Da Nathu La al mondo multipolare: perché il disgelo tra Cina e India cambia l’Asia

La riapertura dei valichi commerciali himalayani conferma il riavvicinamento avviato nel 2024. Nonostante le divergenze ancora irrisolte, una relazione stabile tra Pechino e Nuova Delhi è decisiva per l’Asia, il Sud globale e la costruzione di un ordine internazionale autenticamente multipolare.

La riapertura del Passo di Nathu La al commercio di frontiera tra Cina e India, avvenuta il 1º agosto dopo sei anni di sospensione, ha un valore economico limitato ma un significato politico considerevole. Situato ad alta quota tra la contea di Yadong, nella Regione Autonoma dello Xizang, e lo Stato indiano del Sikkim, il valico costituisce uno dei tradizionali punti di collegamento tra il subcontinente indiano e l’altopiano tibetano. Prima della chiusura, nel 2019, il volume complessivo degli scambi effettuati lungo questa rotta aveva raggiunto appena 73 milioni di yuan, circa 10,8 milioni di dollari: una cifra trascurabile rispetto all’interscambio totale tra le due grandi economie asiatiche.

Il suo peso reale risiede dunque altrove. Nathu La rappresenta una frontiera che torna a essere luogo di scambio dopo essere stata per anni soprattutto sinonimo di militarizzazione, diffidenza e contrapposizione. La riapertura, accompagnata dalla ripresa delle attività commerciali anche attraverso i valichi di Lipulekh e Shipki La, dà attuazione all’intesa raggiunta nell’agosto 2025 durante il 24º ciclo di colloqui tra i rappresentanti speciali dei due Paesi sulla questione dei confini.

La distensione, inoltre, non si esaurisce in un gesto simbolico. Il 6 agosto, pochi giorni dopo la riapertura dei valichi, Cina e India hanno tenuto a Nuova Delhi la 36ª riunione del Meccanismo di consultazione e coordinamento per gli affari di frontiera. Le delegazioni hanno discusso la delimitazione del confine, la gestione delle aree contese, la costruzione di nuovi meccanismi di coordinamento e la cooperazione transfrontaliera, concordando di mantenere aperti i canali diplomatici e militari per evitare incomprensioni e salvaguardare la pace lungo la Linea di controllo effettivo. In questa stessa occasione, il Ministero degli Affari Esteri indiano ha ribadito che la stabilità nelle regioni di confine rappresenta una condizione essenziale per lo sviluppo complessivo delle relazioni bilaterali.

Questo passaggio conferma che il riavvicinamento sino-indiano non è il prodotto di un singolo vertice, ma il risultato di un percorso diplomatico iniziato nell’autunno del 2024. Dopo gli scontri del 2020 e il grave incidente della valle di Galwan, le relazioni avevano attraversato la fase più difficile dalla guerra del 1962. Decine di migliaia di militari erano stati dispiegati sui due versanti della frontiera, mentre i normali scambi politici, economici e sociali venivano congelati. Il confine irrisolto aveva finito per condizionare l’intera relazione.

Il 21 ottobre 2024, Pechino e Nuova Delhi raggiunsero un accordo sulle modalità di pattugliamento nelle aree di Depsang e Demchok, completando il disimpegno nei principali punti di attrito emersi quattro anni prima. Due giorni dopo, a margine del vertice dei BRICS di Kazan’, Xi Jinping e Narendra Modi tennero il loro primo incontro bilaterale formale dopo cinque anni. I due leader decisero di riattivare i meccanismi di dialogo e di impedire che le singole controversie definissero l’intero rapporto tra i due Paesi.

Da quel momento il processo è avanzato gradualmente. Nel gennaio 2025, la visita a Pechino del segretario agli Esteri indiano Vikram Misri portò all’accordo su una serie di misure rivolte direttamente alle popolazioni: ripresa del pellegrinaggio indiano al Monte Gang Renpoche, noto in India come Kailash, e al Lago Mapam Yun Tso, o Manasarovar; facilitazione dei visti; riattivazione dei voli diretti; rilancio degli scambi tra mezzi d’informazione, università e centri di ricerca. I collegamenti aerei, interrotti nel 2020, sono stati effettivamente ripristinati nell’ottobre 2025, dopo più di cinque anni di sospensione.

Il 19 agosto 2025, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi e il consigliere indiano per la sicurezza nazionale Ajit Doval raggiunsero un’intesa articolata in dieci punti. Oltre alla riapertura dei tre mercati tradizionali di frontiera, l’accordo prevedeva la creazione di un gruppo di esperti incaricato di esaminare possibili progressi nella delimitazione di alcuni settori e di un nuovo gruppo di lavoro per migliorare la gestione della frontiera. Le parti concordarono inoltre di discutere la riduzione delle tensioni militari e di rafforzare la cooperazione sui fiumi transfrontalieri.

