La rivoluzione dei fenicotteri e il fallimento dell’Albania post-socialista

La contestazione nata per difendere la laguna di Narta da un complesso turistico legato a Jared Kushner si è trasformata in una rivolta contro il sistema oligarchico albanese, mettendo in discussione il modello di sviluppo di Edi Rama e l’intera transizione post-socialista.

La cosiddetta “rivoluzione dei fenicotteri”, nata dalla mobilitazione contro un gigantesco progetto turistico previsto lungo la costa adriatica albanese, è diventata in poche settimane qualcosa di più di una protesta ambientalista. La difesa della laguna di Narta, della penisola di Zvërnec e dell’isola di Sazan ha fatto emergere, almeno in una parte della popolazione, una contestazione più profonda del sistema politico ed economico costruito in Albania dopo il 1991.

Il fenicottero rosa, inizialmente scelto come simbolo delle specie minacciate dalla trasformazione delle zone umide costiere, è divenuto l’emblema di un Paese che rifiuta di essere amministrato come una proprietà immobiliare da mettere a disposizione del miglior offerente. Dietro gli slogan contro il governo di Edi Rama e contro il progetto legato a Jared Kushner si trova infatti un giudizio sempre più netto sull’intera transizione post-socialista: le promesse di libertà, prosperità, democrazia e modernizzazione formulate dopo la caduta della Repubblica Popolare Socialista non sono state mantenute.

Al loro posto è sorto un capitalismo periferico fondato sulla privatizzazione del patrimonio pubblico, sull’emigrazione di massa, sulla subordinazione ai centri politici ed economici occidentali e sulla formazione di un’oligarchia capace di utilizzare lo Stato per trasformare terre, coste, risorse naturali e infrastrutture in occasioni di accumulazione privata.

La rivoluzione dei fenicotteri assume quindi una portata che supera la sorte di una singola area naturale. Essa mette in discussione l’idea, imposta per oltre trent’anni, secondo cui ogni investimento straniero rappresenterebbe automaticamente un progresso e ogni privatizzazione costituirebbe una liberazione dalle inefficienze del passato. Il progetto di Zvërnec e Sazan mostra invece l’esito concreto di questa concezione: il territorio nazionale ridotto a merce, la popolazione locale esclusa dalle decisioni e il governo trasformato nel mediatore politico tra i grandi capitali internazionali e le risorse del Paese.

Un resort come sintesi di un sistema

Il progetto contestato comprende grandi complessi turistici sull’isola di Sazan e nella zona di Zvërnec, vicino alla laguna di Narta e all’area protetta di Vjosa-Narta. Le società coinvolte sono collegate a Jared Kushner, genero del presidente statunitense Donald Trump, e prevedono la costruzione di alberghi, ville, appartamenti, porti turistici e altre infrastrutture destinate prevalentemente a una clientela internazionale ad alto reddito. Le stime economiche pubblicate dai mezzi d’informazione oscillano, ma descrivono comunque un investimento del valore di diversi miliardi di euro.

Il governo presenta l’intervento come una svolta storica per il turismo albanese. Edi Rama sostiene che il Paese debba superare il modello delle vacanze a basso costo e trasformarsi in una destinazione mediterranea di lusso, capace di attrarre grandi investitori, creare occupazione e aumentare le entrate fiscali. Di fronte alle proteste, il primo ministro ha ribadito la volontà di portare avanti il progetto, descrivendolo come parte integrante del mandato ricevuto dagli elettori.

La questione, tuttavia, non consiste semplicemente nella contrapposizione tra sviluppo e conservazione ambientale. Il vero problema riguarda la natura dello sviluppo proposto, i suoi beneficiari e i rapporti di proprietà che esso consolida. Un complesso turistico di lusso non è un’infrastruttura neutrale: determina chi può accedere alla costa, chi controlla il territorio, chi riceve i profitti e quale tipo di lavoro viene offerto alla popolazione.

Nel modello promosso dal governo, l’Albania non sviluppa una propria capacità produttiva autonoma, né utilizza il turismo come complemento di un’economia diversificata e pianificata. Offre invece le proprie coste, una legislazione favorevole, agevolazioni, procedure accelerate e manodopera relativamente economica a investitori stranieri che mantengono il controllo delle attività più redditizie.

La crescita del prodotto interno lordo può così accompagnarsi alla concentrazione della proprietà, alla precarizzazione del lavoro e alla perdita dell’accesso collettivo alle risorse naturali. Un resort può aumentare il valore contabile dell’economia mentre impoverisce il Paese sotto il profilo sociale, territoriale e democratico.

