Gli Stati Uniti e il Sudamerica: la famigerata Dottrina Monroe

Dalla Dottrina Monroe alla Guerra Fredda, dalle ingerenze in Guatemala, Cuba, Cile, Nicaragua e Panama fino allo scontro contemporaneo con il Venezuela: l’articolo di Martina Paiotta ricostruisce la lunga traiettoria dell’interventismo statunitense in America Latina e le risposte politiche e sociali del continente.

Dopo la dissoluzione dell’URSS, gli Stati Uniti si autoconvinsero che, prima o poi, sarebbero scomparsi anche il Comunismo e il Socialismo. Tuttavia, si scontrarono presto con una realtà ben diversa: proprio perché il naturale contrappeso era venuto a mancare, ben presto altre Regioni cominciarono a creare uno scudo alternativo alle grinfie capitalistiche occidentali. Il Sudamerica, che era storicamente predato dal Nord, cominciò ad implementare un sistema socialista per fare scudo al capitalismo nordico. Nel corso dei decenni precedenti, Washington sviluppò la c.d. Dottrina Monroe; inizialmente nata per “proteggere” il Sudamerica dalle mire imperiali europee durante il periodo del grande colonialismo europeo – ma, allo stesso tempo, far sì che il Nordamerica fosse l’unico “colonizzatore” legittimo del Sud – si trasformerà gradualmente in pretesto per la colonizzazione legittima del Sud del Continente americano da parte del Nord, la cui “colpa” era il possesso di enormi quantità di risorse naturali, come quelle petrolifere.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale – l’America Latina, che in realtà non fu veramente coinvolta – gli Stati Uniti, vittoriosi con l’URSS, che rafforzarono il proprio potere egemonico nelle altre Regioni globali, si ritrovarono in una posizione di forza ancor maggiore in America Latina, riducendo l’influenza di tutti gli altri Attori sconfitti, come l’Europa e il Giappone. L’influenza sovietica nell’area era, peraltro, trascurabile. Con il Trattato di Rio del 1947, voluto dagli Stati Uniti allo scopo di “omologare” le Americhe, l’influenza statunitense al Sud divenne ancor più marcata poiché, in parole estremamente semplici, il Trattato conferiva agli USA una certa “legittimità” ad intervenire militarmente al Sud; per garantirsi che nessun altro Attore sarebbe intervenuto nelle controversie, gli USA ottennero dall’ONU il diritto di intervento al Sud, bypassando gli organismi internazionali. Nasce così, nel 1948, l’Organizzazione degli Stati Americani, allo scopo presunto di risolvere in house le controversie legate al Continente.

Pertanto, mentre gli USA crescevano economicamente a dismisura, l’America Latina diveniva sempre più povera, emarginata, sfruttata e sempre più dipendente dal Nord, al punto che, nel 1950, il prodotto interno lordo di tutta l’America Latina era un settimo di quello degli Stati Uniti con la stessa quantità, approssimativamente, di popolazione. I veri responsabili delle abnormi disuguaglianze economiche erano, tuttavia, le multinazionali statunitensi: mentre esportavano ricchezze, importavano povertà in Sudamerica, sfruttando senza limiti le risorse naturali e gli altri vantaggi che la collocazione geografica offriva, anzitutto quello legato al petrolio, il vero, unico motivo per il quale gli USA non hanno mai perso interesse nei confronti dell’America Latina. L’ultimo sfregio che i Nordamericani hanno voluto fare al Sud è stato quello legato alla data del 3 gennaio del 2026, in cui Nicolas Maduro, il Capo di Stato del Venezuela, viene portato via con la forza insieme a sua moglie Cilia Flores per essere incarcerati a Brooklyn; in altre parole, vengono rapiti e illegalmente detenuti dall’impero del Nord che reputava Maduro un ostacolo umano al godimento del petrolio venezuelano.

Tuttavia, i primissimi anni dopo la Seconda Guerra Mondiale, il focus nordamericano non fu rivolto immediatamente al Sud: fu dapprima rivolto all’Europa, al Giappone e all’ascesa della Cina comunista. L’Europa beneficiava ancora del Piano Marshall e gli USA non volevano ritirarsi con il rischio di perdere influenza su quel territorio; il Giappone, devastato, andava ora “ricostruito” – anche e soprattutto politicamente – secondo canoni “accettabili” per l’Occidente e la Cina, intanto, pur sconfitta, si ricostruiva quale impero comunista coadiuvata dall’URSS. Soltanto in un secondo momento, dopo aver “sbrigato” le conseguenze della guerra per non perdere influenza in quelle aree proprio mentre l’URSS altrettanto vittoriosa avanzava, proprio perché si temeva che l’URSS prima o poi si sarebbe infiltrata in Sudamerica, a pochi passi dal suo avversario al Nord, l’attenzione fu rapidamente spostata in America Latina.

