Bruno Rodríguez Parrilla: «Gli Stati Uniti inaspriscono la propria politica contro Cuba in uno scenario internazionale sempre più pericoloso»

Il ministro degli Esteri cubano ha affermato davanti all’Assemblea Nazionale del Potere Popolare che il contesto politico internazionale nel quale Cuba difende la propria sovranità si è aggravato in modo significativo, soprattutto a causa dell’inasprimento delle azioni statunitensi.

Intervento del ministro delle Relazioni Estere Bruno Rodríguez Parrilla durante il Settimo periodo ordinario di sessioni della X legislatura:

Compagno Generale d’Esercito Raúl Castro Ruz, Leader della Rivoluzione Cubana,

Compagno Primo Segretario e Presidente della Repubblica, Miguel Díaz-Canel,

Compagno Esteban Lazo, Presidente dell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare,

Compagno Primo Ministro Manuel Marrero,

Compagno Roberto Morales, Segretario dell’Organizzazione del Partito Comunista di Cuba,

Il recente discorso pronunciato il 26 luglio dal Primo Segretario e Presidente Miguel Díaz-Canel, con la sua brillante e incisiva dimostrazione del genocidio perpetrato dal governo degli Stati Uniti contro il popolo cubano, le deliberazioni dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dello scorso 7 luglio e l’introduzione appena svolta dal Presidente dell’Assemblea Nazionale mi esimono dall’affrontare alcuni aspetti.

A questa sessione partecipa insieme a me la Direzione del Ministero delle Relazioni Estere.

L’Assemblea Nazionale del Potere Popolare nel suo insieme, il Consiglio di Stato, la Commissione per le Relazioni Internazionali e molti deputati hanno svolto e continuano a svolgere un ruolo rilevante nell’azione internazionale dello Stato cubano e nello sviluppo della politica estera.

Compagne e compagni,

Il contesto politico internazionale nel quale la nostra Rivoluzione difende e rappresenta gli interessi del popolo si è aggravato in modo significativo.

Il governo degli Stati Uniti ha deciso di violare e demolire il diritto internazionale, la Carta delle Nazioni Unite e i principi fondamentali emersi dalla Seconda guerra mondiale che, per oltre ottant’anni, hanno regolato le relazioni tra gli Stati sulla base del rispetto della sovranità e del principio formale dell’uguaglianza sovrana.

Ha inoltre dimostrato di possedere, almeno temporaneamente e in termini relativi, la capacità di imporre la propria volontà a diversi governi, calpestandone le prerogative sovrane e costituzionali attraverso l’intimidazione, la coercizione e, in particolare, il ricorso a misure coercitive unilaterali e a dazi commerciali punitivi.

Ha fatto ricorso all’aggressione militare, a guerre prive di qualsiasi giustificazione, al bombardamento delle popolazioni civili, al sequestro di un capo di Stato in carica, all’assassinio politico, al terrorismo di Stato, al «cambio di regime» e alla guerra cognitiva o non convenzionale.

Questa condotta viene giustificata mediante una nuova e inaudita dottrina, definita «pace attraverso la forza», come se la pace potesse scaturire dal saccheggio, dalla spoliazione, dalla conquista, dallo sterminio, dall’occupazione, dalla schiavitù e dalla pulizia etnica; come la pace dei vecchi imperi coloniali, delle guerre mondiali, dei bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki, del fascismo e del nazismo, della Dottrina Monroe e dei suoi corollari; o come quella concepita da Hitler quando, nella prima metà del XX secolo, si propose di ridisegnare la carta dell’Europa e, più recentemente, nei fallimentari progetti di riconfigurazione dell’Indo-Pacifico, del cosiddetto Nuovo Medio Oriente o della NATO.

Nelle ultime settimane, come se le lezioni della storia non fossero mai state apprese, negli Stati Uniti è riemerso come politica ufficiale lo spettro del maccartismo e della caccia alle streghe. Un singolare vertice, al quale sono stati convocati improvvisamente a Washington decine di ministri degli Esteri, è stato dedicato al tentativo di avviare la persecuzione di un fenomeno di cui fino a quel momento non si era mai sentito parlare. Lo chiamano «rinascita del terrorismo di estrema sinistra». In precedenza, avevano cercato di imporre l’altrettanto singolare concetto di «narcoterrorismo». Sarebbe opportuno ricordare le sanguinose dittature latinoamericane e il Piano Condor da loro imposti.