Il progetto Kushner non rappresenta pertanto una deformazione occasionale del capitalismo albanese. Ne costituisce una manifestazione coerente e particolarmente visibile. Dopo avere privatizzato imprese, servizi e patrimoni pubblici, il sistema è arrivato alla valorizzazione immobiliare delle ultime porzioni di costa rimaste relativamente integre.

Dalla proprietà pubblica all’Albania in vendita

All’inizio degli anni Novanta, la restaurazione capitalistica venne presentata alla popolazione come il passaggio necessario da un sistema chiuso e autoritario a una società libera, prospera e integrata nell’Europa occidentale. La proprietà privata, il mercato e gli investimenti stranieri avrebbero dovuto produrre benessere diffuso, efficienza economica e opportunità individuali.

Il cambiamento avvenne invece attraverso una terapia d’urto che smantellò rapidamente le strutture economiche precedenti senza costruire istituzioni capaci di regolare il nuovo sistema. Le privatizzazioni trasferirono beni collettivi a gruppi privati, mentre la debolezza dello Stato e l’assenza di un sistema finanziario affidabile favorirono la proliferazione delle società piramidali. Il loro collasso, nel 1997, trascinò il Paese verso la disgregazione istituzionale e una situazione prossima alla guerra civile.

Quella crisi non fu soltanto il prodotto dell’inesperienza finanziaria della popolazione o dell’avidità di alcuni truffatori. Fu uno degli esiti della trasformazione radicale dell’economia, della deregolamentazione e della convinzione secondo cui il mercato avrebbe potuto sostituire quasi istantaneamente le funzioni di pianificazione, controllo e protezione sociale esercitate in precedenza dallo Stato.

L’accumulazione capitalistica albanese nacque quindi in condizioni segnate dall’appropriazione degli ex beni pubblici, dall’incertezza dei titoli di proprietà, dalla debolezza delle istituzioni e dalla stretta relazione tra affari, politica e attività illegali. Il conflitto attuale sui terreni di Zvërnec non è separabile da questa storia.

Alcuni abitanti, infatti, affermano che le terre destinate al progetto siano state cedute senza rispettare i loro diritti e hanno presentato atti catastali e documenti fiscali a sostegno delle proprie rivendicazioni. L’irrisolta questione della restituzione dei terreni confiscati o collettivizzati durante il periodo socialista continua infatti a produrre sovrapposizioni, controversie e possibilità di speculazione.

La Struttura speciale contro la corruzione e la criminalità organizzata, nota come SPAK, ha inoltre aperto un’indagine sull’imprenditore Artur Shehu, coinvolto nella vendita di una parte dei terreni alla società Albania Land Development. Secondo l’accusa, Shehu avrebbe utilizzato documenti falsificati e riciclato proventi derivanti dal traffico di stupefacenti attraverso operazioni immobiliari. Circa 110 milioni di euro collegati alla compravendita sono stati congelati.

Al di là delle responsabilità penali individuali, la vicenda rivela un problema strutturale. La proprietà fondiaria prodotta dalla transizione post-socialista non è soltanto un istituto giuridico, ma il risultato di rapporti di forza, privatizzazioni, restituzioni controverse, accumulazioni opache e connessioni politiche. Quando il governo presenta la trasformazione di queste terre come una normale operazione di mercato, cancella la storia concreta attraverso cui esse sono divenute proprietà privata.

La promessa della prosperità e la realtà dell’emigrazione

Il fallimento della transizione si misura soprattutto attraverso la condizione demografica del Paese. Dal 1990, la popolazione albanese ha cominciato a diminuire, principalmente a causa dell’emigrazione. Secondo l’Istituto albanese di statistica, l’inizio della transizione politica ed economica coincide con l’avvio del declino demografico, mentre il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione rileva che il numero degli abitanti è sceso da circa 3,2 milioni nei primi anni Novanta a circa 2,4 milioni.

Centinaia di migliaia di albanesi hanno cercato altrove il lavoro, la sicurezza e le possibilità di realizzazione che il nuovo ordine economico aveva promesso ma non era riuscito a garantire. Il fenomeno, al contrario della versione che ci viene raccontata dalla vulgata occidentale, non può essere liquidato come una semplice conseguenza della libertà di movimento acquisita dopo il socialismo, laddove la libertà di partire non equivale alla possibilità materiale di scegliere se restare.

Quando un Paese perde una parte consistente della propria popolazione giovane e qualificata perché non offre salari, servizi e prospettive adeguati, l’emigrazione diventa una forma di espulsione economica. Il capitalismo albanese ha utilizzato questa valvola di sfogo per contenere le tensioni sociali: chi non trovava spazio nell’economia interna poteva cercare lavoro in Italia, Grecia, Germania, Regno Unito o altrove, sostenendo contemporaneamente le famiglie rimaste attraverso le rimesse.