Durante gli anni ’30, il Sudamerica era perlopiù governato da Capi di Stato filo-statunitensi che giocavano a fare gli interessi del Nord in cambio di favoritismi politici; dopo l’ascesa del Comunismo e la fine della Seconda Guerra Mondiale, sempre più Paesi, al Sud, abbracciavano la via del Socialismo. Anzitutto, i Governi che abbracciano il Socialismo, come il Guatemala, cominciano ad espropriare alle multinazionali del Nord gli acri di terra che i precedenti Governi avevano messo a disposizione di Washington; proprio in Guatemala, il Governo di Arbenz verrà rovesciato dalla CIA per questo motivo, accusato, peraltro, di Comunismo solo per aver emanato riforme con tratti socialisti.

Mentre il Guatemala veniva bombardato dagli aerei nordamericani, nel resto della Regione latina si levò con forza una voce contro l’imperialismo del Nord; primo tra i Paesi a ripudiare fermamente l’avanzare del Nord entro i confini del Sud: il Venezuela. Lo stesso Venezuela che, a distanza di decenni, pagherà caro le conseguenze di aver lottato in prima linea contro ogni forma di imperialismo e di coercizione imposta dagli USA e affronterà il rapimento del proprio Capo di Stato, Nicolas Maduro. Per placare il malcontento generale nei confronti del Nord, Washington cercò di indurre i cittadini sudamericani a credere che l’unico, vero pericolo risiedesse nel Comunismo: questo servì a giustificare l’incremento degli aiuti militari a discapito di quelli economici, sebbene, nel 1959, gli USA diedero vita alla Banca Interamericana di Sviluppo, con l’obiettivo di modernizzare le Americhe.

Nonostante la campagna anticomunista promulgata dal Nord, in alcuni Paesi latini il Socialismo e il Comunismo avanzavano già rapidamente, con il supporto sovietico, contro l’imperialismo capitalista. Nei primissimi anni ’50, la Rivoluzione Cubana promossa da Fidel Castro fu l’esempio per eccellenza della lotta sudamericana al nuovo colonialismo: nonostante l’asfissia iniziale di condurre una rivoluzione socialista in pieno periodo di espansione del capitalismo nordico, la rivoluzione miracolosamente sopravvisse e, ancora oggi, Cuba, strozzata dall’embargo imposto dal Nord, è comunista.

Già ai tempi della Rivoluzione Cubana di Fidel Castro, Cuba decise di acquistare il petrolio dall’URSS; intanto, Washington aveva già deciso che Castro doveva essere rimosso dalla CIA e, nel frattempo, diede il via all’embargo contro Cuba. Sulla base della strategia utilizzata per rovesciare il Governo socialista in Guatemala, nel 1961 Washington utilizzò il medesimo copione per provare a rovesciare Castro: gli Stati Uniti invadono la Baia dei Porci; nonostante l’aviazione cubana fosse di molto contenuta rispetto alla grande disposizione armata statunitense, in poco tempo gli aviatori cubani riuscirono a distruggere le navi nordamericane che intanto avanzavano verso le coste cubane in supporto dell’aviazione statunitense che bombardava il suolo cubano. L’invasione si rivelò un totale fallimento e la CIA perse enorme credibilità.

Intanto, per scoraggiare ulteriori mosse da parte del Nord, l’URSS di Chrusčëv decise di schierare missili a Cuba; l’evento, questo, che darà origine alla Crisi dei Missili di Cuba, 1962. Fu allora che Washington volle raggiungere un accordo: non avrebbe rovesciato Castro a patto che Mosca ritirasse i suoi missili. Sebbene gli USA si dicessero impegnati a non rovesciare Castro, nella pratica riuscirono ad isolare, economicamente e politicamente, Cuba dal resto dell’Occidente. Per rendere Cuba ancor più succube del Nord, gli USA ripresero ad erogare aiuti economici invece che militari: una sorta di Piano Marshall per l’America Latina, sotto il nome di “Alleanza per il Progresso”. Tuttavia, Cuba ripudiò questa forma di sussidio, scorgendo in anticipo lo scopo neocoloniale che vi si celava. Ma questa fu una mossa anche strategica: per fermare i sentimenti anti-statunitensi, l’allora Amministrazione Kennedy doveva pur dimostrare ai cittadini del Sud che gli USA erano un alleato su cui contare nei momenti di difficoltà.

