Anatol’ Hlaz: «La diplomazia deve impedire che lo scontro diventi inevitabile»

Nel suo intervento ad Ankara, l’ambasciatore bielorusso Anatol’ Hlaz denuncia la spirale del riarmo, richiama i rischi di provocazioni ai confini e propone misure concrete per ridurre le tensioni, rilanciare la diplomazia e impedire una guerra su vasta scala.

Intervento dell’ambasciatore della Bielorussia in Turchia e Iraq, Anatol’ Hlaz, alla conferenza scientifico-pratica del Centro di ricerca sulle civiltà globali «Unione per prevenire una grande guerra»

Meyra Palace Hotel, 18 luglio 2026

Stimati organizzatori e partecipanti,

ringrazio il Centro di ricerca DÜNYA-MER per l’invito e per aver sollevato l’importante questione che ci ha riuniti oggi.

Soltanto pochi giorni fa Ankara ha ospitato il vertice della NATO, durante il quale i partecipanti hanno discusso di spese per la difesa, produzione di armamenti, nuove tecnologie e preparazione militare. Oggi, nella stessa città, discutiamo di come prevenire una grande guerra.

Non vedo alcuna contraddizione. Si tratta di due aspetti della responsabilità di ogni Stato. E nel punto in cui questi due aspetti si incontrano ci troviamo davanti alla questione centrale della diplomazia contemporanea: come possiamo garantire che le crescenti capacità militari non debbano mai essere utilizzate?

Per la Bielorussia non si tratta di una questione teorica. Una guerra è in corso direttamente nei pressi dei nostri confini.

Non ripeterò le lezioni della storia. Ogni famiglia bielorussa le conosce. Mi limiterò a ricordare questo: durante la Seconda guerra mondiale la Bielorussia perse un abitante su tre, circa tre milioni di vite, e fu quasi completamente distrutta. Il nostro Paese possiede pertanto uno speciale diritto morale a parlare della necessità di prevenire un’altra guerra globale.

A causa del conflitto in Ucraina, velivoli senza pilota penetrano oggi nello spazio aereo bielorusso. Le loro rotte possono cambiare per effetto dei sistemi di guerra elettronica, di guasti tecnici o di altri fattori.

Ognuno di questi velivoli rappresenta una prova non soltanto per la nostra difesa aerea. È anche una prova della capacità di moderazione politica e, in alcuni casi, un tentativo diretto di provocare una dura reazione.

La Bielorussia risponde in modo professionale. Continueremo a ribadire il nostro obiettivo immutato: non si deve permettere che un incidente isolato si trasformi in un’escalation tra Stati.

Tuttavia, il 17 giugno di quest’anno, la guerra è entrata direttamente nella vita delle famiglie bielorusse.

Un autobus civile è stato attaccato nella regione russa di Brjansk. Viaggiava dalla città bielorussa di Rečyca verso Gelendžik, in Russia. A bordo si trovavano più di quaranta cittadini bielorussi, tra cui alcuni bambini appartenenti a una squadra giovanile di calcio.

In conseguenza di questo tragico e vile attacco contro dei civili, una donna bielorussa incinta è stata uccisa. Otto persone sono rimaste ferite, tra cui sei bambini.

Secondo le autorità bielorusse competenti, l’autobus è stato attaccato da un drone di origine ucraina. Nello stesso giorno, un velivolo simile è stato rinvenuto nel distretto di Lel’čycy, nella regione bielorussa di Homel’. Secondo le informazioni diffuse dalle nostre autorità, la posizione del velivolo indicava che si stava dirigendo dall’Ucraina verso la Russia attraversando il territorio bielorusso.

La Bielorussia ha richiesto un’indagine immediata e obiettiva e che i responsabili siano chiamati a rispondere delle proprie azioni. Ci aspettiamo che venga accertata la verità.

Come potete vedere, la guerra ha raggiunto le famiglie bielorusse non attraverso combattimenti diretti, ma colpendo un autobus civile che trasportava bambini diretti verso una località di villeggiatura.

A questo punto devo sottolineare la posizione responsabile assunta dallo Stato bielorusso.

