Perché la guerra contro l’Iran si è protratta: errori di calcolo, resilienza e limiti della coercizione

Oltre sei mesi dopo i primi attacchi statunitensi-israeliani, l’Iran ha subito gravi danni, ma non è stato sconfitto strategicamente. La durata del conflitto riflette fondamentali errori di calcolo sulla resilienza iraniana, sui limiti della coercizione militare e sulle conseguenze regionali e globali della guerra.

Oltre sei mesi dopo che gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato la loro campagna militare contro l’Iran, il dato più importante sulla guerra è anche il più semplice: il conflitto non è riuscito a produrre il rapido risultato strategico che i suoi promotori sembravano aspettarsi. L’Iran ha certamente subito perdite militari, economiche e umane, ma non ha né capitolato né abbandonato gli elementi principali della propria impostazione strategica. La navigazione nello Stretto di Hormuz continua a essere gravemente compromessa, i missili e i droni iraniani restano in grado di raggiungere obiettivi statunitensi e alleati in tutta la regione e non esiste ancora alcun meccanismo politico credibile per porre fine al conflitto.

L’ultima escalation conferma questa realtà. All’inizio di settembre, gli Stati Uniti hanno nuovamente lanciato attacchi di vasta portata contro installazioni militari iraniane, mentre Teheran ha risposto colpendo obiettivi statunitensi in Giordania, Bahrein e Iraq. Pochi giorni dopo, le forze statunitensi hanno attaccato petroliere iraniane in seguito a un nuovo scambio di fuoco. Quella che inizialmente era stata presentata come un’operazione militare relativamente limitata è così entrata nel suo settimo mese senza che si intraveda un percorso chiaro verso una vittoria decisiva o una pace stabile.

L’errore fondamentale è stato politico prima ancora che militare. Washington e Tel Aviv sembrano aver dato per scontato che la superiorità tecnologica, la distruzione delle strutture di comando e l’eliminazione di alti dirigenti iraniani si sarebbero rapidamente tradotte in una paralisi politica. All’inizio del conflitto, il cambio di regime veniva apertamente indicato come uno degli obiettivi, soprattutto dalla leadership israeliana. Eppure, la distruzione di risorse militari e l’assassinio di figure politiche non hanno determinato il collasso dello Stato iraniano. Già ad aprile, persino alcune analisi dei media occidentali riconoscevano che Israele non era riuscito a ottenere risultati politici decisivi.

La distinzione tra danni militari e vittoria politica è essenziale. Uno Stato può perdere aerei, unità navali, sistemi di difesa aerea, impianti industriali e alti comandanti senza perdere la propria capacità o determinazione a resistere. Le guerre moderne dimostrano ripetutamente che la distruzione non è sinonimo di successo strategico. La questione rilevante non è quanti obiettivi possano essere distrutti, ma se tale distruzione modifichi il calcolo politico dell’avversario nella direzione desiderata.

Nel caso dell’Iran sembra essersi verificato il contrario. Quanto più il conflitto è stato percepito come una lotta esistenziale per la sovranità e la sopravvivenza dello Stato, tanto meno probabile è diventato che la leadership iraniana accettasse di fare concessioni. Una concessione compiuta sotto i bombardamenti rischierebbe inevitabilmente di essere interpretata dall’aggressore come la prova che una pressione maggiore produce ulteriori concessioni. In tali circostanze, la resistenza diventa non soltanto una posizione ideologica, ma un calcolo strategico razionale.

La resilienza iraniana, tuttavia, non deve essere confusa con l’immunità dai danni. I costi economici sono estremamente pesanti. Il blocco navale statunitense e le sanzioni hanno ridotto le esportazioni petrolifere iraniane, mentre l’inflazione, la disoccupazione e i danni alle infrastrutture hanno sottoposto la popolazione a una forte pressione.

Ma resilienza significa precisamente capacità di continuare a funzionare e a resistere nonostante questi costi. Le previsioni di un rapido collasso hanno sottovalutato il radicamento istituzionale dello Stato iraniano, le dimensioni e la complessità geografica del Paese, la sua capacità militare-industriale interna e, forse soprattutto, gli effetti politici dell’aggressione straniera sulla società iraniana.

All’interno della società iraniana esistono autentiche divergenze politiche, economiche e sociali. Tuttavia, il dissenso sulla politica interna non equivale al sostegno ai bombardamenti, all’intervento straniero o a un cambio di regime imposto dall’esterno. Questo ha rappresentato un altro grave errore di calcolo. L’idea che la pressione militare esterna avrebbe automaticamente trasformato le tensioni interne in un movimento contro lo Stato ha ignorato la distinzione tra la legittima critica a un governo e la difesa della sovranità nazionale.

Anche la dimensione militare ha prodotto un paradosso analogo. Gli Stati Uniti e Israele hanno inflitto gravi danni alle capacità convenzionali iraniane, ma non hanno eliminato la capacità di Teheran di condurre una rappresaglia asimmetrica. A sei mesi dall’inizio del conflitto, l’Iran è «ferito ma non sconfitto»: nonostante le pesanti perdite, Teheran dispone ancora di capacità missilistiche e di droni sufficienti a colpire obiettivi regionali e continua a esercitare un’influenza decisiva sulla navigazione attraverso Hormuz.

