Hersh, diffusero una serie di fotografie scioccanti che documentavano le sevizie, le umiliazioni e le torture inflitte ai prigionieri nella struttura detentiva di Abu Ghraib, situata a ovest di Baghdad.
Le immagini mostrarono detenuti costretti alla nudità forzata, a posizioni di stress prolungato, minacciati da cani militari, sottoposti a deprivazione del sonno, a violenze fisiche e a gravi umiliazioni a sfondo psicologico e sessuale. Lo scandalo ebbe un impatto devastante a livello internazionale e locale: distrusse la retorica ufficiale della missione di liberazione e della promozione dei diritti umani, offrendo un’enorme sponda alla propaganda degli insorti e alienando definitivamente ampie fette della popolazione irachena.
Sebbene alcuni soldati di basso rango direttamente coinvolti, come Lynndie England e Charles Graner, siano stati processati e condannati da corti marziali con pene detentive, la giustizia non raggiunse mai i ranghi superiori della catena di comando militare e i vertici politici dell’Amministrazione Bush, i cui memorandum sulle tecniche di interrogatorio avevano creato il clima di tolleranza e opacità giuridica ideale in cui tali abusi avrebbero potuto proliferare.
Ma non è ancora tutto: nell’ambito della “guerra al terrore”, fu inaugurato il famigerato centro di detenzione di Guantanamo Bay, un sito di prigionia che deteneva illegalmente un numero non ben definito di individui sospettati di avere legami con il terrorismo internazionale, anche in mancanza di prove. All’interno della famigerata struttura, torture, abusi, violenze e soprusi di ogni genere erano all’ordine del giorno e, nonostante le Istituzioni internazionali conoscessero le dinamiche ad esso legate, nessuna di esse è mai attivamente intervenuta per porre fine alla sofferenza gratuita: gli Stati Uniti, dotati ora di uno strapotere senza precedenti, si erano concessi il lusso di ignorare deliberatamente i limiti imposti dal Diritto Internazionale e dalle discipline ad esso legate.
Nonostante l’Amministrazione Obama promettesse di chiudere il centro di detenzione, questo non avvenne mai: evidentemente, gli interessi – e le lobby – legati alla sua gestione erano troppo forti.
Com’era prevedibile, solo dopo il regime change in Iraq gli Stati Uniti cessarono gli attacchi, le violenze e gli indicibili abusi contro il Paese e i suoi cittadini. Tuttavia, questo non determinò automaticamente il ripristino dell’ordine interno. Per cercare di ristabilire l’ordine, nel 2007 l’Amministrazione Bush incrementò le forze militari di 20.000 unità, portando il numero complessivo dei soldati americani in Iraq a 150.000.
Una volta ritirate le truppe, l’Amministrazione Bush sperava in un Iraq di facile gestione e libero dal controllo nemico: ciò che si ritrovò davanti deluse, ben presto, tutte le aspettative: l’Iraq, privato del controllo di Saddam, è, ancora oggi, terreno fertile per milizie terroristiche e altri attori non statali in cerca di destabilizzare il Paese per appropriarsi delle risorse ed esercitare controllo territoriale.
Mentre gli USA chiudevano il capitolo iracheno, nel frattempo la NATO si espandeva in Afghanistan con l’obiettivo di continuare la caccia a Bin Laden e dunque la “guerra al terrore”, specie dal momento che il Governo centrale di Karzai ammise di aver cercato una conciliazione con i Talebani. Quando Barack Obama vinse, nel 2009, le elezioni negli Stati Uniti, inizialmente destinò ogni risorsa strategica allo scenario afghano: Obama, che si era autoeretto a pacifista e aveva condannato la guerra all’Iraq, sosteneva con fermezza la necessità di intraprendere guerra all’Afghanistan.
Senz’altro una mossa strategico-propagandistica, anzitutto, poiché nonostante gli sforzi Bin Laden era ancora libero e Obama, fresco arrivato, doveva rapidamente impressionare la popolazione. Deciso a proseguire quella che era la “guerra al terrore”, anche l’Amministrazione Obama ha rivelato il volto dell’imperialismo nordamericano: dall’Afghanistan in cerca di Bin Laden, presto, tra il 2010 e il 2011, gli USA finanziarono la più grande rivoluzione contro i regimi in Medio Oriente della Storia Contemporanea, nota come “Primavera Araba” o “Primavere Arabe”.
