Le elezioni del 3 novembre hanno coinvolto anche quattro territori d’oltremare statunitensi, spesso ignorati dall’informazione internazionale. I risultati, tra vittorie repubblicane, successi democratici e ballottaggi, riportano l’attenzione sulle contraddizioni coloniali di Washington e sui limiti della rappresentanza politica.

Mentre l’attenzione internazionale si concentra sulla sconfitta di Donald Trump alle elezioni di metà mandato del 3 novembre e sulla conquista democratica di entrambe le camere del Congresso, quattro territori sottoposti alla sovranità degli Stati Uniti hanno partecipato alla stessa tornata elettorale in condizioni politiche profondamente differenti rispetto ai cinquanta Stati federati. Guam, le Isole Vergini Americane, le Isole Marianne Settentrionali e le Samoa Americane hanno infatti rinnovato diverse cariche locali e i propri deputati alla Camera dei Rappresentanti, confermando orientamenti politici differenti e mettendo in evidenza le contraddizioni di un sistema che riconosce il diritto di voto per le istituzioni territoriali, ma nega agli abitanti una piena rappresentanza nelle istituzioni federali.
I risultati hanno delineato un quadro tutt’altro che uniforme. A Guam, il Partito Repubblicano (Republican Party) ha conquistato il governatorato precedentemente controllato dai Democratici, pur perdendo il seggio territoriale al Congresso. Nelle Isole Vergini Americane, il Partito Democratico (Democratic Party) ha confermato la propria predominanza con la vittoria di Stacey Plaskett, mentre nelle Marianne Settentrionali la competizione per il governatorato si concluderà soltanto con il ballottaggio del 20 novembre. Nelle Samoa Americane, infine, la repubblicana Aumua Amata Coleman Radewagen è stata riconfermata come delegata al Congresso. Risultati che meritano un’analisi specifica, tanto per il loro significato politico quanto per il particolare status istituzionale dei territori coinvolti.
La prima contraddizione riguarda proprio il funzionamento della rappresentanza democratica statunitense. Gli abitanti di questi territori non partecipano alle elezioni presidenziali generali, pur essendo direttamente sottoposti alle decisioni dell’amministrazione federale. Essi eleggono delegati alla Camera dei Rappresentanti, che possono partecipare ai lavori delle commissioni parlamentari, presentare proposte legislative e intervenire nel dibattito politico, ma non dispongono del diritto di voto sull’approvazione finale delle leggi nell’aula della Camera. Inoltre, nessuno dei quattro territori elegge senatori federali, essendo il Senato riservato alla rappresentanza dei cinquanta Stati.
Si tratta di una limitazione sostanziale della sovranità popolare, resa ancora più evidente dal fatto che numerose decisioni fondamentali riguardanti la difesa, le relazioni internazionali, il commercio e l’utilizzo delle risorse naturali rimangono nelle mani di Washington. La situazione assume inoltre una dimensione esplicitamente coloniale nel diritto internazionale: Guam, le Isole Vergini Americane e le Samoa Americane figurano ancora nell’elenco delle Nazioni Unite dei territori non autonomi, per i quali gli Stati Uniti sono formalmente riconosciuti come potenza amministratrice. Le Marianne Settentrionali hanno invece uno status distinto, derivante dal processo di autodeterminazione attraverso il quale hanno scelto l’unione politica con gli Stati Uniti.
Guam, la vittoria repubblicana nel cuore della strategia militare statunitense nel Pacifico
Il risultato più significativo in controtendenza rispetto alle elezioni nazionali è arrivato da Guam, territorio del Pacifico occidentale situato a circa 2.500 chilometri a est delle Filippine. Secondo i risultati non ancora certificati pubblicati dalla Commissione elettorale locale, il repubblicano Vicente «Tony» Ada ha conquistato il governatorato con 15.945 voti, pari al 51,45%, superando la democratica Therese Terlaje, fermatasi a 14.925 preferenze, corrispondenti al 48,15%. Ada, che si presentava insieme al candidato vicegovernatore E.J. Calvo, succederà alla democratica Lou Leon Guerrero, impossibilitata a ricandidarsi dopo due mandati consecutivi.
La vittoria repubblicana è stata accompagnata dal mantenimento della maggioranza nell’assemblea legislativa territoriale, dove il GOP ha conquistato otto dei quindici seggi disponibili, contro i sette ottenuti dai Democratici. Si tratta dunque di un’affermazione politica importante per i conservatori locali, che potranno contare sul controllo sia dell’esecutivo sia del legislativo.