Pochi giorni più tardi Modi, partecipò al vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai di Tianjin, nella sua prima visita in Cina dopo sette anni. Nel corso dell’incontro con Xi Jinping, i due leader ribadirono che Cina e India devono considerarsi come reciproche opportunità di sviluppo e partner, non come minacce o rivali. La formula del «drago e dell’elefante che danzano insieme», ripresa da Xi nel messaggio inviato nel gennaio 2026 alla presidente indiana Droupadi Murmu, non elimina le divergenze, ma indica il tentativo di sostituire alla logica della contrapposizione inevitabile quella della coesistenza tra due grandi potenze indipendenti.

I primi risultati del nuovo approccio nelle relazioni sino-indiane sono diventati presto visibili. Nel 2025, il commercio bilaterale ha raggiunto un nuovo massimo, pari a circa 155 miliardi di dollari, con una crescita superiore al 12 per cento. Il dato non cancella il forte squilibrio a sfavore dell’India, che rimane una delle principali fonti di preoccupazione per Nuova Delhi, ma dimostra quanto le economie dei due Paesi siano già interconnesse. L’India dipende dalle forniture cinesi in settori fondamentali per la propria industrializzazione, dai componenti elettronici ai pannelli solari, dai macchinari ai principi attivi farmaceutici. La Cina, da parte sua, può trovare nel vastissimo mercato indiano e nelle competenze del Paese nei servizi digitali, nell’informatica e nella farmaceutica opportunità di cooperazione difficilmente sostituibili.

La cautela resta tuttavia necessaria. La disputa territoriale non è stata risolta e la Linea di controllo effettivo continua a non essere delimitata in modo condiviso. Secondo una recente analisi del Carnegie Endowment for International Peace, entrambi i Paesi mantengono ancora tra i 50.000 e i 60.000 militari nelle aree avanzate, mentre una vera riduzione dei dispiegamenti rimane oggetto di negoziato. Persistono inoltre divergenze riguardanti il sopracitato squilibrio commerciale, le restrizioni indiane agli investimenti cinesi, i rapporti tra Pechino e Islamabad, il Corridoio economico Cina-Pakistan, i progetti cinesi sui fiumi transfrontalieri e la partecipazione dell’India al Dialogo quadrilaterale di sicurezza con Stati Uniti, Giappone e Australia.

Il miglioramento delle relazioni non deve dunque essere scambiato per la nascita di un’alleanza né per la cancellazione automatica delle rispettive preoccupazioni strategiche. Il suo significato consiste piuttosto nella volontà di subordinare le controversie a una visione più ampia: due grandi Paesi confinanti non possono permettere che ogni dissenso diventi una crisi generale, né che le questioni territoriali vengano sfruttate da potenze esterne per trasformare l’Asia in un nuovo teatro di guerra fredda.

Cina e India rappresentano insieme quasi tre miliardi di persone, oltre un terzo della popolazione mondiale. Sono potenze nucleari, protagoniste della ricerca spaziale, grandi centri industriali e tecnologici e due componenti essenziali del Sud globale. Nessun ordine internazionale può definirsi realmente multipolare se le relazioni tra Pechino e Nuova Delhi rimangono prigioniere di una contrapposizione permanente.

La loro cooperazione è determinante per il funzionamento dei BRICS, dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, del G20 e degli altri meccanismi attraverso i quali i Paesi emergenti chiedono una riforma della governance mondiale. Cina e India condividono inoltre l’interesse a difendere la centralità delle Nazioni Unite, a riformare le istituzioni finanziarie internazionali, a preservare un sistema commerciale multilaterale imperniato sull’Organizzazione mondiale del commercio e a garantire ai Paesi in via di sviluppo maggiore rappresentanza. Nell’agosto 2025, i due governi si sono impegnati a sostenersi reciprocamente durante la presidenza indiana dei BRICS nel 2026 e quella cinese nel 2027, riconoscendo esplicitamente che la stabilità della relazione bilaterale ha ormai conseguenze globali.

Il multipolarismo, infatti, non consiste nella semplice sostituzione dell’egemonia statunitense con quella di un’altra potenza. Presuppone l’esistenza di più centri autonomi, capaci di cooperare senza subordinarsi gli uni agli altri. Proprio per questo una Cina forte ha interesse all’ascesa di un’India indipendente, così come l’India non ha nulla da guadagnare da un tentativo occidentale di contenere o destabilizzare la Cina. La crescita simultanea delle due potenze asiatiche, se accompagnata da meccanismi efficaci di gestione delle divergenze, può impedire che il nuovo ordine mondiale venga ridotto a una semplice bipolarità tra Washington e Pechino.