La condizione sottostante per ricevere gli aiuti, per Washington, era, tuttavia, l’adeguamento politico al Nord. Nonostante la UFCO, multinazionale statunitense attiva nel settore agricolo – United Fruit Company – tentasse di massimizzare la produzione anche in America Latina coerentemente al programma di implementazione per lo sviluppo e per gli aiuti, non aveva alcuna intenzione di aumentare i salari o le condizioni lavorative di chi vi lavorava; nonostante fosse in grado di offrire lavoro anche nel Sud del Continente Americano, le politiche orientate al mero profitto e che ignoravano completamente le condizioni umane portarono allo sfruttamento della manodopera, a costi bassissimi di produzione e alla repressione delle organizzazioni dei lavoratori che chiedevano migliori condizioni lavorative.

Questi i motivi principali per i quali il Sudamerica cominciò, già da qualche decennio prima, ad espropriare terreni alle multinazionali statunitensi. La situazione, a livello di rapporti tra Nord e Sud America, si aggravò ancor più quando, negli anni ’60, la UFCO cominciò a sottrarre la produzione ai cittadini del Sudamerica per importare i prodotti al Nord, aggravando la già grave situazione alimentare nell’area latina. Un motivo in più, questo, che spinse il popolo sudamericano ad abbracciare la Rivoluzione socialista che intanto Cuba cercò di esportare anche al di fuori dei propri confini, sebbene alcuni Governi latini, proprio come gli USA, risposero alla Rivoluzione ricorrendo all’uso della forza.

Che Guevara, guerrigliero rivoluzionario cubano di origini argentine, uno dei simboli più noti della Rivoluzione Cubana forse più dello stesso Castro, fu ucciso da chi faceva, intanto, gli interessi degli Stati Uniti e del Capitalismo. Come Che Guevara, migliaia gli altri rivoluzionari che, per mano della CIA o dei loro stessi connazionali, perderanno brutalmente la vita. Ci si trova, infatti, in un momento storico in cui gli USA, che si dichiaravano già la più grande democrazia, preferiscono supportare le dittature militari filo-nordiche inviando loro ulteriori armamenti ai fini di garantirsi sostegno permanente piuttosto che concedere ai Paesi dell’America Latina elezioni democratiche. In particolare, nella Repubblica Dominicana gli USA avevano addestrato l’esercito dominicano agli interventi di controguerriglia in cambio di aiuti economici: in questo modo, si erano garantiti un esercito in loco pronto a sopprimere con il ricorso all’uso della forza i moti rivoluzionari locali che rischiavano di sovvertire l’ordine imposto dagli Stati Uniti.

Si cominciò così a parlare di “diplomazia delle cannoniere”. Sebbene gli USA facessero “buon viso a cattivo gioco”, nel senso di supportare economicamente l’America Latina per reprimere, intanto, le rivoluzioni locali, il sentimento anti-statunitense non fu messo a tacere; al contrario, le rivolte sembravano espandersi ora a macchia d’olio.

Intanto, in Cile, il socialista Salvador Allende conquistò il Paese, divenendo un simbolo, grazie alle sue politiche socialiste e rivoluzionarie, di lotta all’imperialismo del Nord. Pertanto, l’Amministrazione statunitense del tempo, che aveva i suoi interessi legati alle multinazionali statunitensi in quelle aree – l’Amministrazione Nixon – cominciò a sostenere, sia militarmente che economicamente, gli oppositori di Allende: gli succede così Augusto Pinochet, che causerà la morte di Allende durante il Colpo di Stato nonché la morte di almeno altri 3.000 cileni nella sua “lotta al Comunismo”, con il benestare di Washington.

Allende era temutissimo dagli USA non solo perché era un influente socialista, ma anche perché non beneficiava di un appoggio diretto dell’URSS come Castro; pertanto, questo significava che il Comunismo aveva il potere di stanziarsi in Occidente pur senza l’aiuto di Mosca.

Ma, dopo l’ascesa di Pinochet, la situazione in Cile non fece che degenerare: molti cittadini stranieri furono accusati di essere sovvertitori e arrestati e torturati, l’espressione del libero pensiero fu limitata e le sedi politiche non conformi a quelle governative e le sedi culturali, scolastiche e universitarie furono assoggettate a controlli rigidissimi. Nel frattempo, gli USA stanziarono la CIA sul territorio cileno per monitorare eventuali, ulteriori ingerenze da parte di movimenti comunisti o socialisti.

