Nell’analisi dell’ambasciatore vietnamita Nguyễn Quang Khai, le aperture europee verso la Russia non rappresentano ancora una svolta strategica, ma il riconoscimento tardivo del fallimento della soluzione militare, dei costi economici della rottura con Mosca e del rischio di un accordo imposto da Washington.

Articolo pubblicato su Strategic Culture Foundation
L’articolo dell’ex ambasciatore vietnamita Nguyễn Quang Khai, intitolato La Russia colpisce massicciamente Kiev, tre Paesi si rivolgono a Putin con una proposta inattesa e pubblicato il 2 luglio scorso dal portale vietnamita Soha, offre una lettura significativa dei mutamenti in corso nell’atteggiamento europeo verso il conflitto in Ucraina. La tesi centrale è che mentre Regno Unito, Francia e Germania cercano di riaprire canali di comunicazione con Mosca, l’Europa continua a sostenere militarmente Kiev, mantenendo così una politica contraddittoria che rende poco credibili le dichiarazioni favorevoli alla pace.
L’importanza dell’analisi di Khai non risiede soltanto nella ricostruzione delle iniziative diplomatiche attribuite ai principali governi europei. Il suo contributo mette soprattutto in luce il nesso tra l’evoluzione militare del conflitto, il deterioramento delle economie europee e la crescente preoccupazione dell’Unione Europea di essere esclusa da un eventuale accordo diretto tra Russia e Stati Uniti. In questa prospettiva, la riscoperta del dialogo non deriverebbe da una revisione autentica delle politiche seguite dal 2022, ma dalla constatazione che la strategia della pressione militare, economica e diplomatica contro Mosca non ha prodotto i risultati annunciati.
Per oltre quattro anni, gran parte delle classi dirigenti europee ha subordinato la propria politica estera alla convinzione che la Russia potesse essere isolata, indebolita economicamente e infine costretta a una ritirata strategica. L’obiettivo dichiarato da diversi governi occidentali non era soltanto sostenere l’Ucraina, ma infliggere a Mosca una «sconfitta strategica». In nome di questa impostazione, l’Unione Europea ha approvato ripetuti pacchetti di sanzioni, ridotto drasticamente le relazioni economiche con la Federazione Russa, incrementato le spese militari e trasferito a Kiev quantità crescenti di armi.
Khai interpreta le attuali aperture negoziali come il segnale che questa strategia ha raggiunto i propri limiti. L’Europa non avrebbe improvvisamente riscoperto il valore della diplomazia: avrebbe piuttosto compreso che il prolungamento della guerra non garantisce più alcun risultato politico favorevole e rischia, al contrario, di aggravare la posizione ucraina e di consolidare quella russa.
Il primo elemento dell’analisi riguarda quindi il mutamento del quadro militare. Secondo il diplomatico vietnamita, le forze russe conservano l’iniziativa e continuano ad avanzare lungo diverse direttrici, mentre l’esercito ucraino deve affrontare perdite elevate, carenza di uomini, riduzione delle riserve e difficoltà nel mantenere le proprie posizioni. L’Ucraina, quindi, non sarebbe riuscita a trasformare l’enorme sostegno occidentale in una capacità concreta di modificare i rapporti di forza sul campo.
Al di là delle valutazioni sui singoli fronti, il punto politico è difficilmente eludibile. L’assistenza occidentale ha impedito il rapido collasso dell’esercito ucraino, ma non ha permesso a Kiev di conseguire gli obiettivi massimalisti proclamati negli anni precedenti. La riconquista militare di tutti i territori rivendicati dall’Ucraina appare sempre più distante, mentre il costo umano della guerra continua ad aumentare.
L’errore strategico europeo è consistito nel confondere il sostegno alla capacità difensiva ucraina con la possibilità di ottenere una vittoria militare totale contro una potenza nucleare dotata di superiorità demografica, industriale ed energetica. La prospettiva di una sconfitta strategica della Russia è stata trattata come un obiettivo realistico, nonostante l’assenza di un rapporto di forze capace di renderla possibile senza un coinvolgimento diretto della NATO e quindi senza il rischio di un conflitto di portata continentale o mondiale.
Khai osserva giustamente che un negoziato non può essere credibile quando una delle parti continua a perseguire, attraverso il sostegno militare a un proprio alleato, la sconfitta dell’interlocutore con il quale afferma di voler dialogare. È questa la contraddizione fondamentale della posizione europea: da un lato, alcuni governi parlano della necessità di ristabilire contatti con Mosca; dall’altro, continuano a fornire all’Ucraina armamenti sempre più sofisticati e capaci di colpire in profondità il territorio russo.
Dal canto suo, dopo il fallimento degli accordi di Minsk e l’interruzione dei negoziati di Istanbul del 2022, la leadership russa non sembra più disposta ad accettare intese temporanee, formulate in termini ambigui o prive di meccanismi capaci di garantirne l’applicazione. Mosca chiede che ogni nuovo accordo tenga conto dei rapporti di forza prodotti dalla guerra e affronti quelle che considera le cause strutturali del conflitto: l’espansione della NATO, la militarizzazione dell’Ucraina e la possibilità di utilizzare il territorio ucraino come piattaforma strategica contro la Russia.