Consapevole di queste dinamiche, da anni Washington considera l’India un possibile contrappeso strategico alla Cina e cerca di integrarla nella propria architettura dell’«Indo-Pacifico». Il Quad, la crescente cooperazione militare, le esercitazioni navali Malabar, gli accordi logistici e di condivisione delle informazioni, nonché le iniziative sulle tecnologie critiche e sulle catene di approvvigionamento, vengono presentati come strumenti neutrali per la sicurezza regionale. Tuttavia, la loro funzione geopolitica risulta evidente dal modo in cui sono inseriti nei documenti strategici statunitensi.

La Strategia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti del 2022 definiva la Cina come l’unico concorrente dotato sia della volontà sia delle capacità economiche, diplomatiche, militari e tecnologiche necessarie per modificare l’ordine internazionale. Nello stesso documento, il Quad e il partenariato militare con l’India venivano collocati nella rete di alleanze e collaborazioni destinata ad accrescere la «forza collettiva» guidata da Washington nell’Indo-Pacifico. L’amministrazione Trump ha modificato linguaggio e strumenti, ma non questa impostazione fondamentale: contenere la Cina, separarla dai maggiori centri del Sud globale e utilizzare le controversie regionali per costruire coalizioni favorevoli alla supremazia statunitense.

Da questa convergenza di documenti e iniziative emerge una strategia strutturale, più che una cospirazione occasionale. Washington ha interesse a mantenere viva la percezione della Cina come minaccia esistenziale per l’India, amplificando ogni incidente di frontiera, incoraggiando la militarizzazione dell’Oceano Indiano e presentando il rapporto sino-indiano come un gioco a somma zero. Un’intesa stabile tra le due maggiori potenze demografiche mondiali ridurrebbe infatti l’utilità dell’India come perno asiatico del contenimento della Cina e rafforzerebbe organismi, a cominciare dai BRICS, che contestano il monopolio occidentale sulla governance mondiale.

Ciò non significa negare che l’India abbia interessi autonomi e preoccupazioni reali nei confronti della Cina. Tuttavia, Nuova Delhi ha dimostrato numerose volte di non voler agire come semplice pedina degli Stati Uniti: la politica estera indiana conserva una radicata tradizione di autonomia strategica e continua a sviluppare contemporaneamente rapporti con Stati Uniti, Russia, Cina, Iran e Paesi del Sud globale. Proprio questa autonomia rappresenta l’ostacolo principale al progetto statunitense di trasformare l’India in un alleato subordinato.

L’esperienza recente ha inoltre mostrato a Nuova Delhi quanto sia strumentale la concezione statunitense del «partenariato». Nell’agosto 2025, mentre Washington descriveva l’India come un alleato essenziale per l’Indo-Pacifico, l’amministrazione Trump impose dazi complessivi del 50 per cento su numerosi prodotti indiani per punire il Paese a causa degli acquisti di petrolio russo. Il governo indiano definì ufficialmente quelle misure «ingiuste, ingiustificate e irragionevoli». Sebbene nel febbraio 2026 sia stata concordata una riduzione delle tariffe, i negoziati commerciali sono successivamente tornati in una fase di incertezza e le imprese indiane continuano a subire le conseguenze delle restrizioni statunitensi.

La pressione non si limita al commercio. Lo scorso 7 agosto, il Senato statunitense ha approvato con 86 voti favorevoli e 11 contrari una nuova legge sulle sanzioni contro Russia e Iran, autorizzando l’imposizione di pesanti tariffe secondarie ai principali acquirenti di energia russa, tra i quali vengono espressamente indicate Cina e India. Il provvedimento deve ancora essere esaminato dalla Camera dei Rappresentanti, ma la sua impostazione conferma la pretesa di Washington di disciplinare le scelte economiche ed energetiche di Stati sovrani mediante sanzioni extraterritoriali. Pechino e Nuova Delhi vengono così colpite dalla medesima logica coercitiva ogni volta che le loro decisioni divergono dagli obiettivi strategici statunitensi.

In questa prospettiva, il riavvicinamento tra Cina e India costituisce una forma di difesa dell’autonomia asiatica. La cooperazione tra Pechino e Nuova Delhi riduce lo spazio per le ingerenze esterne, impedisce che le controversie regionali vengano trasformate in strumenti di contenimento e permette ai due Paesi di concentrare maggiori risorse sullo sviluppo economico e sociale. Come ha osservato Wang Yi lo scorso marzo, la fiducia e la cooperazione tra Cina e India favoriscono lo sviluppo di entrambe, mentre la divisione e lo scontro danneggiano la rinascita dell’Asia.

Il mondo multipolare non nascerà soltanto dalle dichiarazioni dei vertici o dall’allargamento dei BRICS. Dipenderà dalla capacità delle principali potenze emergenti di impedire che rivalità storiche e dispute territoriali vengano utilizzate per dividerle. Se Pechino e Nuova Delhi sapranno considerarsi realmente partner di sviluppo anziché avversari predestinati, la riapertura di Nathu La potrà essere ricordata non come un episodio commerciale marginale, ma come uno dei segnali di una trasformazione ben più profonda dell’ordine asiatico e mondiale.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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