È qui che la geografia è diventata una delle più importanti risorse strategiche dell’Iran. Lo Stretto di Hormuz ha trasformato uno scontro militare bilaterale o regionale in un problema economico globale. Prima della guerra, attraverso questo stretto passaggio transitava circa un quinto delle forniture energetiche mondiali. Anche dopo mesi di operazioni militari, il traffico marittimo resta molto al di sotto dei livelli normali: il 4 settembre sono state osservate soltanto quattro navi mercantili adibite al trasporto di materie prime attraversare lo stretto, rispetto alle circa 125 navi commerciali che vi transitavano quotidianamente prima del conflitto.

L’Iran dispone quindi di una forma di leva asimmetrica che non può essere semplicemente eliminata attraverso la superiorità aerea. Gli Stati Uniti possono colpire installazioni missilistiche e strutture navali, ma non possono modificare la geografia del Golfo Persico. Né possono garantire il normale svolgimento della navigazione commerciale senza tenere conto degli interessi di sicurezza dell’Iran. Ogni nuova escalation militare minaccia non soltanto l’Iran, ma anche le forniture di petrolio, gas, prodotti petrolchimici e altre merci dalle quali dipende l’economia internazionale.

Le conseguenze si sono fatte sentire ben oltre i confini iraniani. I mercati petroliferi hanno reagito ripetutamente alle nuove fasi dei combattimenti, mentre le interruzioni provocate dalla guerra hanno limitato la capacità dell’OPEC+ di stabilizzare l’offerta. Il conflitto ha inoltre inciso sui flussi energetici asiatici, sull’inflazione europea e sui costi del trasporto globale. All’inizio dell’anno, la Cina ha limitato le esportazioni di prodotti petroliferi raffinati anche per proteggere le proprie forniture interne dalle perturbazioni causate dal conflitto tra Stati Uniti e Iran.

La dimensione regionale complica ulteriormente qualsiasi tentativo di conseguire una vittoria militare netta. Il conflitto non può essere isolato dal Libano, dal Mar Rosso e dalla più ampia architettura di sicurezza dell’Asia occidentale. I combattimenti nel Libano meridionale sono proseguiti nonostante gli accordi di cessate il fuoco, mentre l’insicurezza marittima si estende oltre Hormuz. La vulnerabilità simultanea di Hormuz e Bāb al-Mandab dimostra quanto facilmente la pressione militare sull’Iran possa generare conseguenze lungo molteplici corridoi strategici.

Anche i calcoli strategici israeliani hanno contribuito al prolungamento del conflitto. Washington e Tel Aviv non hanno mai perseguito obiettivi completamente coincidenti. Israele ha tradizionalmente cercato non soltanto di imporre restrizioni al programma nucleare iraniano, ma anche di ottenere una duratura riduzione delle capacità militari, missilistiche e di proiezione regionale dell’Iran. In diverse fasi, i dirigenti israeliani hanno inoltre apertamente incoraggiato una trasformazione politica all’interno del Paese. Gli Stati Uniti, nel frattempo, hanno oscillato tra la retorica del cambio di regime, la non proliferazione nucleare, la libertà di navigazione, la coercizione economica e la ricerca di un accordo in grado di porre fine a una guerra sempre più impopolare.

Questa divergenza è diventata particolarmente evidente quando Washington ha cercato un cessate il fuoco mentre il governo israeliano rimaneva scettico nei confronti di qualsiasi accordo che lasciasse sostanzialmente intatte le capacità strategiche iraniane. Diverse fonti hanno riferito a giugno che l’intesa emergente tra Stati Uniti e Iran aveva messo in luce serie divergenze tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu, proprio perché Israele giudicava l’accordo insufficiente rispetto ai propri obiettivi più ampi.

Una guerra diventa particolarmente difficile da concludere quando i suoi obiettivi politici non sono chiaramente definiti. Se lo scopo è impedire all’Iran di sviluppare armi nucleari, un accordo diplomatico verificabile resta teoricamente possibile, soprattutto considerando la posizione sostenuta da lungo tempo da Teheran secondo cui il proprio programma nucleare è destinato esclusivamente a finalità pacifiche. Se invece l’obiettivo è eliminare la deterrenza missilistica iraniana, controllare la sua politica regionale, determinare le modalità di gestione di Hormuz e, contemporaneamente, trasformare il suo sistema politico, la soglia della «vittoria» diventa talmente elevata che nessun accordo negoziato realistico può soddisfarla.

Il fallimento del Memorandum d’intesa di Islamabad illustra bene il problema. Il quadro articolato in quattordici punti ha temporaneamente ridotto i combattimenti e offerto un percorso verso una soluzione più duratura, ma la sua formulazione ha lasciato irrisolte questioni fondamentali. Teheran e Washington hanno interpretato diversamente le disposizioni relative a Hormuz; successivamente gli Stati Uniti hanno revocato un’esenzione relativa al petrolio che l’Iran considerava parte dell’accordo; sono inoltre rimaste divergenze sui beni iraniani congelati, sul Libano e sul rapporto tra la fine della guerra e i negoziati sul dossier nucleare.

