Gli scontri di Bologna offrono lo spunto per distinguere il comunismo storico dal ribellismo antagonista contemporaneo: una galassia autoreferenziale, libertaria e antistatale che, pur proclamandosi rivoluzionaria, finisce per rafforzare culturalmente e politicamente lo stesso ordine capitalistico che afferma di combattere.

L’Interferenza – 24 luglio 2026
Gli scontri a Bologna tra la polizia e la cosiddetta “sinistra antagonista” in seguito all’uccisione di Abderrahim Fakir, non potevano non sollevare il solito scontatissimo polverone mediatico, in particolare, ovviamente, da parte della destra o, meglio, del versante di destra del sistema politico-mediatico.
Tutto ciò al netto della legittima e comprensibile indignazione per l’uccisione di un uomo sostanzialmente inerme da parte di due poliziotti nel maldestro quanto violento tentativo di immobilizzarlo.
Al netto, come dicevo, della suddetta indignazione e anche della rabbia che suscita un omicidio (colposo o preterintenzionale? Sarà la magistratura a stabilirlo) commesso da uomini dello Stato, non posso non rilevare come questa prassi degli scontri con la polizia – al di là del frangente specifico – sia una sorta di rituale ormai consolidato da parte di queste frange della “sinistra radicale e antagonista”. Un rituale che si ripete sempre uguale, nelle stesse forme e modalità, da decenni, praticamente da quando è nata, da mezzo secolo a questa parte. In realtà, per essere un pochino più precisi, si tratta della risacca della risacca della sinistra extraparlamentare nata dopo il ’68 ed esauritasi alla fine degli anni ’70.
Lo scontro di piazza con la polizia, come dicevo, è un rituale, una sorta di liturgia con cui anche questo micromondo “antagonista” volutamente autoreferenziale e completamente avulso e separato dal tessuto sociale e dai ceti popolari, entra nella scena mediatica, né più e né meno. C’è molto estremismo e anche molto ribellismo giovanile in questi comportamenti che di politico hanno ben poco. Se lo avessero capirebbero che in tal modo non fanno che portare acqua con le orecchie a quel sistema dominante che dicono, a parole, di combattere, oltre ad essere sempre più isolati nella società e dalle masse popolari. Ma questo per loro non è un problema perché in realtà, anche se non lo ammettono esplicitamente, godono del loro isolamento e della loro autoreferenzialità. Del resto, al di là del loro avventurismo politico, è proprio il loro modo di essere, il loro costume, i loro atteggiamenti, la loro estetica, il loro modo di fare, di conciarsi, di esprimersi, di strillare, che li pone in una condizione di auto isolamento. Mao Tse Tung diceva che i comunisti stanno fra le masse come i pesci nuotano nell’acqua. Ecco, per questa “sinistra “centrosocialara” e “antagonista” è esattamente il contrario.
Ma la domanda da porsi è: questi sono veramente comunisti come sostengono di essere?
La mia risposta è molto semplice ed è NO. Questi con il movimento comunista storico, nel bene e nel male, non hanno nulla a che spartire; al contrario, anche se non ne sono consapevoli sono organici al sistema capitalista, neoliberale e neoliberista. Vediamo perché.
Sono sostanzialmente degli anarcoidi, animati da una ideologia “libertaria”, fondamentalmente individualista, che considera ogni forma di vincolo come una forma di oppressione sociale e umana. Per questa stessa ragione sono anche profondamente antistatalisti. Lo Stato per loro non è un apparato politico, amministrativo e certamente anche militare da conquistare politicamente e da mettere al servizio degli interessi popolari e dei ceti subalterni ma soltanto un mostruoso Leviatano da abbattere, sempre e comunque, al di là della forma politica che può assumere lo Stato stesso, in direzione di cosa non è dato saperlo perché non lo sanno neanche loro né si pongono il problema. In tal senso, oltre ad essere antisocialisti, sono ovviamente anche antimarxisti e soprattutto antileninisti.
Sono conseguentemente “no border”, perché considerano ogni forma di limitazione come una forma di oppressione. Non si interrogano sul fatto che il socialismo è l’esatto contrario della libera circolazione di capitali, merci ed esseri umani (ridotti anch’essi a merce) che costituisce la struttura stessa del sistema capitalista. Per loro l’immigrazione diventa comunque un diritto a prescindere, per definizione, potremmo dire, anche se causata da una dolorosa condizione alla quale se si potesse ci si sottrarrebbe. Un governo autenticamente Socialista che necessariamente limitasse, sia pure parzialmente, la possibilità di emigrare in entrata o in uscita sarebbe da loro combattuto in quanto Stato oppressivo, repressivo e liberticida.
La loro filosofia è quella del vecchio famoso slogan sessantottino “vietato vietare”, del “libertarismo” tout court che finisce inevitabilmente per fare pendant con l’attuale forma storica del liberalismo, cioè il neoliberalismo. Sono naturalmente totalmente imbevuti di ideologia politicamente corretta, neofemminista, transfemminista, genderista e chi più ne ha più ne metta. La fluidità, in tutti i sensi, è il loro mantra.
