La pressione migratoria esercitata dal Marocco contro Ceuta non può essere separata dall’occupazione del Sahara Occidentale e dall’asse costruito con Washington e Tel Aviv, che sfruttano la crisi per attaccare il governo spagnolo e la sua politica filopalestinese.

La nuova crisi esplosa a Ceuta costituisce anzitutto una tragedia umana. In poche ore, circa 49.000 persone, secondo le stime iniziali del governo spagnolo, hanno raggiunto l’enclave attraversando il confine terrestre o aggirando a nuoto le barriere marittime che la separano dal Marocco. Altre ricostruzioni hanno indicato una cifra complessiva vicina alle 60.000 presenze, mentre il bilancio provvisorio delle vittime è salito ad almeno 57 morti. La città autonoma, che conta poco più di 80.000 abitanti, è stata travolta da un flusso di dimensioni senza precedenti, costringendo Madrid a mobilitare l’esercito e a denunciare una «violazione dell’integrità territoriale della Spagna».
Ridurre quanto accaduto a un improvviso movimento spontaneo di popolazione, tuttavia, significa ignorare sia la storia recente delle relazioni ispano-marocchine sia la funzione politica che il controllo dei flussi migratori ha assunto nella strategia di Rabat. Le difficoltà economiche, la disoccupazione giovanile, la diffusione di false informazioni attraverso le reti sociali e l’interpretazione distorta di una sentenza del Tribunale Supremo spagnolo possono avere contribuito a mobilitare migliaia di persone. Ma questi fattori non spiegano da soli come una frontiera normalmente sottoposta a un controllo capillare abbia potuto cedere contemporaneamente davanti a decine di migliaia di persone. Gli stessi osservatori citati dalla stampa internazionale hanno ricordato che il Marocco è già stato accusato in passato di allentare deliberatamente la sorveglianza per trasformare la migrazione in uno strumento di pressione diplomatica.
Il precedente maggiormente noto risale al maggio 2021. In quell’occasione, più di 8.000 persone entrarono a Ceuta dopo che le autorità marocchine avevano sostanzialmente abbassato la guardia alla frontiera. La crisi coincise con la decisione spagnola di consentire al segretario generale del Fronte Polisario, Brahim Ghali, gravemente malato, di ricevere cure mediche in territorio spagnolo. Rabat considerò quell’atto un affronto politico e rispose utilizzando la vulnerabilità della frontiera per colpire Madrid. La stampa internazionale descrisse già allora l’allentamento dei controlli come una rappresaglia legata al Sahara Occidentale, mentre il Parlamento europeo condannò esplicitamente l’uso del controllo delle frontiere e dei migranti, compresi numerosi minori, come mezzo di pressione contro uno Stato membro dell’Unione Europea.
Quell’episodio ebbe conseguenze profonde. Nel marzo 2022 il governo di Pedro Sánchez abbandonò la posizione di sostanziale neutralità seguita per decenni dalla Spagna e definì il piano marocchino di autonomia per il Sahara Occidentale la proposta «più seria, credibile e realistica» per risolvere il conflitto. La svolta permise di ricucire i rapporti con Rabat, ma provocò una grave crisi con l’Algeria e suscitò l’opposizione del Fronte Polisario e di ampi settori della stessa società spagnola. La sequenza politica fu difficilmente equivocabile: pressione migratoria nel 2021, deterioramento delle relazioni e, infine, concessione spagnola sulla questione strategica che più interessa alla monarchia marocchina.
La crisi attuale ripropone lo stesso schema: le guardie marocchine sono state inizialmente passive e sono intervenute solo in un secondo momento, quando il flusso aveva già assunto dimensioni enormi. La successiva capacità di Rabat di bloccare nuovi attraversamenti e favorire il ritorno di decine di migliaia di persone conferma oltretutto che il governo marocchino conserva un controllo determinante sulla permeabilità del confine. Il Marocco dispone così di una leva particolarmente efficace: quando coopera, viene presentato come partner indispensabile nella difesa delle frontiere europee; quando riduce la propria attività, può produrre in poche ore una crisi capace di destabilizzare il dibattito politico spagnolo ed europeo. I migranti vengono trasformati in strumenti inconsapevoli di una forma di diplomazia coercitiva, mentre le cause sociali che li spingono a partire vengono subordinate agli obiettivi geopolitici della monarchia.