Poco dopo, il Dipartimento di Stato ha pubblicato un ampio rapporto su Cuba, che ha suscitato molte reazioni per la sua superficialità, falsità e inconsistenza, quasi fosse stato affidato, come è stato osservato, a un’applicazione di intelligenza artificiale utilizzata male. Il documento cerca tuttavia di indicare Cuba come un pericolo per gli Stati Uniti.

Oltre all’assurdità di supporre che il nostro Paese possa minacciare la maggiore potenza militare e nucleare del pianeta, il rapporto mira a criminalizzare e reprimere le autentiche manifestazioni di solidarietà con Cuba, presenti in numerosi settori della società statunitense.

Cerca di condannare e criminalizzare anche la vicinanza della Rivoluzione cubana alle cause della giustizia e dei diritti civili e alla lotta contro il razzismo, il sionismo, la guerra e l’oppressione. Contesta il nostro diritto a difenderci dall’aggressione imperialista. Attacca l’opera solidale e umanista alla quale ci siamo dedicati in molte parti del mondo. Condanna l’impegno internazionalista di Cuba a favore della liberazione dei popoli africani e contro l’apartheid, identificando il nostro Paese come un pericolo per il suo esempio, la sua resistenza, la sua dignità e la sua opera di giustizia sociale.

Poco più di cinque anni fa, nel luglio 2021, quel grande statista messicano e latinoamericano che è Andrés Manuel López Obrador dichiarò, e cito: «Possiamo essere d’accordo o meno con la Rivoluzione cubana e con il suo governo, ma avere resistito per 62 anni senza sottomettersi è un’autentica impresa. […] Di conseguenza, credo che, per la sua lotta in difesa della sovranità del proprio Paese, il popolo di Cuba meriti il premio della dignità e che quell’isola debba essere considerata la nuova Numanzia per il suo esempio di resistenza. Ritengo che, proprio per questa ragione, dovrebbe essere dichiarata patrimonio dell’umanità». Fine della citazione.

Quell’esempio, quell’alternativa al capitalismo selvaggio e all’imperialismo, è il pericolo individuato dagli Stati Uniti. A esso si aggiunge la sete di vendetta degli eredi della dittatura di Batista, responsabile dell’assassinio di ventimila cubani: gli sgherri, i torturatori e i ladri; i mercenari di Playa Girón; coloro che cercarono di trascinare il Paese verso un olocausto nucleare e la guerra batteriologica; gli autori degli attentati, i terroristi e quanti si erano impadroniti del Paese. È per questo che ci condannano a una guerra spietata e senza quartiere. Sono la reincarnazione di Valeriano Weyler e dell’olocausto da lui provocato nel XIX secolo, nonché di Lester Mallory, ideatore della politica volta a generare sofferenza e disperazione per provocare il rovesciamento del governo.

Con una condotta aggressiva e minacciosa, la maggiore potenza militare ed economica del pianeta limita la libertà di molti Stati nella gestione dei propri affari nazionali e persino delle proprie relazioni internazionali.

Questa realtà ha consentito al governo statunitense di intensificare fino all’estremo la guerra economica e la punizione collettiva contro Cuba, di stringere al massimo l’assedio energetico, di soffocare le nostre possibilità di intrattenere rapporti commerciali con altri Paesi e di avanzare nel tentativo di escludere Cuba dall’economia internazionale.

Mentono spudoratamente quando affermano che non esiste alcun assedio energetico, che ricevevamo petrolio gratuitamente, che il blocco non esiste e che non viola la sovranità e la giurisdizione degli altri Stati.

È uno scenario estremamente pericoloso e, sul medio periodo, evidentemente insostenibile, ma che nelle circostanze attuali espone Cuba alla crescente e spietata capacità distruttiva del governo degli Stati Uniti.

Lo scorso 26 luglio, il Primo Segretario del Partito e Presidente della Repubblica ha affermato, e cito: «Cuba combatte oggi una battaglia storica. Un nuovo Moncada. […] Noi, generazioni di oggi, ci scagliamo contro i muri di una politica genocida che si è proposta di soffocare l’intero popolo per impadronirsi del Paese». Fine della citazione.