Pur con la morte di Allende, il Cile e il resto dell’America Latina – per cui Allende rappresentava un simbolo di lotta all’imperialismo – non abbandonarono la rivoluzione contro l’imperialismo capitalista del Nord. Non a caso, in Salvador si consumò, per ben 12 anni, una sanguinosa guerra civile alimentata dalla CIA per “spegnere” i fuochi socialisti, mentre il Nicaragua, governato da oltre trent’anni da una brutale dittatura che violava i diritti umani fondamentali e che godeva dell’appoggio di Washington, fu presto conquistato da Daniel Ortega, che riuscì a rovesciare il Governo precedente e ad instaurare un Governo socialista non allineato e senza l’aiuto diretto di Mosca, proprio come era avvenuto per Salvador Allende.

Solo quando l’Amministrazione Reagan – che aveva intanto accumulato milioni di dollari destinati ai presunti “aiuti umanitari” agli oppositori del Governo socialista, i Contras, nonostante il divieto imposto dal Congresso sul rovesciamento eventuale del Governo locale – lasciò il Nicaragua, ritornò un periodo relativamente più pacifico non solo nel Paese, ma anche oltre i suoi confini. Il ritiro fu probabilmente anche legato al fatto che, mentre gli USA condannavano pubblicamente l’Iran, gli vendevano in segreto le armi i cui ricavati finivano direttamente nelle tasche dei ribelli sudamericani sostenuti dalla CIA.

Non solo: mentre gli USA distruggevano l’America Latina, avevano, contemporaneamente, il “fronte vietnamita” aperto; questo faceva sì che ci fosse un doppio dispendio e una doppia uscita di armi, flussi finanziari e strategici dalle casse di Washington. Pertanto, la probabilissima mancanza di risorse a sufficienza aveva fatto sì che gli USA si fossero trovati dinanzi ad un trade-off: scegliere a quale delle due Regioni dare priorità.

Tuttavia, il ritiro graduale delle truppe USA e della CIA non garantì affatto lo sviluppo dell’America Latina quale Regione indipendente; al contrario, la dipendenza economica dal Nord, col passare degli anni, non ha fatto che radicarsi sempre più. A causa dello stato di dipendenza del Sud, il PIL sudamericano era basso, a lentissima crescita, nonostante l’America Latina fosse una Regione sovrappopolata. Per via della povertà spesso estrema causata dallo sfruttamento del Nord, gradualmente si registreranno flussi migratori verso il Nord. Europa e Asia, che gradualmente si riprendono dal trauma della guerra e cominciano a commercializzare con gli altri Continenti, verranno gradualmente escluse dalla rete commerciale in America Latina: dopo la fine della Guerra Fredda, gli USA restano gli unici e soli Attori in grado di dominare la scena economica sudamericana.

Dopo l’era della Guerra Fredda, si sperava, per il Sudamerica, un periodo di relativa pace, anche perché si credeva altresì che con la dissoluzione sovietica gli USA avrebbero posto fine alle proprie politiche interventiste; le aspettative si rivelarono ben presto utopiche: gli USA, d’altro canto, speranzosi che dopo la dissoluzione sovietica i Paesi avrebbero cominciato ad abbandonare il Comunismo, si resero conto che i regimi socialisti in America Latina erano rimasti in piedi e non si erano fatti scoraggiare dal crollo sovietico.

Il generale Manuel Noriega era salito al potere a capo delle Forze di Difesa di Panama e, per lungo tempo, era stato un prezioso informatore e alleato della CIA e degli Stati Uniti, sostenendo le politiche anticomuniste di Washington in America Centrale. Tuttavia, nel corso degli anni ’80, i rapporti si deteriorarono drasticamente: nel 1988 Noriega fu incriminato da tribunali federali statunitensi per riciclaggio di denaro e traffico internazionale di stupefacenti. Oltre alle accuse, presunte o reali nei fatti, Noriega divenne un sovrano autoritario insopportabile per Washington quando, nel maggio del 1989, annullò le elezioni presidenziali democratiche, vinte dall’opposizione guidata da Guillermo Endara, e represse le proteste.

Poco prima dell’invasione, arrivò a dichiarare che Panama si trovava in guerra con gli Stati Uniti, in seguito a episodi di violenza contro il personale militare americano di stanza nella Zona del Canale. Il presidente George H.W. Bush ordinò l’intervento di circa 13.000 truppe fresche dagli Stati Uniti, che si unirono ad altrettanti soldati già permanentemente di stanza a protezione del Canale di Panama allo scopo di catturare Noriega ed instaurare il Governo democratico di Endara. Noriega si arrese alla fine di gennaio 1990 e fu trasferito negli Stati Uniti, dove fu condannato per traffico di droga.

