Il Global Times critica Manila per aver presentato il pedinamento a distanza della portaerei Liaoning come un’operazione di monitoraggio militare. L’editoriale denuncia i rischi della cooperazione filippina con potenze esterne e autorità taiwanesi, invitando a evitare nuove tensioni marittime regionali.

Global Times – 28 ottobre 2026
La parte filippina è ben consapevole delle conseguenze di una provocazione sconsiderata nei confronti della Cina, eppure ha deciso ugualmente di portare avanti questa farsa da essa stessa inscenata. La ragione di fondo è che alcune forze nelle Filippine vogliono fomentare tensioni nel Mar Cinese Meridionale per contenere la Cina, ma non dispongono della sicurezza né delle capacità necessarie a sostenere azioni concrete di contrapposizione. Non resta loro che ricorrere a questa scadente messinscena per bluffare e ostentare una forza inesistente.
Recentemente, durante una nuova serie di attività multilaterali di cooperazione marittima che hanno coinvolto Stati Uniti, Giappone e Filippine, Manila ha inviato un’unità navale a seguire il gruppo della portaerei Liaoning. Al massimo, l’imbarcazione filippina ha seguito a distanza il gruppo navale cinese e scattato qualche fotografia. Eppure, la parte filippina ha amplificato l’episodio, presentandolo come un’operazione volta a «seguire» e «monitorare» la Marina cinese. A giudicare soltanto dalla retorica di alcuni esponenti militari e organi d’informazione filippini, si potrebbe pensare che Manila abbia dispiegato una formidabile forza navale. Ma, una volta considerati tutti i fatti pertinenti, emerge la vera natura di questa esibizione, dietro la quale si cela la consapevolezza della propria debolezza.
Le attività addestrative della portaerei Liaoning nelle acque interessate del Pacifico occidentale rientrano nella normale programmazione del suo piano annuale di addestramento, sono conformi al diritto e alla prassi internazionali e non sono dirette contro alcun Paese o obiettivo specifico. Navigando in alto mare e lungo le rotte marittime arcipelagiche, il gruppo ha esercitato i diritti di navigazione e di passaggio garantiti dal diritto internazionale. Durante l’intera traversata ha mantenuto un comportamento professionale e misurato, senza intraprendere alcuna azione ostile nei confronti delle Filippine. Persino un portavoce della Guardia costiera filippina ha dovuto riconoscere che «il movimento potrebbe comunque rientrare nei diritti di navigazione riconosciuti a livello internazionale».
La BRP Sarangani, l’unità filippina coinvolta nell’operazione, era originariamente una nave da pattugliamento e soccorso dismessa e donata dalle autorità taiwanesi. Considerate le sue dimensioni, il cosiddetto «inseguimento» di una grande formazione da combattimento come un gruppo portaerei poteva consistere in poco più di un pedinamento simbolico a distanza. Non avrebbe potuto né avvicinarsi al gruppo portaerei né raccogliere molte informazioni di valore, tanto meno esercitare una capacità di monitoraggio significativa. La parte filippina è ben consapevole delle conseguenze di una provocazione sconsiderata nei confronti della Cina, eppure ha deciso ugualmente di portare avanti questa farsa da essa stessa inscenata. La ragione di fondo è che alcune forze nelle Filippine vogliono fomentare tensioni nel Mar Cinese Meridionale per contenere la Cina, ma non dispongono della sicurezza né delle capacità necessarie a sostenere azioni concrete di contrapposizione. Non resta loro che ricorrere a questa scadente messinscena per bluffare e ostentare una forza inesistente.
A un esame più approfondito, questa manovra risponde sia a calcoli di politica interna filippina sia al desiderio di compiacere potenze esterne. Di fronte a difficoltà quali la debole crescita economica e le crescenti pressioni sul governo, Manila cerca di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica amplificando presunte «minacce» esterne e proiettando un’immagine di fermezza nei rapporti con l’estero, così da ricavarne consenso politico per l’amministrazione. Nel frattempo, le Filippine hanno intensificato la cooperazione militare con Stati Uniti, Giappone e altri Paesi. Pubblicizzare i dettagli del cosiddetto «monitoraggio» del gruppo della portaerei Liaoning durante le esercitazioni congiunte tra Stati Uniti, Giappone e Filippine serve a dimostrare agli alleati esterni la propria utilità nel mantenimento di una «presenza avanzata» e a mostrare di poter offrire contributi concreti, anche quando tale «contributo» si riduce a una piccola nave dismessa che segue a distanza il gruppo portaerei. È anche un tentativo di ottenere sostegno esterno per rafforzare la propria posizione nelle controversie marittime e sfruttare le tensioni regionali per conseguire vantaggi ingiustificati. Ma, per quanto si gonfi la bolla della retorica, essa non può garantire una sicurezza reale.
Anche alcuni esponenti filippini dovrebbero valutare attentamente i costi della loro cieca fiducia nel corteggiamento di potenze esterne alla regione. Alcune di queste potenze sono disposte a collocare le Filippine in prima linea perché ciò risponde ai propri interessi strategici. Questo, tuttavia, non significa che siano pronte a farsi carico delle conseguenze di ogni mossa rischiosa di Manila. Se si verificasse un incidente in mare, le navi e il personale filippini sarebbero i più vicini al luogo dell’accaduto, e sarebbero le stesse Filippine a subirne per prime i rischi. Affidare la sicurezza marittima del Paese a un sostegno altrui soltanto apparente significa non solo sopravvalutare l’utilità concreta di quella vecchia nave da pattugliamento, ma anche sottovalutare il prezzo che le Filippine dovrebbero pagare qualora le tensioni regionali aumentassero.
In realtà, ciò che minaccia davvero la sicurezza regionale sono le provocazioni delle Filippine nel Mar Cinese Meridionale e la loro collusione con le autorità del Partito Democratico Progressista (DPP) dell’isola di Taiwan. La questione di Taiwan è particolarmente sensibile. Qualsiasi iniziativa che possa rendere ambigui i confini della politica di una sola Cina o estendere la cooperazione in materia di sicurezza ad ambiti delicati rischia di provocare gravi sconvolgimenti nella regione. Da un lato, Manila ribadisce la propria adesione alla politica di una sola Cina; dall’altro, consente che mezzi della Guardia costiera provenienti dalla regione di Taiwan entrino in servizio nella propria Guardia costiera. Questo doppio gioco equivale a giocare con il fuoco.
La Cina rimane incrollabile nel proprio impegno a salvaguardare la sovranità nazionale e i diritti e gli interessi marittimi, sostenendo al tempo stesso con coerenza il ricorso ai negoziati per gestire le divergenze. Le missioni della portaerei Liaoning in acque lontane rappresentano una normale tappa della modernizzazione della difesa cinese. La sua rotta non sarà modificata dal pedinamento di una o due navi da pattugliamento dismesse, né sarà deviata dal clamore che circonda alcune esercitazioni militari congiunte. Manila deve comprendere che fomentare tensioni con l’appoggio di potenze esterne non le garantirà una sicurezza autentica. Trascinerà soltanto le Filippine ancora più a fondo in un complesso gioco geopolitico.
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