Le elezioni del 12 agosto hanno consegnato al Partito delle Isole Cook di Mark Brown la maggioranza assoluta. Il risultato assume un significato particolare dopo le tensioni con la Nuova Zelanda, l’avvicinamento alla Cina e il dibattito sulle immense risorse minerarie marine dell’arcipelago.

Le elezioni generali tenutesi nelle Isole Cook il 12 agosto hanno confermato per la quinta volta consecutiva al governo il Partito delle Isole Cook (Cook Islands Party, CIP), guidato dal primo ministro Mark Brown. Il risultato definitivo, proclamato dopo il completamento dello scrutinio, ha attribuito al CIP 13 dei 24 seggi parlamentari, esattamente la maggioranza assoluta, contro i quattro ottenuti dal Partito Unito delle Isole Cook (Cook Islands United Party, CIUP), mentre il Partito Democratico (Democratic Party) è rimasto senza rappresentanti e gli altri seggi sono andati a candidati indipendenti. La maggioranza raggiunta dal CIP rappresenta un miglioramento rispetto alla precedente legislatura, quando il partito disponeva di dodici deputati e doveva fare affidamento sul sostegno di almeno uno dei deputati indipendenti.
Il dato numerico, tuttavia, racconta soltanto una parte della rilevanza politica di queste elezioni. Il voto è arrivato al termine di una legislatura nella quale il governo Brown ha cercato di ampliare sensibilmente il margine di autonomia internazionale delle Isole Cook, approfondendo in particolare i rapporti con la Repubblica Popolare Cinese. Questa strategia aveva provocato nel 2025 una crisi significativa con la Nuova Zelanda, mettendo in evidenza le contraddizioni e le ambiguità insite nello speciale status costituzionale dell’arcipelago. Il risultato del 12 agosto non autorizza a sostenere che l’elettorato abbia votato unicamente a favore dell’avvicinamento a Pechino, ma dimostra almeno che tale politica non ha impedito a Brown di ottenere un nuovo mandato e, anzi, una posizione parlamentare più solida.
Per comprendere il significato della questione è necessario partire proprio dallo status delle Isole Cook. L’arcipelago non è una dipendenza coloniale tradizionale della Nuova Zelanda, ma, dal 1965, costituisce uno Stato autogovernato in libera associazione con Wellington. Le Isole Cook, dunque, fanno parte del Realm of New Zealand, condividono con la Nuova Zelanda il capo dello Stato e i loro cittadini possiedono la cittadinanza neozelandese. Allo stesso tempo, il governo di Avarua esercita pienamente le funzioni legislative e amministrative interne e dispone di una propria personalità giuridica internazionale. Lo stesso Ministero degli Esteri neozelandese riconosce che le Isole Cook conducono autonomamente le proprie relazioni internazionali e possono stabilire rapporti diplomatici con altri Stati.
La Dichiarazione del Centenario firmata nel 2001 tra i due governi chiarisce ulteriormente questo punto, affermando che nelle proprie relazioni estere le Isole Cook interagiscono con la comunità internazionale come uno Stato sovrano e indipendente e possiedono la capacità di concludere autonomamente trattati e accordi internazionali. La responsabilità costituzionale neozelandese per gli affari esteri non equivale dunque a un potere generale di veto sulle iniziative diplomatiche di Avarua, anche se la particolare relazione di libera associazione comporta obblighi di consultazione quando siano coinvolti interessi rilevanti dell’altra parte.
È precisamente intorno all’interpretazione di questo equilibrio che si è sviluppato negli ultimi anni il confronto con Wellington. Il governo Brown ha sostenuto con crescente decisione che la libera associazione debba rappresentare una partnership tra soggetti dotati di una propria capacità decisionale e non un meccanismo attraverso il quale la Nuova Zelanda possa determinare i limiti della politica internazionale delle Isole Cook. Nel febbraio 2025, il ministro degli Esteri Tingika Elikana ricordava che Avarua aveva ormai stabilito rapporti diplomatici o partnership formali con 66 Stati e con l’Unione Europea, aderendo inoltre a più di quaranta organizzazioni internazionali e a oltre 150 trattati, convenzioni e protocolli multilaterali.
In questo quadro si inserisce la decisione di rafforzare le relazioni con la Cina. Nel febbraio 2025 Brown effettuò una visita di Stato nella Repubblica Popolare Cinese, la prima di un primo ministro delle Isole Cook da circa un decennio, presentandola esplicitamente come parte di una strategia di diversificazione delle partnership internazionali che avrebbe dovuto comprendere contemporaneamente Cina, Nuova Zelanda, Australia e altri interlocutori.
Il momento centrale della visita fu la firma del Piano d’azione 2025-2030 per il Partenariato Strategico Globale tra le Isole Cook e la Repubblica Popolare Cinese. Il documento costruisce un quadro di cooperazione molto ampio, che comprende commercio e investimenti, turismo, infrastrutture, agricoltura, acquacoltura, tecnologie, istruzione, resilienza climatica, preparazione alle catastrofi, scienze oceaniche e scambi tra le popolazioni. Il piano riafferma inoltre il principio di una sola Cina come uno dei fondamenti della relazione bilaterale.