La Bielorussia proteggerà i propri cittadini. Ma non permetteremo che la sofferenza della nostra popolazione venga utilizzata come strumento per aggravare ulteriormente il conflitto e le tensioni nella regione.

Non prenderemo decisioni sotto l’influenza delle emozioni o sulla base di informazioni false o deliberatamente fabbricate. Non cederemo alle provocazioni.

La moderazione non è debolezza. Uno Stato responsabile deve essere capace di fermarsi prima di compiere un passo che renderebbe impossibile il ritorno alla diplomazia.

Vorrei ora soffermarmi sugli sviluppi militari nella regione. Parlerò senza formulare accuse, come un diplomatico che lavora sulla base dei fatti.

Ogni Stato ha il diritto di garantire la propria difesa. La NATO definisce difensive le proprie attività. I Paesi della nostra regione giustificano le proprie misure militari richiamandosi alle preoccupazioni per la loro sicurezza. Ascoltiamo queste spiegazioni.

Ma esaminiamo i fatti.

Circa 10.000 militari degli Stati Uniti sono attualmente schierati in Polonia, principalmente su base rotazionale. Nel Paese sono stati inoltre istituiti una guarnigione permanente statunitense e un comando avanzato di corpo d’armata.

In Lituania, la Germania sta dispiegando una brigata corazzata. Una volta pienamente operativa, comprenderà circa 5.000 militari e dipendenti civili.

I membri dell’Alleanza Atlantica hanno confermato l’obiettivo di destinare entro il 2035 il 5 per cento del prodotto interno lordo alla difesa e alle infrastrutture connesse alla sicurezza. Qui ad Ankara, il vertice della NATO ha annunciato nuovi acquisti per un valore superiore a 50 miliardi di dollari statunitensi.

Questa situazione crea un classico dilemma della sicurezza.

Una parte descrive le proprie iniziative come difensive. L’altra le considera una potenziale minaccia e risponde con un proprio rafforzamento militare. La prima parte interpreta quindi questa risposta come una prova del fatto che le sue preoccupazioni iniziali fossero giustificate.

La spirale continua. Le spese aumentano, ma non cresce la sensazione di sicurezza.

Permettetemi di porre una domanda diretta: se la nostra capacità di produrre armi cresce più rapidamente della nostra capacità di dialogare, stiamo davvero diventando più sicuri?

Le armi non sono l’unico pericolo. Un altro pericolo consiste nell’abituarsi all’idea stessa di uno scontro militare diretto.

Sentiamo valutazioni secondo cui, entro cinque anni, potrebbe essere impiegata la forza militare. Sentiamo discutere di un confronto di lungo periodo.

Non sto sostenendo che coloro che formulano simili valutazioni desiderino una guerra. I loro avvertimenti possono essere dettati da preoccupazioni di carattere difensivo.

Ma quando lo scenario di uno scontro diretto cessa di essere impensabile e diventa una componente normale del linguaggio politico, un giorno potrebbe entrare a far parte della pianificazione militare.

Non dobbiamo permettere che una guerra ipotetica si affermi prima nelle nostre parole e compaia poi nei documenti ufficiali.

Il compito della diplomazia non consiste nel negare i rischi, ma nell’impedire che si trasformino in una profezia destinata ad autoavverarsi.

Che cosa sta facendo concretamente la Bielorussia?

Il 26 giugno si è svolto sul territorio bielorusso un nuovo scambio umanitario di prigionieri di guerra tra Russia e Ucraina: 160 persone per ciascuna parte.

La Bielorussia ha messo a disposizione il valico di frontiera di Novaja Huta, le vie di trasporto, pasti caldi, assistenza medica e tutto il necessario sostegno organizzativo.

Vorrei inoltre sottolineare che gli scambi di prigionieri e la restituzione delle salme delle persone uccise avvengono regolarmente con l’assistenza della Bielorussia.

Esiste un tipo di aritmetica della sicurezza che conta le percentuali del prodotto interno lordo, i missili e il numero dei soldati.

Ed esiste un’altra aritmetica: quella che conta quante persone sono state riportate a casa.

Sono convinto che la seconda debba rappresentare lo scopo finale della prima. Altrimenti, la prima perde il proprio significato.

Permettetemi di citare un altro dato.