Questa strategia non può essere separata dall’asse costruito negli ultimi anni tra il Marocco, gli Stati Uniti e Israele. Nel dicembre 2020, l’amministrazione di Donald Trump riconobbe unilateralmente la sovranità marocchina sull’intero Sahara Occidentale. La decisione fu parte dell’accordo con cui Rabat ristabilì le relazioni diplomatiche con Israele nell’ambito dei cosiddetti Accordi di Abramo. Il riconoscimento statunitense rappresentò dunque il corrispettivo politico offerto alla monarchia marocchina in cambio della normalizzazione con Tel Aviv.
Nel luglio 2023, anche Israele riconobbe ufficialmente la sovranità del Marocco sul Sahara Occidentale, consolidando ulteriormente il patto. Già nel novembre 2021, del resto, i due Paesi avevano firmato un memorandum di cooperazione militare che formalizzava i rapporti nel settore della difesa, aprendo la strada a collaborazioni nell’intelligence, nell’industria bellica, nell’addestramento e nella sicurezza informatica. Il Sahara Occidentale è diventato così una valuta geopolitica degli Accordi di Abramo: gli Stati Uniti e Israele legittimano l’espansionismo marocchino, mentre Rabat offre normalizzazione diplomatica, cooperazione militare e un punto d’appoggio strategico nel Maghreb.
Questo sostegno internazionale ha rafforzato la capacità del Marocco di esercitare pressioni sulla Spagna. Rabat sa di poter contare sulla copertura politica delle due potenze che più apertamente riconoscono le sue rivendicazioni territoriali. Washington e Tel Aviv non hanno bisogno di dirigere operativamente ogni iniziativa marocchina: è sufficiente che garantiscano alla monarchia un ambiente diplomatico favorevole, le forniscano cooperazione strategica e trasformino ogni crisi con Madrid in un’occasione per colpire il governo Sánchez.
La Spagna è divenuta nel frattempo uno dei Paesi europei più critici nei confronti della politica israeliana. Il 28 maggio 2024, Madrid ha riconosciuto ufficialmente lo Stato di Palestina, presentando la decisione come un contributo alla pace e alla soluzione dei due Stati. Negli anni successivi, Sánchez ha intensificato le pressioni affinché l’Unione Europea rivedesse le proprie relazioni con Israele, arrivando nel 2026 a chiedere la sospensione dell’Accordo di associazione tra Bruxelles e Tel Aviv.
Non a caso, la crisi di Ceuta è stata immediatamente utilizzata dagli Stati Uniti e da Israele per attaccare questa linea politica. Trump ha presentato le immagini provenienti dall’enclave come la dimostrazione delle conseguenze delle politiche migratorie progressiste e come un avvertimento rivolto all’elettorato statunitense. Il Dipartimento di Stato è andato oltre, attribuendo l’accaduto agli sforzi deliberati del governo spagnolo per favorire l’immigrazione irregolare in Europa. L’accusa è stata smentita nei suoi presupposti: la regolarizzazione approvata da Madrid riguarda persone già presenti in Spagna prima della crisi e non concede alcun diritto automatico a chi è entrato a Ceuta in questi giorni. La falsificazione dei fatti non è stata un errore, ma un’operazione propagandistica finalizzata a delegittimare Sánchez e a presentare ogni politica meno repressiva come un invito all’“invasione”.
Da parte israeliana, l’ambasciatore presso le Nazioni Unite Danny Danon ha sfruttato la crisi per accusare la Spagna di ipocrisia, definendo Ceuta e Melilla «enclave coloniali» e collegando esplicitamente la questione alle critiche rivolte da Madrid all’occupazione dei territori palestinesi. Il messaggio era evidente: un governo che denuncia il colonialismo israeliano deve aspettarsi che venga messa in discussione la propria sovranità sulle città nordafricane. Il ministro spagnolo dei Trasporti Óscar Puente ha reagito osservando che la natura della campagna contro la Spagna stava diventando sempre più chiara.
