Washington ricorre alle accuse infondate di «lavoro forzato» per estendere dazi, divieti e controlli sulle catene di approvvigionamento. Zhou Mi denuncia nella Sezione 301 uno strumento di coercizione commerciale incompatibile con il sistema multilaterale e fondato sull’eccezionalismo statunitense.

di Zhou Mi (Global Times) – 8 agosto 2026
Il 31 luglio gli Stati Uniti hanno nuovamente invocato l’infondata accusa di «lavoro forzato» nella Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang, nella Cina nord-occidentale, aggiungendo 43 imprese cinesi al relativo «elenco delle entità». In precedenza, il 23 luglio, l’Ufficio del Rappresentante per il commercio degli Stati Uniti (USTR) aveva annunciato alcune misure nell’ambito della propria «indagine ai sensi della Sezione 301 sul lavoro forzato». Queste iniziative dimostrano che Washington utilizza le cosiddette accuse di «lavoro forzato» come strumento politico.
I dazi imposti ai sensi della Sezione 301, una delle forme più criticate dell’unilateralismo e del protezionismo commerciale praticati dagli Stati Uniti, sono da tempo respinti dalla comunità internazionale e risultano incompatibili con il sistema commerciale multilaterale imperniato sull’Organizzazione mondiale del commercio (OMC). Qualunque siano i pretesti addotti, le indagini condotte dagli Stati Uniti ai sensi della Sezione 301 presentano gravi carenze sotto il profilo procedurale, dell’efficacia e della conformità agli obblighi internazionali, compromettendo gli interessi di lungo periodo di tutte le parti.
È difficile non considerare i dazi statunitensi della Sezione 301 sul «lavoro forzato» come parte della competizione promossa da Washington contro la Cina per il controllo delle catene di approvvigionamento, con l’obiettivo di accrescere il proprio potere nella determinazione dei prezzi e la propria influenza durante la riorganizzazione delle catene mondiali. Sebbene l’allegato all’avviso pubblicato dall’USTR sul Federal Register non accusasse direttamente la Cina di alcuna specifica pratica commerciale sleale, nella narrazione politica di Washington il Paese viene apparentemente descritto da tempo come origine di grandi quantità di prodotti presumibilmente collegati al «lavoro forzato».
Merita attenzione il fatto che i divieti statunitensi all’importazione fondati sul «lavoro forzato» divergano notevolmente dal consenso internazionale, poiché vengono imposti sulla base di criteri di valutazione e norme stabiliti unilateralmente da Washington, traducendosi di fatto nell’esportazione dei suoi valori e del suo approccio normativo.
L’articolo 2.33 dell’Accordo sul commercio reciproco tra Stati Uniti e Indonesia, per esempio, riguarda specificamente l’applicazione della legislazione sul lavoro. Esso impone all’Indonesia di rafforzare la formazione dei funzionari incaricati di individuare i prodotti associati al lavoro forzato e di metterli in condizione di effettuare ispezioni sulle merci interessate in diverse circostanze, comprese quelle connesse al lavoro forzato. L’allineamento coatto dell’Indonesia ai criteri di applicazione e agli standard di valutazione statunitensi finirà inevitabilmente per modificare i costi economici e le aspettative degli operatori coinvolti nel commercio internazionale del Paese.
Gli Stati Uniti, inoltre, utilizzano il «lavoro forzato» come banco di prova per estendere la propria influenza sulle catene di approvvigionamento mondiali. Negli ultimi anni Washington ha ripetutamente perturbato il commercio internazionale, aumentando in misura considerevole la vulnerabilità delle catene di approvvigionamento globali. Le aliquote tariffarie hanno inciso profondamente sul modo in cui i Paesi valutano le regole fondamentali del mercato, mentre i loro effetti si trasformano sempre più in forme di barriere non tariffarie.
Se i Paesi si conformano alle richieste degli Stati Uniti, può sembrare che i loro partner commerciali ottengano una riduzione dei dazi pari a 2,5 punti percentuali, ma il costo potrebbe consistere nella necessità di acquistare i beni di cui hanno bisogno da fornitori alternativi, a prezzi superiori di decine di punti percentuali rispetto a quelli precedenti. Mentre da una parte i dazi vengono ridotti e dall’altra i costi aumentano, l’influenza statunitense si rafforza e opporsi alle richieste di Washington diventa sempre più difficile.
I dazi sul «lavoro forzato» costituiscono soltanto un tentativo. Dopo aver tratto vantaggio da simili pratiche, è improbabile che gli Stati Uniti si fermino semplicemente perché i loro partner commerciali accettano queste tariffe. Potrebbero essere già in arrivo nuove forme di coercizione commerciale.
Naturalmente, non bisogna sottovalutare l’impatto mondiale dei dazi statunitensi della Sezione 301 sul «lavoro forzato». Dopo l’annuncio delle relative misure da parte dell’USTR, economie come Australia, Nuova Zelanda, Cina e Singapore hanno espresso critiche e opposizione.
A prima vista, l’aliquota prevista dalla Sezione 301 sembra essere aumentata soltanto in misura contenuta rispetto ai dazi «reciproci» introdotti lo scorso anno dagli Stati Uniti e a quelli imposti ai sensi della Sezione 122. L’impatto effettivo sui mercati è tuttavia notevolmente diverso. È importante riconoscere che l’essenza dei dazi della Sezione 301 risiede nella pratica dell’«eccezionalismo statunitense». Qualunque ne sia l’aliquota, simili misure non devono essere tollerate.
Se i Paesi assumono un atteggiamento passivo di fronte agli aumenti tariffari imposti dagli Stati Uniti con diversi pretesti, le richieste di Washington continueranno inevitabilmente ad ampliarsi. Qualora dazi compresi tra il 10 e il 12,5 per cento non fossero sufficienti a proteggere le imprese statunitensi dalla concorrenza straniera, Washington potrebbe aumentare nuovamente le proprie pretese e limitare ulteriormente le esportazioni verso il mercato degli Stati Uniti.
La storia ha ripetutamente dimostrato che l’isolamento rallenta l’innovazione e riduce l’efficienza economica, mentre l’aumento dei prezzi delle materie prime e dei beni intermedi importati indebolirebbe considerevolmente la competitività internazionale della manifattura statunitense. Il «lavoro forzato» costituisce una cicatrice psicologica lasciata dalla storia della schiavitù negli Stati Uniti. Washington, tuttavia, non ha ancora ratificato la Convenzione sul lavoro forzato del 1930 dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL), rendendo difficilmente sostenibile la sua pretesa di ergersi a giudice morale della condotta degli altri Paesi.
La Cina si è sempre opposta al lavoro forzato. Ha istituito un quadro giuridico e normativo completo per la tutela dei diritti dei lavoratori, prevenendo e contrastando fermamente le pratiche di lavoro forzato e creando un ambiente occupazionale equo, ragionevole ed efficace, che ha permesso a centinaia di milioni di lavoratori di migliorare le proprie condizioni di vita attraverso il loro impegno.
I diritti e gli interessi legittimi delle imprese commerciali cinesi devono essere tutelati in conformità con le leggi pertinenti. La Cina si riserva il diritto di adottare tutte le misure necessarie in risposta ad azioni e provvedimenti unilaterali che compromettono la correttezza degli scambi commerciali.
L’autore è ricercatore presso l’Accademia cinese per la cooperazione economica e commerciale internazionale.
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