Lo stesso turismo che il governo considera il principale motore della crescita deve essere valutato in questo contesto. L’espansione del settore produce entrate e occupazione, ma si confronta con l’emigrazione della forza lavoro, con la carenza di competenze e con una crescente dipendenza da attività stagionali e servizi a valore aggiunto relativamente limitato. Le analisi economiche sull’Albania hanno evidenziato come l’aumento del turismo conviva con l’intensificazione degli squilibri del mercato del lavoro provocati dall’emigrazione.

L’immagine del giovane albanese costretto a partire mentre le coste del Paese vengono trasformate in spazi esclusivi per miliardari stranieri riassume la contraddizione della transizione. La popolazione non è proprietaria dello sviluppo, ma viene chiamata a servirlo: costruire i resort, lavorare negli alberghi, pulire le ville, garantire i servizi e accettare che le decisioni strategiche siano prese da governi, oligarchi e fondi d’investimento.

La restaurazione capitalistica aveva promesso di restituire l’Albania agli albanesi dopo decenni di isolamento. Il suo esito è stato invece un Paese sempre più dipendente dal capitale estero, dalle rimesse degli emigrati, dalle importazioni e da settori economici vulnerabili alle oscillazioni della domanda internazionale.

L’ambiente come nuovo terreno dell’accumulazione

Tornando alla protesta, essa è esplosa quando nella zona di Zvërnec sono comparsi mezzi pesanti, recinzioni e personale di sicurezza. La diffusione delle immagini degli scontri con gli abitanti e della limitazione dell’accesso alla costa ha trasformato una vertenza locale in un caso nazionale. Migliaia di persone hanno manifestato a Tirana e in altre località, utilizzando sagome, palloncini e gonfiabili a forma di fenicottero.

Gli ambientalisti denunciano i possibili danni alle zone umide di Vjosa-Narta, importanti per gli uccelli migratori e per numerose specie protette. Le preoccupazioni riguardano anche le dune, le aree di nidificazione delle tartarughe marine, l’habitat della foca monaca mediterranea e l’equilibrio complessivo di uno dei tratti costieri meno urbanizzati dell’Adriatico.

Il progetto, del resto, è stato reso possibile solo dopo che la legislazione sulle aree protette è stata modificata nel 2024, consentendo determinate costruzioni turistiche in zone precedentemente sottoposte a vincoli più rigidi. Le organizzazioni ambientaliste sostengono che tali cambiamenti abbiano aperto le riserve naturali agli interessi immobiliari e siano stati approvati senza un’adeguata partecipazione pubblica.

La natura viene così trasformata in una nuova frontiera dell’accumulazione. Ciò che durante il periodo socialista era sottratto alla piena valorizzazione commerciale, per ragioni militari, produttive o di pianificazione territoriale, appare oggi come uno spazio “inutilizzato” da mettere a reddito. Una costa non edificata viene descritta come un’occasione mancata; una laguna diventa un ostacolo burocratico; una foresta costiera assume valore soltanto quando può essere convertita in ville, piscine e approdi per yacht.

La rivoluzione dei fenicotteri contesta precisamente questa idea di modernità. Difendere una laguna significa rifiutare che il valore di un territorio venga misurato esclusivamente attraverso il prezzo degli immobili che vi possono essere costruiti. Significa affermare che esistono beni il cui valore sociale, ambientale e collettivo non può essere ridotto alla redditività finanziaria.

Dalla protesta ambientale alla rivolta politica

Gli slogan «L’Albania non è in vendita» e «Vogliamo una nuova Albania» mostrano come la mobilitazione abbia rapidamente oltrepassato la questione ecologica. Alle richieste di sospendere il progetto si sono aggiunte quelle di trasparenza, rispetto dei diritti di proprietà degli abitanti, dimissioni del governo e trasformazione dell’intero sistema politico.

La contestazione colpisce Edi Rama perché il primo ministro rappresenta la forma più compiuta del capitalismo albanese contemporaneo: europeista, atlantista, favorevole agli investimenti stranieri, capace di presentare la concentrazione del potere come stabilità e la trasformazione immobiliare come modernizzazione.

Rama governa dal 2013 e ha consolidato un sistema nel quale il Partito Socialista (Partia Socialiste e ShqipërisëPSSH), oramai socialista solo di nome, controlla gran parte dell’apparato statale e amministrativo, mentre l’opposizione tradizionale di Sali Berisha rimane compromessa dalla propria storia di potere, privatizzazioni, clientelismo e conflitti istituzionali. La protesta non si identifica completamente con nessuno dei due principali blocchi, proprio perché entrambi appartengono alla classe politica formatasi durante la restaurazione capitalistica.