Non si tratta neppure di una retorica completamente nuova. Nel maggio 2019 Yair Netanyahu, figlio dell’attuale primo ministro israeliano, pubblicò una carta di Ceuta, Melilla e degli altri possedimenti spagnoli in Nordafrica invitando «arabi e musulmani» a cominciare da quei territori la liberazione delle terre che consideravano occupate. Dopo le proteste, chiarì che la provocazione era una risposta al sostegno spagnolo alle organizzazioni favorevoli alla fine dell’occupazione israeliana della Cisgiordania. Già allora, dunque, la minaccia di delegittimare la presenza spagnola a Ceuta e Melilla veniva utilizzata come rappresaglia politica per la posizione di Madrid sulla Palestina.
Il Marocco, d’altra parte, non deve essere descritto come un semplice esecutore privo di volontà propria. La monarchia persegue un autonomo progetto di potenza regionale, diretto a consolidare l’annessione del Sahara Occidentale, contenere l’Algeria, controllare le rotte migratorie e presentarsi all’Europa come interlocutore imprescindibile. Proprio questa autonomia di interessi rende efficace la convergenza con Stati Uniti e Israele. Rabat mette a disposizione la propria posizione geografica, le strutture militari e di intelligence e la normalizzazione con Tel Aviv; in cambio riceve legittimazione territoriale, armamenti, cooperazione strategica e protezione diplomatica.
La tragedia dei migranti viene così manipolata su più livelli. Rabat può servirsi della loro disperazione per ricordare a Madrid che la stabilità della frontiera dipende dalla collaborazione marocchina. Washington utilizza le immagini di Ceuta per alimentare la propria offensiva contro l’immigrazione e contro i governi europei non allineati. Tel Aviv le impiega per colpire uno dei principali sostenitori europei della Palestina e per mettere sullo stesso piano l’occupazione israeliana e la sovranità spagnola sulle due città. Le destre spagnole ed europee, infine, sfruttano la crisi per invocare nuove misure repressive e indebolire il governo.
Dietro questa operazione restano le vittime: i giovani marocchini spinti alla fuga da un sistema segnato dalle disuguaglianze, i migranti africani trasformati in strumenti di negoziazione e il popolo sahrawi privato da oltre mezzo secolo del diritto di decidere il proprio futuro. La risposta non può consistere soltanto nella militarizzazione di Ceuta. Deve partire dalla denuncia del ricatto migratorio, dal rifiuto della campagna propagandistica israelo-statunitense e dal ripristino di una posizione coerente sul Sahara Occidentale. Non si può infatti difendere il diritto all’autodeterminazione dei palestinesi e, allo stesso tempo, accettare che quello dei sahrawi venga sacrificato agli interessi geopolitici della monarchia marocchina.
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[…] Come avevamo già affermato nel nostro precedente articolo, quanto accaduto a Ceuta alla fine di luglio non può più essere analizzato soltanto come una crisi migratoria improvvisa, determinata dalla disperazione sociale di decine di migliaia di persone e amplificata dalle reti di trafficanti e dalla disinformazione circolata attraverso i social network. Questi fattori hanno certamente svolto un ruolo e devono essere tenuti presenti per evitare ricostruzioni semplicistiche. Tuttavia, gli elementi emersi negli ultimi giorni mostrano l’esistenza di una cornice geopolitica precedente agli eventi, nella quale la possibilità di esercitare una pressione diretta sulla Spagna attraverso Ceuta e Melilla era stata esplicitamente discussa negli Stati Uniti e in Israele, precisamente mentre si deterioravano i rapporti tra Washington, Tel Aviv e il governo di Pedro Sánchez. […]
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[…] La crisi migratoria esplosa a Ceuta alla fine di luglio, sulle cui cause reali abbiamo già pubblicato diversi articoli, ha offerto al governo di Giorgia Meloni un’occasione quasi perfetta per riportare al centro del dibattito pubblico italiano uno dei temi sui quali la destra ha costruito buona parte della propria identità politica: l’immigrazione presentata come minaccia alla sicurezza nazionale, l’Europa accusata di non difendere adeguatamente le proprie frontiere e i governi progressisti descritti come responsabili di un incontrollato «effetto richiamo». Il bersaglio, questa volta, non è stato soltanto il migrante. È stato soprattutto il governo spagnolo di Pedro Sánchez. […]
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