L’invasione di Panama smentì la teoria del “contenimento”, dimostrando che gli USA erano pronti ad usare la forza bruta anche in assenza di una competizione strategico-ideologica legata all’URSS, giustificando l’intervento come parte della “guerra alla droga”; un linguaggio che ricorda l’invasione dell’Iraq nell’ambito della famigerata “guerra al terrore”, che ebbe un impatto psicologicamente devastante persino in America Latina, intensificando i dissapori contro il Nord.

Il Venezuela, fino ad allora governato da un sistema bipartitico in cui i due maggiori partiti venezuelani si alternavano al potere, conobbe presto una crisi alimentata anche dal malcontento popolare dovuto alla sottomissione del Sud al Nord. Tra le figure rivoluzionarie, il venezuelano Hugo Chávez era particolarmente apprezzato e gradito tra gli altri leader socialisti del Sudamerica. Chávez fu uno dei leader più ferventi nella lotta all’imperialismo a strisce e stelle nonché uno dei leader rivoluzionari più combattivi, tant’è che, prima di salire al potere, trascorse un periodo in carcere; quando venne liberato, ad attenderlo c’era Nicolas Maduro, futuro leader del Venezuela e suo successore, all’epoca autista di autobus e sindacalista che aveva appena cominciato a muovere i primi passi in politica.

Fu proprio allora che Chávez, colpito dalla figura imponente ma gentile e calorosa di Maduro, nonché dalla sua ammirazione e dalla sua devozione, decise di nominarlo Presidente dell’Assemblea Nazionale e, dopo poco, Ministro degli Affari Esteri. Maduro sarà rapito la notte del 3 gennaio del 2026 durante un raid illegale orchestrato dall’Amministrazione Trump, che tirerà in ballo la famigerata Dottrina Monroe, rivisitandola in Dottrina Donroe – dal nome Donald – per legittimare le politiche di aggressione territoriale in Sudamerica al mero scopo di ottenere il petrolio alle condizioni nordamericane.

Agli inizi degli anni 2000, un altro sindacalista, Ignacio Lula da Silva, ha conquistato rapidamente la fiducia elettorale, stavolta in Brasile, promettendo di porre fine allo sfruttamento economico di Washington. Tuttavia, pur adottando una serie di riforme sociali per agevolare il tenore di vita del suo popolo, ha scelto di non prendere le complete distanze dalla Banca Mondiale o dal Fondo Monetario Internazionale, optando per una certa austerità. D’altro canto, Lula ha incrementato quasi dell’8% la crescita economica del proprio Paese ed è diventato un solido alleato BRICS.

Durante gli anni post-Guerra Fredda, il modello neoliberista del Washington Consensus veniva presentato come l’unica strada percorribile dopo la fine della Guerra Fredda; le esperienze sudamericane dimostrano l’esatto contrario: è possibile rifiutare il dogma nordamericano ed instaurare un Governo orientato al Socialismo pur senza il sostegno dell’URSS o di Mosca. Per molto tempo si è ritenuto che ai Paesi della sfera d’influenza occidentale non fosse consentito deviare dal modello capitalistico a causa del controllo geopolitico e delle interferenze esterne, ma i Paesi latinoamericani hanno dimostrato che è possibile costruire una forte autonomia politica ed economica, riducendo la dipendenza storica dalle Potenze egemoni e conquistando il diritto di autodeterminare il proprio modello sociale e governativo.

Dal superamento delle drammatiche contingenze della Guerra Fredda alla progressiva disarticolazione del modello neoliberista afferente al Washington Consensus, le vicende del continente sudamericano dimostrano che l’affermazione della giustizia sociale e la redistribuzione delle risorse non sono traguardi incompatibili con lo sviluppo economico. Al contrario, quando tali istanze vengono perseguite nel rispetto della sovranità nazionale, esse pongono le basi per modelli socio-economici inediti e fecondi che arginano gli effetti delle pratiche neocoloniali dei “padroni storici”.

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About Martina Paiotta

Martina Paiotta, laureata con lode in Economia, Finanza & Mercati Internazionali, ex allieva I.S.S.M.I. (Istituto Superiore di Stato Maggiore Interforze) esperta di tematiche geopolitiche, politiche e militari, giornalista freelance, saggista.

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