La deroga alle regole europee di bilancio per le spese militari consente al Governo Meloni di accelerare sul riarmo senza contabilizzarne pienamente l’impatto sul deficit, mentre restano aperti i nodi dei finanziamenti al welfare, della pressione fiscale e dei servizi pubblici.

Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni si sono adoperati per considerare le spese militari al di fuori del calcolo del deficit, assicurando al nostro Paese la possibilità di una spesa aggiuntiva per il riarmo, sottraendosi all’obbligo di rispettare le norme vigenti in materia di bilancio.
Detto in termini meno tecnici, riarmo e spese militari non concorreranno al deficit eccessivo per il quale il nostro Paese, da qualche anno, è sotto osservazione da parte di Bruxelles.
La posizione ufficiale del Governo sembrerebbe guidata dal buon senso, ossia dal fatto che la maggioranza di Palazzo Chigi non intenderebbe assecondare il rigore del bilancio sacrificando l’aumento massiccio dei costi militari e, al contempo, sostenere il riarmo senza sottrarre risorse ad altri capitoli economici. Il classico gioco delle tre carte per mettere insieme rispetto dei parametri di Maastricht, feroci detassazioni, aumento delle spese militari e aiuti fiscali alle imprese. E, sullo sfondo dei disinvestimenti sociali, l’applicazione delle classiche ricette securitarie e repressive.
La realtà resta ben altra rispetto alle veline diffuse a mezzo stampa e, sovente, a reti unificate. Non mancano tensioni elettorali e critiche da parte di sindacati e società verso i tagli e i mancati finanziamenti a sanità e scuola. Dal canto suo, il centrodestra difende gli stanziamenti militari ricorrendo alla classica narrazione: salvaguardia della sicurezza nazionale e della sovranità tecnologica, con l’industria della difesa italiana giudicata come il comparto strategico per l’economia e l’occupazione, quando invece i numeri direbbero il contrario.
L’accelerazione delle spese militari in deroga alle regole di bilancio permette la sopravvivenza politica del Governo Meloni, e la sua spendibilità a livello internazionale, nonché dei suoi interventi per ridurre la tassazione sui redditi. In questo modo evita che siano i datori a erogare aumenti in linea con il costo della vita e impegna risorse che poi mancheranno al welfare, spingendo i servizi pubblici prima al depauperamento e poi alla privatizzazione.
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