Il memorandum non è fallito perché la diplomazia fosse intrinsecamente impossibile. È fallito perché le parti hanno cercato di combinare la diplomazia con il proseguimento della coercizione. Un accordo difficilmente può sopravvivere quando una delle parti considera le sanzioni, i blocchi e la minaccia di nuovi bombardamenti strumenti legittimi per ottenere ulteriori concessioni dopo il cessate il fuoco.

La stessa contraddizione resta visibile ancora oggi. Il presidente Masʿūd Pezeškiyān ha dichiarato il 1º settembre che l’Iran avrebbe immediatamente ricambiato qualora Washington avesse rispettato gli impegni contenuti nel memorandum. Tuttavia, nella stessa settimana si è verificato un nuovo e importante scambio di attacchi. I canali diplomatici rimangono dunque aperti, ma in un contesto nel quale un’escalation militare può distruggere nel giro di poche ore l’intero quadro negoziale.

Anche la dimensione internazionale ha complicato i calcoli originari. Al recente vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, l’Iran ha continuato a partecipare a un importante quadro diplomatico eurasiatico, mentre Cina e Russia hanno ribadito il proprio sostegno a un sistema internazionale maggiormente multipolare.

Questo elemento è importante perché la moderna guerra coercitiva non dipende soltanto dalla superiorità militare, ma anche dalla capacità di isolare economicamente e diplomaticamente l’avversario. Quanto più il sistema internazionale diventa multipolare, tanto più difficile diventa per una singola potenza imporre un isolamento totale. La Cina ha un evidente interesse nella libera circolazione dell’energia proveniente dal Golfo; la Russia ha un interesse strategico nell’impedire il predominio statunitense nell’Asia occidentale; l’India mantiene relazioni autonome proprie. Nessuno di questi Paesi condivide necessariamente tutti gli obiettivi iraniani, ma nessuno di essi è disposto semplicemente a subordinare la propria politica regionale a Washington.

Nel frattempo, la guerra ha cominciato a imporre costi anche agli stessi Stati Uniti. Il sostegno dell’opinione pubblica statunitense è diminuito sensibilmente, mentre l’aumento dei prezzi dei carburanti è diventato una questione politica interna in vista delle elezioni di metà mandato di novembre. Un sondaggio Reuters/Ipsos condotto alla fine di agosto indicava che il sostegno al conflitto era sceso ad appena il 31%, mentre il tasso complessivo di approvazione del presidente Trump era calato al 33%.

Anche le risorse militari stanno diventando un vincolo. Gli Stati Uniti hanno consumato ingenti scorte di armi di precisione e intercettori antimissile, prolungato i dispiegamenti navali e trasferito mezzi dall’Europa e dalla regione Asia-Pacifico verso l’Asia occidentale. Secondo alcune stime, entro luglio il conflitto aveva consumato circa il 65% degli intercettori Patriot disponibili e ridotto in misura sostanziale le scorte dei sistemi THAAD. Le perdite di velivoli statunitensi e i dispiegamenti eccezionalmente prolungati delle portaerei hanno sollevato interrogativi sulla sostenibilità di una campagna a tempo indeterminato.

La guerra si è dunque protratta perché le sue premesse originarie erano sbagliate. Si riteneva che l’Iran fosse sufficientemente vulnerabile sul piano militare da poter essere piegato politicamente; invece, la vulnerabilità militare ha coesistito con la resilienza politica e strategica. Si presumeva che il controllo dei cieli si sarebbe tradotto nel controllo degli eventi; invece, l’Iran ha utilizzato missili, droni, geografia e interruzioni della navigazione per imporre costi che la superiorità convenzionale non è riuscita a eliminare. Si prevedeva che la pressione economica avrebbe prodotto la resa; invece, ha provocato gravi sofferenze senza riuscire finora a ottenere concessioni politiche decisive.

Soprattutto, il conflitto è iniziato senza una definizione realistica di come avrebbe dovuto configurarsi un assetto postbellico sostenibile.

Una via d’uscita diplomatica esiste ancora, ma richiede di abbandonare l’idea che la diplomazia sia semplicemente un altro strumento di coercizione. Una soluzione sostenibile dovrebbe cominciare da una de-escalation reciproca: la cessazione degli attacchi, la rimozione del blocco navale e il ripristino della normale navigazione commerciale, seguiti da negoziati sulla questione nucleare e sulla più ampia architettura di sicurezza regionale. Sarebbero inoltre necessarie garanzie credibili affinché un cessate il fuoco non rappresenti semplicemente una pausa operativa prima di una nuova fase di bombardamenti. L’alternativa è una guerra di logoramento dalla durata imprevedibile e i cui costi si estenderanno ben oltre l’Iran, Israele e gli Stati Uniti.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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