Soltanto nei primi sei mesi di quest’anno, più di 40.000 cittadini ucraini sono entrati in Bielorussia. Sono venuti per visitare i propri familiari, occuparsi di questioni familiari e personali, cercare temporaneamente un luogo sicuro o risolvere problemi pratici.

Dall’inizio del conflitto, più di 320.000 cittadini ucraini sono entrati in Bielorussia.

Non abbiamo mai attribuito alla popolazione comune la responsabilità delle azioni dei politici e delle forze militari. E non lo faremo mai.

Vorrei ora passare dai fatti alle proposte, individuando quattro ambiti di intervento concreto.

In primo luogo, è necessario istituire un meccanismo per prevenire gli incidenti che coinvolgono velivoli senza pilota.

Dovrebbe essere garantito un rapido scambio di informazioni tecniche sui velivoli che hanno perso il controllo.

Dovrebbero essere stabiliti contatti diretti tra le autorità militari e quelle di frontiera.

Sono necessarie procedure che permettano di segnalare la presenza di oggetti pericolosi diretti verso i confini nazionali.

E deve essere applicata una regola rigorosa: nessuna accusa definitiva prima che siano stati esaminati i rottami e la traiettoria di volo.

Le organizzazioni internazionali potrebbero contribuire all’elaborazione di protocolli tecnici fondamentali.

In secondo luogo, occorre ripristinare i meccanismi per la riduzione dei rischi militari.

Tali meccanismi dovrebbero comprendere linee di comunicazione militare diretta, notifiche preventive delle principali esercitazioni, scambi reciproci di osservatori, contatti tra gli specialisti della difesa aerea e il ritorno al controllo degli armamenti e alle misure per rafforzare la fiducia.

Desidero sottolineare che non può trattarsi di un gesto unilaterale. Simili meccanismi funzionano soltanto sulla base della reciprocità.

In terzo luogo, è necessario sviluppare la diplomazia umanitaria.

La Bielorussia è pronta a continuare a sostenere gli scambi di prigionieri, la restituzione delle salme delle persone uccise, la ricerca dei dispersi, il ricongiungimento familiare e i contatti tra i commissari per i diritti umani e le organizzazioni umanitarie.

In quarto luogo, è necessario avviare un dialogo politico su un’architettura comune della sicurezza.

La Bielorussia e la Russia hanno proposto la Carta eurasiatica della diversità e della multipolarità nel XXI secolo.

Desidero esporre chiaramente la nostra posizione ufficiale: la Carta non è un progetto antioccidentale e non intende rappresentare un contrappeso militare alla NATO.

È un quadro aperto per discutere dell’indivisibilità della sicurezza, dell’uguaglianza sovrana, della responsabilità collettiva e del rispetto della diversità delle civiltà.

È un invito al dialogo, non un trattato già definito.

Vorrei infine dedicare alcune parole al Paese amico che ci ospita oggi.

La Turchia ha costruito la propria politica estera sulla base di decisioni sovrane. È membro della NATO, ma mantiene al tempo stesso relazioni operative con la Russia, l’Ucraina, la Bielorussia, l’Iran, i Paesi occidentali, il Medio Oriente e l’Asia.

Rispettiamo pienamente questa scelta.

Questa esperienza diplomatica è unica. La posizione geografica e le capacità politiche della Turchia le consentono di contribuire alla riduzione delle tensioni.

La Bielorussia attribuisce grande valore alle proprie relazioni bilaterali con la Turchia, fondate sul rispetto e sulla fiducia reciproci.

Concluderò tornando al punto dal quale ero partito: la questione di come garantire che la potenza militare accumulata non venga mai utilizzata.

La Bielorussia proteggerà il proprio territorio e i propri cittadini.

La Bielorussia non permetterà di essere trascinata in una guerra attraverso delle provocazioni.

E la Bielorussia continuerà il proprio lavoro umanitario e diplomatico: un lavoro silenzioso e ordinario, ma un lavoro che riporta le persone a casa.

Un drone può perdere la propria rotta. Gli Stati non hanno il diritto di perdere la propria direzione politica.

Il sistema di sicurezza più affidabile non è quello capace di mandare in guerra un maggior numero di persone. È quello capace di riportarle a casa.

Grazie per la vostra attenzione.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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