Le Primavere Arabe ebbero inizio il 17 dicembre 2010 quando un venditore ambulante a Tunisi, Mohamed Bouazizi, si diede fuoco per protestare contro il trattamento inumano e degradante subito dalla polizia tunisina: questo scatenò una serie di proteste popolari che fecero cadere il governo del presidente tunisino Zine El-Abidine Ben Ali, dopo 24 anni di regno. Le proteste si diffusero presto in Siria, Algeria, Marocco, Bahrein e Yemen. Solo il Governo di Al-Assad, in Siria, sopravvisse alle rivolte.
In particolare, ci fu un accanimento contro Hosni Mubarak, Presidente Egiziano, nelle maggiori piazze dell’Egitto. Sebbene, almeno in superficie, gli USA sembrino entrarci effettivamente poco, è necessario sapere che Washington ha finanziato i disordini in tutta la Regione, su cui aveva brama dai tempi di Saddam Hussein, arrivando, nel 2011, a sostenere militarmente i miliziani ribelli contro Gheddafi: un’ampia percentuale della popolazione libica era dalla parte di Gheddafi, che, sebbene a capo di un governo assolutistico e a tratti repressivo, per quattro decenni era riuscito a garantire istruzione, sanità, utenze domestiche, servizi idrici e carburante in modo completamente gratuito o quasi (spesso coperti da sussidi statali). L’assistenza si spingeva al punto che, se una cura non era disponibile nel Paese, lo Stato garantiva ricovero e sostegno finanziario all’estero.
A questo punto, diviene necessario chiarire che il Socialismo di Gheddafi – che peraltro gestiva enormi quantità di petrolio – era mal tollerato dagli USA, che, analogamente allo scenario iracheno, miravano ad assicurarsi la gestione del petrolio e delle altre risorse naturali.
Nel 2011, le milizie ribelli finanziate in particolare da Francia e Stati Uniti – attraverso la NATO – che, per personali tornaconti, volevano rovesciare e uccidere Gheddafi, occuparono tutta la zona nord della Libia, insediandosi in particolare nei pressi di Tripoli, Bengasi e Sirte, città natale di Gheddafi, e si resero responsabili di crimini contro la popolazione civile, con il benestare delle Potenze occidentali. Ma decisero di spingersi oltre.
Furono infatti proprio i ribelli supportati dalla NATO a catturare Gheddafi, ferito e in uno stato di visibile confusione mentale a causa di un raid della NATO che aveva colpito il suo convoglio; in quegli istanti, furono girati video di bassa qualità con i loro cellulari che documentano in modo chiaro gli abusi e i maltrattamenti inflittigli, reati internazionali – di trattamenti inumani e degradanti, nonché del reato di tortura – per cui avrebbero dovuto essere perseguiti.
Proprio come nello scenario iracheno, anche stavolta i fautori di crimini efferati riuscirono ad evitarne tassativamente le conseguenze, nonostante i video che offrono innumerevoli e concrete prove. Peraltro, proprio come in Iraq, i bombardamenti a tappeto che gli USA hanno guidato contro il Paese hanno lasciato in eredità un territorio devastato, distrutto nelle sue infrastrutture e, di nuovo, estremamente povero; in aggiunta, la guerra civile interna alla Libia che scoppiò subito dopo la fine del regime di Gheddafi non si è mai più risolta, conducendo, invero, alla distruzione più totale del Paese.
La guerra in Libia non sarebbe mai stata supportata dall’opinione pubblica internazionale, che conosceva Gheddafi come l’unico Leader in grado di garantire ordine in un Paese così profondamente diviso come la Libia nonché unico Capo di Stato nordafricano con cui era possibile trattare, se gli USA non fossero intervenuti con il pretesto della “Responsabilità di Proteggere” (R2P) la popolazione civile dalle persecuzioni del regime gheddafiano per sopprimere le rivolte e i disordini interni finanziati dall’Occidente.
In realtà, in proporzione, il regime di Gheddafi ha fatto molte meno vittime rispetto alla guerra voluta dagli Stati Uniti; peraltro, proprio come era avvenuto con Saddam Hussein, anche con Gheddafi furono diffuse migliaia di notizie propagandistiche in tutto l’Occidente con l’obiettivo di disumanizzare la persona e rendere “più legittimo” l’attacco contro il suo Paese, il suo popolo e la sua persona.
Oggi, senza Saddam e Gheddafi, la Libia e l’Iraq sono, come previsto, territori profondamente divisi, il cui potere politico-economico è estremamente debole, frammentato, e la Regione è diventata terreno fertile per le milizie che mirano al suo controllo e delle sue risorse, ma, soprattutto, per le mire imperialiste occidentali.