Anche in queste circostanze, il nostro popolo intrattiene rapporti ampi e profondi in tutto il mondo. Si tratta, di norma, di relazioni di amicizia e cooperazione, ma anche di rispetto, persino con quei pochi Paesi e governi con i quali esistono divergenze politiche.

Non vi sono dubbi sul carattere pressoché universale del rifiuto del blocco economico imposto dagli Stati Uniti contro Cuba. Il netto voto di 136 Paesi contro nove, che lo scorso 7 luglio ha respinto il tentativo statunitense di impedire un dibattito sulla questione nell’Assemblea Generale dell’ONU, dimostra chiaramente quale sia l’orientamento dell’opinione pubblica mondiale, persino nel clima di intimidazione esistente.

«Chi si leva oggi per Cuba si leva per tutti i tempi», ripeterebbe certamente Martí nelle circostanze attuali. Il silenzio, l’indifferenza o la difesa di interessi ristretti ed egoistici metterebbero in pericolo l’intera umanità. Qualsiasi Stato potrebbe essere il prossimo, qualora un’ampia mobilitazione internazionale non riuscisse a fermare la barbarie. Se i cittadini statunitensi avessero accesso a informazioni veritiere e sufficienti, impedirebbero essi stessi la catastrofe con cui il loro governo minaccia il pianeta.

Il 1º gennaio 2024, il Leader della Rivoluzione, Generale d’Esercito Raúl Castro Ruz, dichiarò, e cito: «La politica di ostilità permanente e di blocco del Governo degli Stati Uniti è la causa principale delle difficoltà della nostra economia. Non abbiate dubbi su questa realtà, anche se il nemico investe milioni di dollari e grandi sforzi per nasconderla». Fine della citazione.

Il nostro popolo segue le notizie e comprende con assoluta chiarezza che è in corso un piano macabro e accuratamente concepito, volto a interrompere progressivamente le fonti di entrate finanziarie, l’accesso ai mercati e alle tecnologie e le forniture essenziali per l’economia e per la vita dei cubani, compresi alimenti e medicinali.

A queste e ad altre pesanti limitazioni si aggiungono quelle imposte dal blocco energetico totale, in vigore dal gennaio di quest’anno, che attraverso ogni mezzo impedisce praticamente l’importazione non soltanto di combustibili, ma anche di componenti e pezzi di ricambio, compresi i pannelli solari e qualsiasi materiale o tecnologia connessi alla generazione elettrica.

Il nostro popolo è inoltre consapevole che la minaccia di un’aggressione militare rimane presente. Sebbene non sia possibile immaginare, né appaia logicamente concepibile, quale scusa o pretesto potrebbe essere addotto per un atto tanto criminale e irresponsabile, la volontà aggressiva dei settori anticubani negli Stati Uniti sembra non conoscere limiti.

Sono gli stessi che celebrano come un successo della propria politica l’agonia e il dolore di una madre che perde un figlio a causa della mancanza di forniture mediche. Sono coloro che si rallegrano per ogni megawatt che il Paese non riesce a generare, per le ore di blackout sopportate dal popolo, per le limitazioni dell’approvvigionamento idrico affrontate da ampi settori della popolazione, per i rifiuti che non si riescono a raccogliere e per la disgregazione del trasporto pubblico.

Il governo degli Stati Uniti conosce molto bene la nostra disponibilità a trovare una soluzione alle divergenze bilaterali attraverso il dialogo ed è pienamente consapevole della pazienza con cui abbiamo accettato la sua proposta di avviare colloqui su basi di rispetto.

Gli Stati Uniti e l’intera comunità internazionale hanno potuto constatare la nostra disponibilità ad accettare, nonostante menzogne e manipolazioni, un’offerta di aiuto curiosamente definita umanitaria. Il suo importo corrisponde appena all’impatto economico e sociale prodotto da cinque giorni di blocco ed è inferiore agli aiuti del Programma Alimentare Mondiale che Washington ha cercato di impedire. E questo nonostante l’offerta provenga dallo stesso governo che cerca inutilmente, ma provocando profondi dolori e sofferenze, di generare una crisi umanitaria a Cuba.

Il vero obiettivo e l’autentico orientamento del governo degli Stati Uniti non si manifestano attraverso il dialogo o la diplomazia, né mediante l’offerta di aiuti, ma attraverso la coercizione e il tentativo di infliggere la più dura punizione possibile al popolo cubano per ottenerne la resa.

