La paranoica narrazione statunitense dello «shock cinese» ignora l’agenda di crescita dell’Africa

Washington interpreta l’espansione delle relazioni sino-africane come una minaccia alla propria influenza e tenta di subordinare l’Area continentale africana di libero scambio alla competizione con Pechino, ignorando che 54 Stati sovrani perseguono un’autonoma agenda di industrializzazione e sviluppo.

Global Times – 9 agosto 2026

«Lo shock cinese è arrivato in Africa e sono in gioco le relazioni economiche degli Stati Uniti con il continente dalla crescita più rapida al mondo». È la frase di apertura di un commento intitolato «Lo shock cinese arriva in Africa», pubblicato da due ricercatori della Foundation for Defense of Democracies. Il testo è apparso appena tre giorni dopo che il Congressional Research Service aveva diffuso, il 6 agosto, il rapporto «I rapporti tra la Cina e l’Africa subsahariana e la politica degli Stati Uniti».

Entrambi i documenti riecheggiano un appello sempre più pressante negli ambienti politici di Washington: gli Stati Uniti devono agire rapidamente per definire le regole dell’Area continentale africana di libero scambio (AfCFTA) prima che lo faccia la Cina e devono ampliare gli strumenti di finanziamento, come il nuovo Programma strategico di investimenti Stati Uniti-Africa, per competere sul terreno dell’influenza nel continente.

Rileggiamo quella frase iniziale. Il rapporto degli Stati Uniti con l’Africa non viene presentato come un partenariato da costruire, ma come una posizione da difendere contro un rivale. È un calcolo a somma zero fin dalla prima parola e spiega quasi tutto dell’ansia che anima questo dibattito politico.

Non è che tale ansia sia del tutto priva di basi, almeno considerando la portata dei dati. Alla fine di luglio, l’interscambio tra Cina e Africa aveva raggiunto 1.410 miliardi di yuan, pari a circa 208 miliardi di dollari. La politica cinese di dazi zero per tutti i Paesi africani con i quali Pechino intrattiene relazioni diplomatiche, in vigore dal 1º maggio, non ha fatto che accelerare questa dinamica.

Tra il 2000 e il 2024, il commercio tra Cina e Africa è aumentato di 25 volte, passando da 10,6 a 295,6 miliardi di dollari. Nello stesso periodo, l’interscambio tra Stati Uniti e Africa ha registrato una crescita assai più modesta, pari all’88 per cento, passando da 39 a 73 miliardi di dollari.

Washington osserva questi dati e si lascia prendere dal panico. La sua reazione istintiva consiste nel riversare nel continente più denaro e maggiori «investimenti strategici», perseguendo un obiettivo implicito: estromettere la Cina dallo scenario.

La logica è semplice: si tratta di un modo di pensare a somma zero. Se entra la Cina, escono gli Stati Uniti, e viceversa. Ma è proprio per questo che difficilmente una simile strategia potrà avere successo. L’Africa non è una torta dalle dimensioni fisse da spartire tra due grandi potenze. È un continente composto da 1,4 miliardi di persone e 54 Stati sovrani impegnati a perseguire la propria industrializzazione.

Nessuna quantità di capitale statunitense destinato a sostituire la Cina potrà modificare questa realtà fondamentale, né riuscirà effettivamente a scalzare Pechino. I finanziamenti cinesi alle infrastrutture, il volume degli scambi commerciali e le relazioni diplomatiche costruite in tutto il continente hanno infatti radici troppo profonde per poter essere rimossi attraverso un singolo programma di investimenti.

Ciò che conta davvero non è quanto denaro Washington decida di impegnare, né se sia in grado di spendere più di Pechino. La questione decisiva è se quei finanziamenti aiutino i Paesi africani a tracciare autonomamente il proprio percorso di sviluppo, costruendo la base manifatturiera, le regole commerciali regionali e le capacità istituzionali di cui hanno bisogno, alle proprie condizioni.

Gli investimenti cinesi sono stati quanto meno orientati alla realizzazione di infrastrutture concrete: porti, ferrovie e centrali elettriche. Se, invece, il coinvolgimento statunitense nell’AfCFTA verrà concepito principalmente come uno strumento per estromettere la Cina, fallirà rispetto ai suoi stessi obiettivi. E l’ansia di Washington non farà che intensificarsi con il ripetersi degli insuccessi.

La frase conclusiva del commento riassume perfettamente ciò che è in gioco: «Il primo shock cinese ha trasformato la politica, l’economia e persino la società degli Stati Uniti. Le sue scosse di assestamento determineranno il futuro economico dell’Africa».

Questa affermazione merita di essere presa sul serio, ma forse non per il motivo che i suoi autori vorrebbero suggerire. Il vero fattore determinante per il futuro economico dell’Africa non dovrebbe essere quale grande potenza «vincerà» la competizione per le quote di mercato. Dovrebbe essere, piuttosto, la capacità del coinvolgimento esterno, statunitense o cinese, di ampliare le possibilità a disposizione dei governi, dei lavoratori e degli imprenditori africani.

Il modo in cui Washington sceglierà di rispondere alla strategia africana della Cina sarà il fattore decisivo, non per stabilire chi «conquisterà» l’Africa, ma per capire se gli Stati Uniti saranno capaci di offrire qualcosa di diverso da un gioco a somma zero.

Se il coinvolgimento statunitense si tradurrà in finanziamenti realmente destinati allo sviluppo, in un maggiore accesso ai mercati e in una più ampia cooperazione tecnica fondata su condizioni alla cui definizione contribuisca la stessa Africa, potrà avere un valore indipendentemente da ciò che fa la Cina.

Se, invece, consisterà semplicemente nel tentativo di superare Pechino allo scopo di preservare il primato statunitense, Washington resterà intrappolata nello stesso atteggiamento ansioso e reattivo che ha prodotto quel commento.

È questo il dilemma dell’egemonia: una potenza abituata a stabilire le regole del gioco fatica ad accettare che lo sviluppo, diversamente dalla geopolitica, non sia necessariamente un gioco a somma zero. L’ansia di perdere terreno rischia così di produrre proprio il risultato temuto, perché scambia la competizione per l’obiettivo finale, anziché considerare lo sviluppo dell’Africa come il vero scopo.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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