Woke is crazy?

La polemica sul woke solleva una questione più profonda per la sinistra: come ricongiungere diritti civili e diritti sociali, lotta di classe e opposizione al riarmo, evitando che il malessere prodotto dal neoliberismo venga intercettato dalle destre.

Questa riflessione non ha intenzione di agganciarsi alle disparate voci che – sulla veloce e superficiale tastiera di un dispositivo – sono seguite alle dichiarazioni rese da Alexandria Ocasio-Cortez (AOC) sulla liquidazione dello slogan «woke» (https://www.facebook.com/deutschewellenews/videos/alexandria-ocasio-cortez-says-woke-1-was-crazy-but-what-exactly-was-woke-1-and-h/1607162394085284/).

Piuttosto, vorremmo metter mano a un discorso che ha a che vedere con la necessità di mantenere sveglie le coscienze sui venti di guerra, sul progressivo smarrimento di ogni coscienza – di classe innanzitutto – e sui danni irreversibili del neoliberismo. È un dovere che non si può accantonare con una mossa preelettorale.

Le parole di AOC sono state riprese anche in Italia da politici presunti progressisti, ed è all’ambito della politica che questa polemica va ricondotta. Le parole sono importanti: di parole è fatto il discorso politico, sia quello che rimane vuota retorica, sia quello che guida analisi e azione. Le parole vanno soppesate, e AOC non affronta il contesto storico, assai articolato, della sua denuncia sull’uso ormai consumato del termine «woke». Il discorso dell’attivista e politica americana, che pure appartiene a un’etnia non bianca, è venato di contraddizioni e forse, proprio nella campagna per le elezioni di medio termine, dovrà tornarci su.

Durante la sfida presidenziale tra Bernie Sanders e Hillary Clinton, nel 2016, AOC e Sanders opponevano all’ipocrita, pseudoprogressista programma dei due Clinton contenuti di classe: servizio sanitario esteso a tutta la popolazione, salario minimo garantito, difesa dei diritti degli immigrati e della popolazione nera.

Temi che centravano l’attacco alla generica e generalista difesa dei diritti civili e tornavano a parlare dei problemi dei più fragili, dei più esposti alla miseria materiale e culturale. AOC sembra oggi riprendere quella partita: meno slogan e più battaglie sociali, come riforme socialiste.

Eppure, il «woke», che esortava a non abbassare la guardia di fronte ai pericoli e alle discriminazioni razziali, tipico del movimento Black Lives Matter, ma nato assai prima, negli anni Trenta del secolo scorso, aveva usato un vocabolario comprensibile anche alle masse più povere della popolazione, alla gente comune, presa dalla lotta quotidiana per la vita propria e dei figli.

Oggi la destra negli USA e in Europa cavalca questo risentimento, cattura proprio coloro che più soffrono nelle economie neoliberiste, e prendersela con la cultura woke sta diventando fin troppo facile. Il campo del dibattito politico va alla cultura MAGA, Make America Great Again, al trumpismo.

Ben nota è la capacità delle destre di consumare significati, parole, segni, ovunque abbiano avuto origine: vecchio fascismo, populismo vecchio e nuovo, perfino marxismo. Rischiano – nelle fila di quel che resta della sinistra – di prevalere le logiche subalterne alla cultura dominante; i diritti sociali vengono scissi dalla contraddizione capitale-lavoro.

Anche in Italia la cultura che poteva essere condotta sotto l’egida del woke è stata addomesticata al punto tale da renderla compatibile con un centrosinistra che – non a caso – in politica estera indossa divisa ed elmetto, sostiene le spese militari, vota pacchetti di consolanti elemosine-bonus, ma teme di indire scioperi sia nelle loro forme salariali sia in quelle sociali.

Sul significato di un profondo disagio che alligna nelle parole di AOC, e sugli importanti temi che lo abitano, è intervenuto il parlamentare europeo del Labour Party, Jeremy Corbyn.

Alla festa del Partito della Rifondazione Comunista (PRC), svoltasi a Milano dal 2 al 6 settembre, ha parlato di questioni ben più complesse – riarmo, spesa pubblica, povertà diffusa – che stanno nel sottosuolo della polemica sul woke. Non a caso, anche in un’intervista a Il Fatto Quotidiano, ha messo in evidenza, con la consueta semplicità di linguaggio, le attuali contraddizioni che affaticano la sinistra (https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2026/09/06/la-sinistra-fermi-lue-sul-riarmo-altrimenti-taglieranno-il-welfare/8497939/).

Il leader socialista ricorda i punti dolenti, a fronte dei quali i progressisti sembrano senza parole. Il Regno Unito e l’Europa hanno aumentato la spesa militare fino a livelli folli e, per sostenerla finanziariamente, hanno tagliato gli aiuti internazionali verso i Paesi in difficoltà e quel che restava di un welfare già esausto a causa delle progressive privatizzazioni.

Per governare la crisi sociale, i governi dell’Unione Europea non hanno disdegnato di alimentare il razzismo e l’odio verso i migranti, che pure fuggono da regimi feroci, da guerre e da disastri ambientali. Corbyn ricorda che i giovani in molti Paesi – anche quelli già coinvolti in conflitti e strategie di difesa totale, si veda il ritorno della leva obbligatoria – hanno capito dove conduce il riarmo: lo hanno compreso sulla base del rischio concreto, pagato sulla propria pelle, della chiamata alle armi.

In ogni caso, qualunque sia l’approccio o la posizione politica, urge non sottovalutare le modalità con cui la seduzione della guerra si va insinuando nelle menti più giovani, a scuola, nei luoghi sociali, nelle famiglie.

Rispetto alla crescita dell’estrema destra in tutta Europa – lo si è visto in questi giorni in Germania –, Corbyn afferma: «[…] è una lezione per tutti noi a sinistra. Quello che fa la destra è andare in una comunità che soffre per disoccupazione, povertà, abitazioni di scarsa qualità, sanità e istruzione scadenti; e dare la colpa di tutto alla migrazione. Io siedo in Parlamento dietro a Nigel Farage che chiede l’espulsione di chiunque in UK non abbia un passaporto britannico o la residenza permanente. Se le loro politiche venissero attuate, il servizio sanitario nazionale collasserebbe. E lo stesso in tutta Europa». Gli errori del passato vanno letti e analizzati senza infingimenti.

La sinistra tutta deve riconoscere le origini e la china della propria deriva. Commentando gli errori del presente, il parlamentare inglese ricorda la subalternità agli USA, le basi britanniche concesse, senza alcuna remora, a Trump nell’attacco all’Iran. Altra distrazione della sinistra è la scarsa considerazione per il modello cinese. La Cina, pur con molti limiti, presenta un’elevata occupazione, un’economia produttiva, un sistema scientifico innovativo, una sanità pubblica di eccellenza nonostante i grandi numeri della popolazione.

Per concludere, e per ritornare alla questione woke, il godimento dei diritti può essere solo sociale: riguarda classi di popolazione, non soltanto singoli soggetti; o, meglio, riguarda il singolo quando è frutto della lotta collettiva per ottenerlo e dell’allerta – sveglia! – necessaria per difenderli e averne cura. Si corre un enorme rischio nella liquidazione dei movimenti woke: un rischio tipico delle analisi superficiali, che aprono vuoti di senso, culturali e politici, senza che questi vengano riempiti da nuove prospettive di lotta.

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About Federico Giusti

Federico Giusti è delegato CUB nel settore pubblico, collabora coi periodici Cumpanis, La Città futura, Lotta Continua ed è attivo sui temi del diritto del lavoro, dell'anticapitalismo, dell'antimilitarismo.

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