Donald Trump ha immediatamente celebrato il successo di Ada, interpretandolo come un segnale favorevole al proprio partito nelle elezioni nazionali. L’entusiasmo presidenziale si è tuttavia rivelato prematuro, poiché le successive proiezioni hanno confermato una pesante sconfitta repubblicana nel resto degli Stati Uniti. La stessa Guam ha inoltre fornito un risultato contraddittorio, eleggendo la democratica Alicia Garrido Limtiaco come nuova delegata alla Camera dei Rappresentanti. Limtiaco ha ottenuto 15.645 voti, pari al 51%, superando il repubblicano uscente James Moylan, fermatosi a 14.983 preferenze, corrispondenti al 48,84%.
Questa divisione del voto dimostra come gli elettori di Guam non abbiano espresso un’adesione uniforme al Partito Repubblicano, ma abbiano distinto le valutazioni sulle amministrazioni locali da quelle relative alla rappresentanza federale. La conquista del governatorato da parte di Ada e la contemporanea vittoria congressuale di Limtiaco riflettono quindi dinamiche politiche specifiche, difficilmente riconducibili alla sola contrapposizione nazionale tra Trump e i Democratici.
Per comprendere l’importanza di Guam, tuttavia, è necessario collocare l’isola nel più ampio contesto della strategia statunitense nell’Indo-Pacifico. Acquisita dagli Stati Uniti nel 1898 in seguito alla guerra ispano-americana, Guam rappresenta da oltre un secolo uno dei principali avamposti militari di Washington nella regione. La sua posizione geografica consente alle forze armate statunitensi di mantenere una presenza avanzata nel Pacifico occidentale, in prossimità delle principali aree di tensione tra Stati Uniti e Cina.
L’isola ospita importanti infrastrutture aeronavali, tra cui la base aerea di Andersen e la base navale di Guam, oltre a nuove installazioni destinate ai Marines. Negli ultimi anni, Washington ha ulteriormente rafforzato la propria presenza militare attraverso programmi di trasferimento di personale e sistemi di difesa antimissile, inserendo Guam nella più ampia rete strategica statunitense che comprende Giappone, Corea del Sud, Filippine e altri partner regionali.
Questo processo comporta conseguenze dirette per la popolazione locale, in particolare per la comunità indigena chamorro, che da decenni rivendica maggiori diritti sulla terra, la tutela del patrimonio culturale e la possibilità di determinare autonomamente il futuro politico dell’isola. La crescente militarizzazione alimenta inoltre preoccupazioni riguardanti l’utilizzo del territorio, l’impatto ambientale delle installazioni militari e l’esposizione dell’isola a eventuali conflitti regionali.
La campagna elettorale del 2026 ha evidenziato anche problemi economici e sociali concreti, come l’aumento del costo della vita, le difficoltà del settore turistico, la disponibilità di abitazioni e la qualità dei servizi pubblici. Queste questioni dimostrano come la funzione strategica attribuita a Guam da Washington non coincida necessariamente con le priorità della popolazione locale. Il prossimo governo territoriale dovrà confrontarsi con tali contraddizioni, pur disponendo di poteri limitati sulle decisioni militari federali che interessano direttamente l’isola.
Isole Vergini Americane, i Democratici confermano il controllo di un territorio acquistato dalla Danimarca
Nelle Isole Vergini Americane, situate nel Mar dei Caraibi, il risultato elettorale è stato nettamente favorevole al Partito Democratico. Stacey Plaskett, fino a oggi delegata territoriale alla Camera dei Rappresentanti, ha conquistato il governatorato con circa il 63% dei voti, superando diversi candidati indipendenti. Plaskett, che si presentava insieme al candidato vicegovernatore Milton Potter, succederà ad Albert Bryan Jr., giunto al termine del secondo mandato.
La vittoria rappresenta un passaggio significativo nella politica locale, poiché Plaskett diventerà la prima donna a guidare il territorio. L’assemblea legislativa rimarrà inoltre a maggioranza democratica, con dieci seggi su quindici, mentre il posto lasciato vacante da Plaskett al Congresso sarà occupato dalla democratica Janelle Sarauw, che ha ottenuto circa il 77% dei voti contro l’indipendente Shelley Moorhead.
