Rivoluzione e sanzioni: la colpa di Cuba

La vicenda Di Battista riporta Cuba al centro del dibattito, offrendo l’occasione per riflettere sulla resistenza della Rivoluzione, sulle conquiste sociali dell’isola e sugli effetti di oltre sessant’anni di pressioni economiche, politiche e militari esercitate dagli Stati Uniti.

Con la vicenda Di Battista – al quale sono destinati tutti i migliori auguri di pronta guarigione – Cuba è ritornata ad essere un argomento centrale nel dibattito pubblico.

Parliamo di una nazione resistente in tutti i sensi.

Un Paese che, con il PIL della Campania, con l’elettricità azzerata e una stretta economica duratura senza precedenti, riesce a fare sempre la sua degna figura.

La rivoluzione

Dal 1959 in poi, il governo cubano rappresenta un importante problema per Washington DC. Le istituzioni statunitensi non hanno mai accettato che, vicino alle loro coste, esistesse una pratica di marxismo rivoluzionario.

Gli Stati Uniti d’America, dall’anno della Rivoluzione Cubana ad oggi, hanno tentato in ogni modo di ricomporre la politica di Batista, fatta di mafia, droga e prostituzione. Tale ritorno al passato include numerosi attentati nei confronti di Castro (638, in base solo alle stime ufficiali), l’invasione della Baia dei Porci (1961) e l’embargo economico internazionale, varato nel 1960 dalla presidenza di Dwight D. Eisenhower, allentato nel 2014 e successivamente intensificato nel 2021 dalla Casa Bianca.

Fidel Castro, sin dall’inizio, era un artefice del cambiamento epocale nell’isola caraibica. Le riforme agrarie (1959-1963) portarono alla nazionalizzazione delle grandi proprietà terriere, fino ad allora gestite con una mentalità latifondista. Ciò permise la creazione di cooperative e una redistribuzione egualitaria dei terreni, favorendo la prosperità dell’apparato. La presenza di un’autorità statale si consolidò anche con l’acquisizione delle banche USA stanziate sul territorio, rendendo l’economia cubana indipendente dagli asset liberisti occidentali.

La costruzione di un “welfare state” in grado di fornire determinati servizi ai propri cittadini passa inevitabilmente dallo studio.

Prima della Rivoluzione, le scuole erano la quintessenza del classismo, in virtù dell’impronta aristocratica dell’epoca. Gli istituti “educativi” erano raccolti nei centri urbani e funzionavano secondo un sistema privatistico, strutturato sul pagamento di rette ingenti. Nelle città, il tasso di analfabetismo corrispondeva all’11%, mentre nelle aree rurali raggiungeva il 41%. Per ordine diretto di Che Guevara (ministro dell’industria e dell’economia), fu avviata una campagna grazie alla quale l’indice fu ridotto al 3% su scala nazionale.

Un esempio capace di mostrare come l’uguaglianza collettiva possa derivare dal fattore culturale: un’istruzione che forma la persona in quanto tale e non in funzione di un elemento di assemblaggio da introdurre nella grande catena di montaggio sociale.

Un altro tabù per Cuba era la sanità. Nella storia prerivoluzionaria, la suddetta aristocrazia privilegiava l’Avana come unico centro di cure, mentre le zone periferiche e contadine erano prive di assistenza medica. Negli anni ‘60, la legislazione sanitaria cambiò radicalmente il contesto, con la fondazione di un sistema pubblico, capace di garantire servizi equi e totalmente gratuiti.

Gli effetti delle riforme erano evidenti altresì durante la pandemia scaturita dal COVID-19. La ricerca cubana riuscì a sviluppare cinque vaccini, che – per quanto ne possa dire il politicante sanitario Roberto Burioni – hanno ricevuto riconoscimenti scientifici di maggiore rilevanza rispetto alle sperimentazioni del colosso Big Pharma capitalistico (come documentato da “The Lancet”).

La paura del “nemico rosso” aleggia ancora come uno spettro tra le mura della White House e i palazzi di Wall Street.

Il Presidente Diaz-Canel dopo l’ennesimo assalto straniero, ha rimarcato la necessità di un’unità del “Sud Globale”. Il nuovo affondo degli Stati Uniti, approvato dall’omertà dell’ONU, è iniziato con la spartizione imperialistica del petrolio venezuelano, il quale, dopo la delegittimazione di Maduro, non è più stato oggetto di commercio con Cuba. Questa interruzione dei mercati è culminata con il congelamento delle risorse finanziarie al di fuori dell’isola. L’intenzione di attuare un regime change si manifesta da tempo, difatti, Trump, tempo fa dichiarò: “la dittatura cubana ha i giorni contati”.

Quando il mondo smetterà di indignarsi davanti al dissenso spettacolare e televisivo, si comprenderà la condizione del popolo cubano, strangolato dal “bloqueo” e dalle acuminate voglie manipolative della manovalanza militare della NATO.

SEGUI LA PAGINA FACEBOOK
SEGUI IL CANALE WHATSAPP
SEGUI IL CANALE TELEGRAM

Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte e del link originale.

Avatar di Sconosciuto

About Riccardo D'Amico

Riccardo D'Amico è diplomato presso il Liceo Scientifico "G.B Piranesi" di Capaccio-Paestum e laureato in Studi diplomatici, delle relazioni internazionali e sulla sicurezza globale (curriculum in geopolitica) presso l'Università degli Studi di Salerno.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.