Sono ovviamente anche dei dogmatici, sostanzialmente a-dialettici se non antidialettici. Per loro il sistema capitalista è comunque sovrapposto alla ideologia vetero borghese, al vecchio e ormai morto e sepolto (ma loro non se ne sono accorti o forse non possono accorgersene) “Dio, Patria e Famiglia”. Tuttora per loro la società capitalista occidentale è a dominio patriarcale, così come lo è sempre stata e sempre lo sarà. Per le stesse ragioni – cioè la totale assenza di dialettica – non riescono a capire le mutazioni storiche e quindi non riescono a comprendere l’essenza (il termine è improprio ma ci capiamo…) del capitalismo che, estrema ratio, è pura accumulazione in linea teorica infinita e illimitata di capitale, da raggiungere (o estorcere) con qualsiasi mezzo (politico, ideologico o manu militari) e in qualsiasi contesto storico e culturale. Il capitalismo nella sua storia è stato razzista e antirazzista, liberale ed autoritario, liberaldemocratico e fascista, laico e confessionale, patriarcale e (oggi) femminista, di destra o di “sinistra”, sempre in base alle necessità e all’interesse del momento, in questa o quella determinata fase e contesto storico. Ma per loro il capitalismo è conservatore e tradizionalista per definizione, anche quando a bombardare per portare diritti civili e democrazia (e naturalmente togliere il velo alle donne, anche di quelle che non se lo vogliono togliere) sono gli USA dei democratici e progressisti Obama o Clinton o quando la Casa Bianca si illumina di arcobaleno durante il Pride (finanziato e sponsorizzato in tutto il mondo dal gotha della grande finanza e del grande capitale internazionale) e i bombardieri della RAF sfrecciano con i colori arcobaleno sopra il corteo che sfila festoso davanti a Buckingham Palace con la regina che dal balcone saluta i manifestanti.
Naturalmente odiano profondamente i tre bastioni dei BRICS, cioè la Cina, la Russia e l’Iran. La prima viene considerata come l’incarnazione del Totalitarismo, la seconda e il terzo non ne parliamo neanche: rappresentano la sintesi del peggio del peggio della cultura patriarcale, dell’oscurantismo religioso e, manco a dirlo, dell’oppressione delle donne. In questo senso sono completamente intrisi di (cattivo) universalismo occidentale, cioè suprematismo anche se, pure in questo caso, non so quanto ne siano consapevoli (il che forse è anche peggio…). Tutto ciò in totale e assoluta sintonia se non in vera e propria simbiosi con la narrazione neoliberale dominante.
Sono altresì dei grandi sostenitori dell’“ideologia” dello “sballo” e dello “svacco”. I loro spazi – in linea di massima i centri sociali, con rare eccezioni – sono dei veri e propri templi del libero consumo di alcool e soprattutto di droghe di vario genere. La “cultura dello sballo” fa parte integrante del loro bagaglio. I centri sociali, contrariamente al nome che portano, sono dei luoghi sostanzialmente chiusi, come dicevo, e autoreferenziali. Se non si parla il loro linguaggio, se non si adottano le loro posture, se non ci si veste e non ci si relaziona secondo le loro modalità si resta esclusi. Il risultato è, naturalmente, che la stragrande maggioranza delle persone “normali” (mi si passi il termine, per capirci…) ne sta alla larga (vagli a dare torto…). Altro che comunisti che stanno fra le masse come i pesci nell’acqua…
In conclusione, mi si potrebbe obiettare: “Va bene, ma se in fondo sono così isolati e rappresentano una percentuale dello 0, rispetto alla popolazione totale, che te ne occupi a fare?”. Il problema è proprio questo, e cioè che è vero che rappresentano lo 0, ma i danni politici che producono sono enormemente superiori a quella percentuale, non foss’altro perché tanta gente pensa che quelli siano i comunisti, che quella roba lì – una miscela di freakketonismo di californiana memoria e di ribellismo anarcoide – sia il comunismo o il socialismo. Tutto ciò, al netto delle strumentalizzazioni politiche a cui si prestano con i loro comportamenti estremisti (che almeno non dessero fuoco ai cassonetti pubblici dell’immondizia quando inscenano le loro gazzarre) che vengono naturalmente enormemente ingigantiti ed enfatizzati dal sistema mediatico e politico.
Possiamo, a ben ragione, definirli come l’estrema sinistra del capitale. L’estrema sinistra del sistema che parte dalla destra-destra di Vannacci e Rizzo, passa per il centrodestra di Meloni e Taiani, per il centro di Renzi, Calenda e Picierno, per il centrosinistra di Schlein e Fratoianni fino, appunto, alla “sinistra antagonista”, con qualche rara eccezione.
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