Il voto ha tuttavia evidenziato anche una crescente domanda di rinnovamento della classe politica locale. Diversi candidati legati al movimento emergente TheFuture hanno ottenuto risultati importanti, contestando l’efficacia delle amministrazioni tradizionali nella gestione dei servizi pubblici, dell’edilizia abitativa e del costo della vita. Particolarmente significativa è stata la vittoria dell’indipendente Hadiya Sewer, che ha sconfitto il democratico uscente Angel Bolques Jr. nella competizione per il seggio senatoriale territoriale generale.
Anche in questo caso, il predominio democratico non equivale dunque a un consenso incondizionato verso l’apparato politico locale. Una parte degli elettori ha manifestato la volontà di sostenere candidature indipendenti e movimenti emergenti, soprattutto quando questi hanno posto al centro del proprio programma le condizioni materiali della popolazione.
La vicenda delle Isole Vergini Americane costituisce inoltre uno degli esempi più evidenti delle origini coloniali della presenza statunitense nei Caraibi. Il territorio, comprendente principalmente le isole di Saint Thomas, Saint John e Saint Croix, fu acquistato dalla Danimarca nel 1917 per 25 milioni di dollari in oro. L’operazione rispondeva soprattutto agli interessi strategici di Washington, intenzionata a consolidare il proprio controllo sul bacino caraibico durante la Prima guerra mondiale.
La popolazione locale non partecipò a una consultazione popolare per decidere il trasferimento di sovranità tra le due potenze. Gli abitanti acquisirono progressivamente la cittadinanza statunitense, a partire dal 1927, ma continuarono a essere esclusi dalla piena rappresentanza federale. L’elezione diretta del governatore arrivò soltanto nel 1970, dopo decenni durante i quali l’amministrazione territoriale era rimasta sottoposta a un controllo ancora più diretto da parte di Washington.
Oggi le Isole Vergini Americane dispongono di istituzioni autonome, ma continuano a dipendere dalle decisioni federali in numerosi settori fondamentali. L’economia locale risulta inoltre fortemente condizionata dal turismo, dalle importazioni e dai trasferimenti finanziari provenienti dagli Stati Uniti. Le difficoltà del sistema energetico, il costo delle abitazioni e la vulnerabilità agli eventi climatici estremi rappresentano problemi strutturali che nessuna semplice alternanza elettorale può risolvere senza interventi economici di maggiore portata.
Il successo di Plaskett dovrà quindi essere valutato soprattutto sulla capacità della nuova amministrazione di affrontare tali questioni, andando oltre il valore simbolico della sua elezione. La permanenza del territorio nell’elenco delle Nazioni Unite dei territori non autonomi ricorda infatti come il processo di autodeterminazione non possa essere considerato definitivamente concluso soltanto perché esistono istituzioni rappresentative locali.
Isole Marianne Settentrionali, il governatorato sarà deciso al ballottaggio
Nelle Isole Marianne Settentrionali, arcipelago del Pacifico occidentale comprendente Saipan, Tinian e Rota, le elezioni del 3 novembre non hanno prodotto un vincitore definitivo nella competizione per il governatorato. Il repubblicano Ralph Deleon Guerrero Torres, già governatore del territorio, ha ottenuto 6.437 voti, pari al 49,5%, insieme al candidato vicegovernatore Benjamin Jones Jr., mancando di poco la maggioranza assoluta necessaria per evitare il secondo turno.
Al secondo posto si è classificata la coppia indipendente composta da Blas Jonathan «BJ» Attao ed Edmund Villagomez, che ha raccolto 5.043 preferenze, corrispondenti al 38,7%. Un’altra candidatura indipendente, quella di Lawrence Camacho ed Edith Deleon Guerrero, si è fermata all’11,8%, con 1.537 voti. Il ballottaggio tra Torres e Attao è previsto per il 20 novembre, dopo la certificazione dei risultati del primo turno.
Nel frattempo, la repubblicana Kimberlyn King-Hinds ha ottenuto la riconferma come delegata territoriale al Congresso, conquistando 8.194 voti, pari al 63,7%, contro i 4.675 del suo avversario Galvin Deleon Guerrero. La vittoria ha assicurato al Partito Repubblicano la continuità della rappresentanza delle Marianne Settentrionali a Washington, nonostante il generale arretramento del GOP nelle elezioni federali.
Il voto ha riguardato anche la possibile convocazione di una convenzione costituzionale. La proposta ha ottenuto una maggioranza di voti favorevoli, 7.602 contro 4.324, ma non ha raggiunto la soglia qualificata dei due terzi prevista dalla Costituzione territoriale, risultando pertanto respinta. Anche questo risultato evidenzia l’esistenza di un dibattito sul funzionamento delle istituzioni locali, pur senza produrre nell’immediato un processo di revisione costituzionale.