Tuttavia, tutto fa pensare che la fine di Gheddafi non fu decretata durante le Primavere Arabe, bensì fu proclamata, a monte, decenni prima: la Libia di Gheddafi stava infatti lavorando sul nucleare, l’unico tassello mancante affinché potesse diventare un competitor seriale per gli USA; quando decise di abbandonarne la costruzione, a seguito della promessa della normalizzazione dei rapporti e dello scambio equo con l’Occidente, gli Stati Uniti hanno cominciato ad interessarsi attivamente alla Libia, meditando sulla sua uccisione.
In questo contesto, è necessario chiarire come, negli anni ’80, gli Stati Uniti tentarono di bombardare Gheddafi che, avvisato dall’italiano Bettino Craxi dell’attacco imminente, si mise in salvo, tanto che i bombardamenti statunitensi distrussero solo il suo compound. In aggiunta, è sempre stata avanzata l’ipotesi che la strage di Ustica fosse riconducibile ad un attacco nordamericano che mirava alla distruzione di Gheddafi, che si credeva viaggiasse su uno degli aerei abbattuti. Sebbene non ci siano prove sufficienti ad affermarlo, è noto che Gheddafi è sempre stato tra gli “obiettivi numero uno” degli Stati Uniti d’America a causa dello strapotere di influenzare la geopolitica nel Mediterraneo.
Per un breve periodo, anche la Corea del Nord era in procinto di rinunciare al nucleare in cambio della normalizzazione dei rapporti e della sospensione delle sanzioni, aderendo temporaneamente al Programma di Non Proliferazione Nucleare; tuttavia, dopo gli eventi tragici del 2011, il programma nucleare è stato ripreso a pieno titolo come deterrente e garanzia di sopravvivenza.
A differenza della Corea del Nord, l’Iran non ha mai aderito al Trattato di Non Proliferazione e ha mantenuto una cooperazione di molto limitata con l’ONU, sospendendo il programma nucleare negli anni ’80. Nel 2003, in seguito a segnalazioni su presunte e non ben documentate attività nucleari in siti segreti, il Governo ha autorizzato gli ispettori dell’AIEA – l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica – ad entrare nel Paese, un gesto che serviva anche a comunicare l’assoluta trasparenza delle condizioni di costruzione del nucleare.
Tuttavia, gli Stati Uniti sono sempre stati preoccupati dal crescente potere strategico dell’Iran, tanto che, tra il 2025 e il 2026, l’Amministrazione Trump aggredisce militarmente il Paese, lasciando dietro di sé una lunga scia fatta di crimini contro la popolazione civile e crimini di guerra che ha lasciato morte e distruzione, uccidendone persino il Capo di Stato, Ali Khamenei: celeberrimo il caso della scuola femminile bombardata dagli Stati Uniti, tra i primi obiettivi colpiti, che ha ucciso centinaia di bambine.
Tuttavia, l’obiettivo primario non era “soltanto” dissuadere l’Iran dallo sviluppo del nucleare: gli Stati Uniti, consci che un Iran dotato di nucleare sarebbe stato inattaccabile, hanno agito preventivamente per garantirsi la gestione delle risorse petrolifere – e non solo – del Paese; lo stesso scenario venezuelano del 2026.
Non è un caso che entrambi i Paesi – sia l’Iran che il Venezuela – fossero ottimi alleati di Mosca: grazie al possesso del nucleare, la Russia non potrà mai essere aggredita dagli USA; pertanto, aggredire i suoi alleati – con potere, peraltro, di determinare le condizioni contrattuali e di scambio del petrolio, favorendo l’una o l’altra parte – significa colpirla indirettamente.
Sebbene oggi D.J. Trump abbia intrattenuto con Vladimir Putin rapporti di qualità discreta, gli Stati Uniti non hanno mai potuto definirsi veramente “amici” della Russia, né con Trump né, precedentemente, con Bush, G.W., ad esempio durante i primi tentativi di normalizzazione dei rapporti post-11 settembre, quando l’alleanza con la Russia veniva vista come strategica e indispensabile.
Ogni scelta diplomatica nei confronti della Russia, da parte degli USA, va tuttavia interpretata quale personale tornaconto di Washington nel tentativo di contenere l’avanzare dell’egemonia russa in favore di quella statunitense.
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