Cuba non rappresenta una minaccia per gli Stati Uniti e non desidera esserne l’avversario o il nemico. La nostra vocazione è la pace, come dimostrano i rapporti che intratteniamo con l’intera comunità internazionale e la Proclamazione dell’America Latina e dei Caraibi come Zona di Pace, sottoscritta all’Avana dai capi di Stato e di governo della regione.

Il nostro unico impegno è nei confronti del popolo cubano. Il nostro mandato scaturisce direttamente dalla sua piena, esclusiva e assoluta sovranità. Abbiamo il dovere e il diritto di respingere e affrontare l’aggressione che lo colpisce e lo minaccia, e possediamo il diritto e il dovere supremo di difenderci, anche con le armi, qualora subissimo un’aggressione militare.

Continuiamo ad aspirare alla possibilità, un giorno, di costruire un rapporto rispettoso e costruttivo con il nostro vorace vicino del Nord e di compiere passi in tale direzione, sempre nel pieno e assoluto rispetto dei diritti e delle prerogative sovrane di ciascuna parte, come deve avvenire nei rapporti tra gli Stati.

Nel territorio statunitense vivono molti nostri connazionali. Ci adoperiamo per rafforzare i legami con loro e per offrire le più ampie possibilità di rapporto con la Patria, con i familiari e con le persone care. Molte delle misure governative adottate oggi e negli ultimi anni perseguono questo obiettivo e si fondano sulla convinzione che i cubani residenti all’estero, in qualsiasi parte del mondo, possano svolgere un ruolo importante nello sviluppo della nazione, sia rimanendo nei Paesi in cui vivono sia facendo ritorno a Cuba.

Le nuove trasformazioni economiche e sociali nelle quali siamo impegnati ampliano considerevolmente queste possibilità.

Desidero esprimere la nostra immensa gratitudine per le manifestazioni di solidarietà con la causa cubana provenienti da tutti i continenti; per l’aiuto umanitario costante, privo di condizioni e di opportunismi politici, offerto da numerosi governi, parlamenti e parlamentari, organismi internazionali, organizzazioni fraterne, movimenti sociali, partiti politici, imprenditori, associazioni di amicizia, solidarietà e della società civile, intellettuali, artisti, personalità, studiosi e singoli cittadini di diverso orientamento politico e ideologico, accomunati tuttavia dal rifiuto dell’ingiustizia e del crimine commessi contro Cuba.

Erano trascorsi appena quattro anni dal trionfo della Rivoluzione cubana quando, nel 1963, il Comandante in Capo Fidel Castro Ruz dichiarò, e cito: «È vero che siamo ancora sottoposti al blocco imperialista; è vero che gli imperialisti cercano di stringere questo blocco e che non sappiamo per quanto tempo dovremo resistere in questa situazione. Ma resisteremo! Perché la nostra bandiera rivoluzionaria non si piegherà mai! Perché la testa alta di questa nazione non si abbasserà mai! Affronteremo tutti i rischi necessari per tutto il tempo necessario; affronteremo tutti i sacrifici necessari per tutto il tempo necessario». Fine della citazione.

Sappiamo che da ciò dipendono l’indipendenza, la Rivoluzione, il socialismo e la stessa esistenza della nostra nazione e della nostra cultura.

Nell’anno del suo centenario, è necessario comprendere, fare propria, mettere in pratica e ripetere instancabilmente l’idea profondamente radicata dal Comandante in Capo Fidel Castro Ruz secondo cui un mondo migliore è possibile: un mondo senza blocchi crudeli che, e cito, «uccidono uomini, donne e bambini, giovani e anziani, come bombe atomiche silenziose».

Fidel aspirava a un mondo migliore e invitava a lottare per costruirlo, nella consapevolezza che esso potrà essere soltanto il risultato della lotta rivoluzionaria e progressista. Questa visione alimenta il nostro ottimismo, la certezza della vittoria e l’impegno a lottare senza sosta, anche in circostanze tanto dure e difficili come quelle che viviamo oggi.

Ripetiamo con José Martí: «Prima di rinunciare all’impegno di rendere libera e prospera la Patria, il mare del Sud si unirà al mare del Nord e da un uovo d’aquila nascerà un serpente».

Socialismo o morte!

Patria o morte, vinceremo!

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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