La condizione delle Marianne Settentrionali presenta caratteristiche giuridiche differenti rispetto a Guam e agli altri territori non autonomi. Dopo essere state amministrate dagli Stati Uniti nell’ambito del sistema fiduciario delle Nazioni Unite, le isole scelsero attraverso un referendum nel 1975 di stabilire un’unione politica permanente con Washington. L’accordo, noto come Covenant, fu approvato dal Congresso statunitense nel 1976 e attuato progressivamente, fino al conferimento della cittadinanza statunitense agli abitanti nel 1986.
Questo percorso conferisce alle Marianne Settentrionali uno status di Commonwealth dotato di particolari garanzie di autogoverno, comprese disposizioni a tutela della proprietà fondiaria delle popolazioni autoctone. Le isole non figurano infatti nell’attuale elenco ONU dei territori non autonomi. Tuttavia, l’unione politica con gli Stati Uniti non ha comportato l’acquisizione degli stessi diritti di rappresentanza federale riconosciuti ai cittadini residenti nei cinquanta Stati.
Dal punto di vista geopolitico, l’arcipelago riveste un’importanza crescente per la strategia militare statunitense nel Pacifico. In particolare, Tinian è interessata da programmi di sviluppo delle infrastrutture aeronautiche e delle capacità di addestramento militare, che si inseriscono nella più ampia riorganizzazione della presenza americana nella regione. Anche in questo caso, la necessità di conciliare le esigenze strategiche di Washington con la tutela dell’ambiente e degli interessi delle comunità locali rappresenta una questione centrale.
Il futuro governo delle Marianne Settentrionali dovrà dunque confrontarsi non soltanto con le difficoltà economiche e amministrative del territorio, ma anche con le conseguenze della crescente competizione militare tra Stati Uniti e Cina, nella quale l’arcipelago occupa una posizione geografica strategica.
Samoa Americane, la rielezione di Amata Radewagen e il problema della cittadinanza
Nelle Samoa Americane, da non confondere con lo Stato indipendente di Samoa, le elezioni del 3 novembre hanno confermato la repubblicana Aumua Amata Coleman Radewagen come delegata alla Camera dei Rappresentanti. Radewagen ha ottenuto 4.215 voti, pari al 60,7%, superando la democratica Sandra King Young, fermatasi a 2.169 preferenze, corrispondenti al 31,2%. Gli altri candidati hanno raccolto percentuali nettamente inferiori.
La consultazione ha riguardato anche il rinnovo della Camera dei Rappresentanti territoriale, mentre non era prevista un’elezione per il governatorato, il cui prossimo appuntamento elettorale si terrà nel 2028.
La conferma di Radewagen, che inizierà il settimo mandato consecutivo, testimonia la presenza di un orientamento conservatore consolidato nella rappresentanza federale del territorio. Tuttavia, come nel caso degli altri possedimenti statunitensi, l’appartenenza politica della delegata non modifica la natura limitata del suo mandato: potrà partecipare ai lavori del Congresso, ma non disporrà del voto finale sulle leggi federali.
Le Samoa Americane presentano inoltre una particolarità giuridica che rende ancora più evidente la condizione subordinata del territorio. A differenza di quanto avviene generalmente negli altri territori abitati degli Stati Uniti, le persone nate nelle Samoa Americane non acquisiscono automaticamente la cittadinanza statunitense, bensì lo status di nazionali non cittadini, indicati nel diritto statunitense come non-citizen nationals. Tale condizione consente loro di possedere un passaporto statunitense e di risiedere negli Stati Uniti, ma non garantisce automaticamente tutti i diritti politici riconosciuti ai cittadini federali.
La questione è stata oggetto di controversie giudiziarie, poiché alcuni residenti rivendicano il riconoscimento automatico della cittadinanza, mentre altri sostengono che l’attuale status permetta di preservare specifiche istituzioni tradizionali, tra cui il sistema fondiario comunitario e l’organizzazione sociale fondata sull’autorità dei capi tradizionali, i matai. Questa distinzione dimostra che il problema dell’autodeterminazione non può essere ridotto alla semplice estensione delle istituzioni statunitensi, ma richiede di considerare anche la tutela dell’identità culturale e delle forme locali di organizzazione sociale.
Le Samoa Americane figurano dal 1946 nell’elenco delle Nazioni Unite dei territori non autonomi. Il legame con Washington risale agli accordi di cessione del 1900 e del 1904, attraverso i quali gli Stati Uniti acquisirono il controllo delle isole principali dell’arcipelago orientale delle Samoa, consolidando la propria presenza nel Pacifico meridionale.