Per un piccolo Stato arcipelagico del Pacifico, la diversificazione delle relazioni internazionali non rappresenta semplicemente una scelta ideologica o l’adesione a uno dei blocchi della competizione tra grandi potenze. Risponde innanzitutto all’esigenza di ampliare le possibilità di sviluppo e ridurre una dipendenza eccessiva da un numero ristretto di partner. Il governo Brown ha presentato la cooperazione con Pechino proprio in questi termini: non come sostituzione del rapporto storico con Wellington, ma come ampliamento dello spazio internazionale a disposizione delle Isole Cook.
Questa impostazione si inserisce in una tendenza più generale osservabile tra gli Stati insulari del Pacifico, che cercano sempre più spesso di evitare una scelta esclusiva tra Cina e partner occidentali, sfruttando invece la competizione internazionale per ottenere infrastrutture, finanziamenti, tecnologie e opportunità economiche. La centralità attribuita dalle potenze esterne al Pacifico offre infatti ai piccoli Stati della regione un margine negoziale maggiore rispetto al passato, purché siano in grado di trasformare tale interesse in una politica di diversificazione e non in una nuova forma di dipendenza.
Nel caso delle Isole Cook, questa politica assume un significato ancora maggiore per la sproporzione tra le ridotte dimensioni territoriali e demografiche del paese e l’enorme spazio marittimo posto sotto la sua giurisdizione. La Zona Economica Esclusiva delle Isole Cook si estende infatti su quasi due milioni di chilometri quadrati, una superficie oceanica enorme rispetto alle terre emerse dell’arcipelago.
È soprattutto in questa vasta area oceanica che si trova una delle principali potenziali ricchezze future del paese. I fondali della Zona Economica Esclusiva contengono infatti grandi quantità di noduli polimetallici, formazioni minerali ricche di manganese e ferro ma contenenti anche cobalto, nichel, rame, niobio, zirconio e terre rare. La Seabed Minerals Authority delle Isole Cook indica una stima di circa 12 miliardi di tonnellate umide di noduli, descrivendo il giacimento come uno dei maggiori al mondo. Il cobalto, in particolare, possiede un valore strategico per numerosi settori industriali e tecnologici, dalle batterie ricaricabili alle applicazioni avanzate civili e militari.
È inevitabile che una risorsa di queste dimensioni attiri l’interesse delle principali potenze economiche. Proprio per questo, la cooperazione con la Cina ha assunto una dimensione particolarmente sensibile. A tal proposito, nel febbraio 2025, i due paesi hanno firmato, oltre al Piano d’azione generale, un memorandum sulla cooperazione nell’economia blu e un altro specificamente dedicato ai minerali dei fondali marini. Gli accordi prevedono collaborazione nella ricerca scientifica, trasferimento tecnologico, formazione, valutazione degli impatti ambientali ed esplorazione delle risorse.
Proprio l’importanza strategica di questi settori contribuisce a spiegare la reazione della Nuova Zelanda all’avvicinamento tra Avarua e Pechino. Nel 2025, Wellington contestò soprattutto la mancata consultazione preventiva su alcuni aspetti degli accordi e arrivò a sospendere una parte del sostegno allo sviluppo. Il governo delle Isole Cook replicò sottolineando che il Partenariato Strategico Globale con la Cina non conteneva accordi militari o di sicurezza e ribadendo che la Nuova Zelanda continuava a essere il principale partner in questi settori.
Il confronto si è progressivamente ricomposto: lo scorso 1º aprile, i due governi hanno firmato una nuova Dichiarazione sulla difesa e la sicurezza, che conferma la responsabilità costituzionale neozelandese in questo campo e riconosce Wellington come principale partner per la difesa delle Isole Cook. Ma lo stesso documento riconosce anche l’evoluzione dell’identità internazionale dell’arcipelago e la sua strategia di diversificazione economica. La soluzione raggiunta è significativa perché, anziché riportare le Isole Cook dentro una relazione estera sostanzialmente esclusiva con la Nuova Zelanda, ha prodotto una delimitazione più chiara delle rispettive sfere. Wellington conserva un ruolo privilegiato nella sicurezza e nella difesa, mentre Avarua continua ad ampliare le proprie partnership economiche, diplomatiche e scientifiche.
Il voto del 12 agosto deve dunque essere interpretato alla luce di questo percorso. Dopo le proteste contro gli accordi con Pechino, la crisi diplomatica con Wellington e le critiche rivolte personalmente a Brown, il governo non è stato sconfitto. Il CIP ha ottenuto il quinto mandato consecutivo e, con tredici seggi, ha conquistato una maggioranza parlamentare autonoma. L’opposizione democratica, che aveva fortemente contestato la condotta del governo nei rapporti con la Cina, è invece scomparsa dal Parlamento.
Il risultato rafforza quindi la possibilità che il governo prosegua lungo la linea già tracciata: consolidare il rapporto costituzionale e di sicurezza con la Nuova Zelanda, senza rinunciare a sviluppare relazioni indipendenti con la Cina e con altri partner internazionali. Più che un passaggio da una sfera d’influenza a un’altra, la strategia appare orientata ad aumentare il numero delle opzioni disponibili.
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