Il popolo islandese vota NO. Silenzio tombale

Il «no» islandese alla ripresa dei negoziati con l’Unione Europea riafferma la centralità della sovranità nazionale, dalla pesca all’energia, respingendo un modello d’integrazione percepito come favorevole alla liberalizzazione economica e agli interessi dei grandi capitali privati.

Il 29 agosto 2026, nel silenzio mediatico generale, in Islanda si è tenuta la consultazione referendaria riguardante l’apertura dei negoziati per aderire all’Unione Europea.

Il risultato è stato perentorio. Il 52%, pari a 118.040 voti, ha sancito che Reykjavik non deve neanche intavolare le discussioni per far parte dell’UE.

Ora, qualche domanda mi viene spontanea.

La prima è dove sono finiti i detrattori della Brexit, che si nascondono ancora oggi dietro l’alibi della destra inglese, dopo aver visto che il Partito Socialista d’Islanda si è opposto all’entrata nell’organismo sovranazionale e fautore della moneta privata? Qual è stata la loro reazione? Non credo che abbiano capito che il popolo islandese, bocciando il quesito, abbia operato nel proprio interesse. Ciò lo hanno detto anche i pescatori, i quali reputano troppo stringenti le regole dell’UE, difendendo così la loro sovranità sulle acque territoriali e il settore economico più prospero dello Stato. In caso di entrata nell’Unione Europea, i grandi capitali stranieri invaderebbero le economie del Paese, mettendo i lavoratori del mare con le spalle al muro, con concessioni da strapazzo.

Un altro quesito altrettanto spontaneo è il seguente: ma i promotori del distopico esercito unito europeo, come potevano pensare di coinvolgere persino l’Islanda all’interno di tale meccanismo? Come poteva un Paese senza un esercito tradizionale e permanente contemplare l’approvazione di un futuro attacco alla Russia? Sotto questo aspetto, è vero che l’isola presa in analisi è membro fondatore dell’Alleanza atlantica, la quale è accettata solo come scudo gestito da altri, non per prendere parte a guerre o ad altre operazioni militari.

Un elemento aggiuntivo che spiega il risultato elettorale è il ruolo energetico. L’Islanda, all’interno della pianificazione green europea rappresenta un punto cruciale, poiché possiede il monopolio tecnologico e naturale sulla geotermia e sull’idroelettrico. Quest’ultimo settore è per il 90% nelle mani del governo islandese, per mezzo dell’azienda statalizzata dal nome Landsvirkjun. Il modello dell’integrazione verticale, ossia le varie ditte locali che rispondono allo Stato, garantisce ai cittadini delle bollette bassissime in virtù di questo processo produttivo, facendo addirittura considerare il riscaldamento domestico come un servizio sociale di base.

I pacchetti UE, dei signori della “pace o condizionatori”, andrebbero ad intaccare questo procedimento, inserendosi nelle concessioni dei materiali e della distribuzione delle fette di produzione. In poche parole: l’Unione Europea spezzerebbe il monopolio di Stato per accaparrarsi parte o il quasi totale servizio erogato, favorendo le multinazionali private.

In passato, l’Islanda già scongiurò la privatizzazione di una delle più grandi componenti energetiche ossia la HS Orka. Nel 2008, in piena crisi economica, le tre principali banche, Kaupthing, Landsbanki e Glitnir, fallirono. Per fronteggiare un contesto storico senza precedenti, si scelse di mettere sul mercato l’azienda sunnominata.

La canadese Magma Energy Corp dell’investitore Ross Beaty, raggirò la legge islandese secondo la quale le società pubbliche non possono essere acquistate da multinazionali esterne allo Spazio Economico Europeo (SEE). In che modo? Creando una società di comodo in Svezia.

Così, dal 2009 al 2010, Beaty acquisì il 54% della HS Orka, generando un malcontento popolare senza precedenti. La mobilitazione di massa raccolse 47.000 firme, creando alcune tensioni politiche. Negli anni successivi all’affare internazionale, precisamente nel 2019, la quota maggioritaria della Magma fu acquistata da Jarðvarmi, un’organizzazione controllata integralmente dai fondi pensione islandesi.

La nostra democrazia va a gusti. Le elezioni a noi gradite vengono spiattellate in prima pagina come dei trofei in puro oro. Quelle che, al contrario, non sono proprio contemplate nell’immaginario collettivo, sono nascoste e pian piano dimenticate.

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About Riccardo D'Amico

Riccardo D'Amico è diplomato presso il Liceo Scientifico "G.B Piranesi" di Capaccio-Paestum e laureato in Studi diplomatici, delle relazioni internazionali e sulla sicurezza globale (curriculum in geopolitica) presso l'Università degli Studi di Salerno.

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