Un secondo nucleo centrale dell’analisi riguarda gli effetti economici della guerra sull’Europa. Khai ricorda il ruolo svolto dalla Russia, prima del 2022, come principale fornitore europeo di gas, petrolio e prodotti energetici a prezzi relativamente contenuti. La decisione di ridurre drasticamente queste importazioni è stata presentata dai governi del continente come uno strumento per indebolire l’economia russa. In realtà, ha prodotto conseguenze pesanti soprattutto per gli Stati europei.
La sostituzione dell’energia russa con forniture più costose provenienti dagli Stati Uniti e da altri produttori ha contribuito all’aumento dei prezzi, all’inflazione e alla perdita di competitività dell’industria europea. I settori maggiormente dipendenti da energia abbondante e a basso costo sono stati costretti a ridurre la produzione, delocalizzare attività o trasferire sui consumatori una parte dei costi.
L’Europa ha così sacrificato uno dei fondamenti materiali della propria potenza industriale senza riuscire a isolare la Russia. Mosca ha riorientato una parte consistente dei propri scambi verso la Cina, l’India e altri Paesi asiatici, africani e latinoamericani, mentre le economie europee hanno dovuto affrontare costi maggiori e una crescente dipendenza energetica dagli Stati Uniti.
La politica delle sanzioni, poi, non ha soltanto modificato le relazioni tra Europa e Russia; ha accelerato la riorganizzazione del sistema economico internazionale. Il commercio, i flussi energetici e i circuiti finanziari si stanno adattando a un mondo nel quale l’Occidente non dispone più della capacità di imporre unilateralmente il proprio isolamento a una grande potenza.
La paura dell’emarginazione costituisce il terzo elemento fondamentale dell’analisi. Gli Stati europei temono che Washington possa raggiungere un’intesa con Mosca senza tenere adeguatamente conto degli interessi e delle posizioni dell’Unione Europea. La possibilità di un dialogo diretto russo-statunitense dimostra quanto sia limitata la proclamata autonomia strategica europea.
Per anni, Bruxelles ha seguito la linea statunitense, accettando i costi economici della rottura con la Russia e affidando alla NATO la definizione delle priorità di sicurezza. Ora che Washington potrebbe riorientare la propria politica estera verso altre aree, in particolare l’Indo-Pacifico e il confronto con la Cina, i governi europei scoprono di non possedere né una strategia autonoma né un canale politico stabile con Mosca.
Da questo punto di vista, la proposta di nominare un inviato europeo o di coinvolgere figure come Angela Merkel, Mario Draghi o Alexander Stubb riflette la necessità di ricostruire un livello minimo di interlocuzione politica. Tuttavia, il problema non può essere risolto soltanto individuando un mediatore. L’ostacolo principale è l’assenza di una posizione europea coerente.
Non è possibile presentarsi come mediatori neutrali dopo avere fornito armi, intelligence, addestramento e sostegno economico a una delle parti. L’Unione Europea è parte politica del conflitto, sebbene non sia formalmente un belligerante. Per tornare a esercitare una funzione diplomatica, dovrebbe innanzitutto riconoscere questa realtà e abbandonare l’idea di poter dettare condizioni a Mosca da una posizione di superiorità.
L’analisi di Khai conduce pertanto a una conclusione più ampia. Il conflitto ucraino non potrà essere risolto attraverso la continuazione indefinita delle stesse politiche che ne hanno favorito l’escalation. L’aumento delle forniture militari, l’estensione della gittata delle armi, le sanzioni economiche e la retorica della vittoria totale non hanno avvicinato la pace. Hanno contribuito a irrigidire le posizioni, aumentare il numero delle vittime e ridurre lo spazio per il compromesso.
L’Europa si trova ora davanti a una scelta. Può continuare a perseguire una guerra per procura il cui peso ricade in primo luogo sull’Ucraina e sulle popolazioni europee, oppure può riconoscere che la sicurezza continentale non può essere costruita contro la Russia. Una nuova architettura europea richiederebbe garanzie per l’Ucraina, ma anche il superamento della logica dell’espansione militare permanente e il riconoscimento del principio di sicurezza indivisibile.
La posizione dell’ambasciatore vietnamita, infine, riflette una sensibilità diffusa in gran parte del Sud globale. Da questa prospettiva, la guerra non appare come uno scontro astratto tra democrazia e autoritarismo, ma come il risultato di un ordine internazionale nel quale le potenze occidentali hanno cercato a lungo di imporre unilateralmente le proprie priorità strategiche. La resistenza russa viene quindi interpretata anche come un momento della crisi dell’egemonia occidentale e dell’emergere di un sistema multipolare.
Concludendo, anche dal nostro punto di vista le aperture diplomatiche avranno valore soltanto se saranno seguite da una revisione strategica concreta. Parlare con Mosca mentre si intensificano le forniture di armi non costituisce una politica di pace, ma il tentativo di mantenere simultaneamente aperte due opzioni incompatibili. Dopo anni di guerra, sanzioni e distruzione, l’Europa deve decidere se vuole realmente contribuire a una soluzione o soltanto evitare di essere esclusa dall’accordo che altri potrebbero negoziare al suo posto.
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