Oggi il territorio possiede un proprio governo e un’assemblea legislativa, il Fono, ma rimane subordinato alle competenze federali in materia di difesa e relazioni internazionali. La sua economia dipende fortemente dall’industria della lavorazione del tonno, dall’occupazione pubblica e dai rapporti finanziari con gli Stati Uniti, mentre la posizione geografica ne accresce l’importanza nel quadro della competizione strategica nel Pacifico.
Un esempio particolarmente attuale delle tensioni tra potere federale e interessi locali riguarda il progetto statunitense di concessione di aree marine per la ricerca e il possibile sfruttamento futuro di minerali dei fondali oceanici. L’amministrazione Trump ha programmato per il 19 novembre un’asta relativa a due vaste aree marine al largo delle Samoa Americane, per una superficie complessiva di circa 31,5 milioni di acri. La procedura ha suscitato opposizioni da parte di organizzazioni ambientaliste e comunità locali, preoccupate per le possibili conseguenze sugli ecosistemi marini e per il limitato potere decisionale del territorio.
L’assegnazione delle concessioni non autorizzerebbe automaticamente l’estrazione commerciale, che richiederebbe ulteriori permessi e valutazioni ambientali. Rimane tuttavia significativo che una decisione relativa alle risorse naturali di un territorio politicamente subordinato sia gestita dalle autorità federali, mentre la popolazione interessata non dispone di una rappresentanza parlamentare equivalente a quella degli abitanti degli Stati federati.
Democrazia selettiva e persistenza delle strutture coloniali
L’analisi delle elezioni nei quattro territori d’oltremare permette di comprendere una dimensione della politica statunitense raramente approfondita dai grandi mezzi d’informazione internazionali. Mentre Washington rivendica il proprio ruolo di difensore della democrazia e della libertà politica, continua a esercitare la propria sovranità su territori i cui abitanti non partecipano pienamente alla formazione delle istituzioni federali che assumono decisioni fondamentali sul loro futuro.
Questa contraddizione appare ancora più evidente nel 2026, anno nel quale gli Stati Uniti celebrano il 250º anniversario della Dichiarazione d’indipendenza del 1776. Il documento fondativo della nazione nordamericana denunciava il dominio della monarchia britannica e rivendicava il diritto delle popolazioni coloniali a determinare il proprio destino politico. Due secoli e mezzo dopo, tuttavia, milioni di persone residenti nei territori statunitensi continuano a vivere in condizioni di rappresentanza limitata, mentre il Congresso conserva ampie prerogative legislative nei loro confronti.
La persistenza di questa situazione non può essere spiegata soltanto attraverso un ritardo nell’evoluzione delle istituzioni democratiche. I territori d’oltremare occupano infatti posizioni geopolitiche strategiche, che contribuiscono a spiegare l’interesse di Washington a mantenerne il controllo. Guam e le Marianne Settentrionali rappresentano avamposti militari fondamentali nel Pacifico occidentale, le Samoa Americane consentono una presenza statunitense nel Pacifico meridionale e le Isole Vergini Americane costituiscono un punto di riferimento nel sistema caraibico, che include anche Porto Rico, di cui abbiamo scritto in altre occasioni.
In un contesto internazionale caratterizzato dall’ascesa della Cina e dalla progressiva trasformazione degli equilibri geopolitici, il controllo di queste isole assume un significato che supera ampiamente le loro dimensioni territoriali e demografiche. Le infrastrutture militari, gli spazi marittimi e le risorse naturali costituiscono elementi essenziali della proiezione strategica statunitense.
La contraddizione principale non riguarda dunque la vittoria dei Repubblicani o dei Democratici, ma la permanenza di un ordinamento nel quale l’esercizio dei diritti democratici dipende dal territorio di residenza e nel quale importanti decisioni economiche e strategiche vengono assunte da istituzioni che le popolazioni interessate non possono pienamente contribuire a eleggere.
Nel momento in cui il sistema politico americano attraversa una nuova fase di scontro tra Democratici e Repubblicani, le elezioni nelle isole del Pacifico e dei Caraibi ricordano che il problema della democrazia statunitense non può essere ridotto alla figura di Donald Trump o all’alternanza tra i due maggiori partiti. Esso riguarda anche le strutture istituzionali attraverso le quali Washington continua a esercitare il proprio potere su popolazioni che non godono di una piena rappresentanza politica.
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