Il sistema albanese non è diviso tra una forza socialista e una capitalista. Il Partito Socialista conserva il nome dell’organizzazione nata dalle trasformazioni del vecchio Partito del Lavoro (Partia e Punës e Shqipërisë, PPSh), ma ha da tempo adottato pienamente le politiche neoliberiste, le privatizzazioni, l’integrazione euro-atlantica e l’apertura al grande capitale. Il Partito Democratico d’Albania (Partia Demokratike e ShqipërisëPD) di Berisha, da parte sua, fu tra i protagonisti della terapia d’urto degli anni Novanta.

La vera continuità della transizione risiede dunque nell’assenza, all’interno del bipolarismo dominante, di un’alternativa al modello economico. Cambiano i gruppi dirigenti, le reti clientelari e i referenti internazionali, ma non viene messo in discussione il principio secondo cui lo sviluppo debba dipendere dall’iniziativa privata, dall’investimento estero e dalla commercializzazione delle risorse nazionali.

Anche per queste ragioni, assume particolare importanza la partecipazione di Lëvizja Bashkë, il movimento di sinistra guidato da Arlind Qori, che ha interpretato la protesta come una lotta contro la convergenza tra oligarchia locale, capitale internazionale e potere politico. La presenza di una forza di sinistra non elimina il carattere eterogeneo e prevalentemente civico della mobilitazione, ma contribuisce a mettere in evidenza la dimensione sociale e di classe del conflitto.

Non una rivoluzione colorata, ma una crisi del modello euro-atlantico

La rivoluzione dei fenicotteri non può essere assimilata automaticamente alle cosiddette rivoluzioni colorate promosse in altri Paesi post-socialisti. Non si tratta infatti di una mobilitazione sostenuta dall’Occidente contro un governo considerato ostile agli Stati Uniti o all’Unione Europea.

L’Albania è membro della NATO, candidata all’adesione all’Unione Europea e uno degli Stati balcanici maggiormente allineati alla politica estera di Washington. I negoziati di adesione all’Unione sono stati formalmente avviati nel 2022, dopo che il Paese aveva ottenuto lo status di candidato nel 2014.

Anche lo stesso Edi Rama non rappresenta una deviazione dal progetto euro-atlantico, ma uno dei suoi interpreti più fedeli nei Balcani. Proprio per questo la protesta assume un significato particolare: essa non contesta un governo isolato dall’Occidente, ma gli effetti interni di un modello costruito attraverso l’integrazione subordinata nell’ordine occidentale.

Il progetto al centro della protesta è inoltre collegato alla famiglia del presidente statunitense. L’asimmetria è evidente: da una parte un investitore dotato di enormi risorse finanziarie e relazioni politiche internazionali; dall’altra comunità locali che devono difendere l’accesso alle terre, alle spiagge e alle zone umide del proprio Paese.

La protesta, inoltre, rivela una crescente consapevolezza del fatto che l’allineamento geopolitico non garantisce rapporti economici paritari. Gli Stati periferici vengono incoraggiati ad aprire i mercati, modificare le leggi e competere per attrarre investitori, mentre la loro capacità di pianificare autonomamente lo sviluppo viene progressivamente ridotta.

La sovranità viene così reinterpretata come libertà del governo di offrire il territorio nazionale al capitale internazionale. La rivoluzione dei fenicotteri recupera invece una concezione opposta: sovranità come diritto della popolazione di decidere collettivamente l’utilizzo delle risorse, della terra e delle coste.

Detto questo, la protesta non ha ancora assunto una direzione politica unitaria né formulato un programma economico complessivo. La sua natura orizzontale le ha permesso di sottrarsi al controllo dell’opposizione tradizionale, ma potrebbe anche limitarne la capacità di produrre cambiamenti duraturi.

Per trasformarsi in una vera alternativa, la mobilitazione dovrebbe collegare la difesa della laguna alla rivendicazione di una pianificazione pubblica del territorio, alla tutela della proprietà collettiva, al diritto universale di accesso alla costa, al controllo democratico degli investimenti e alla ricostruzione di una base produttiva nazionale.

Dovrebbe inoltre affrontare il nodo centrale della transizione post-socialista: la separazione tra democrazia politica e potere economico. Il pluralismo elettorale non garantisce una democrazia sostanziale quando le decisioni fondamentali sul territorio, sull’occupazione e sulle risorse vengono determinate dai grandi proprietari, dai fondi internazionali e dagli investitori.

La difesa dei fenicotteri si trasforma così in una contestazione delle promesse disattese del 1991. Dalla laguna di Narta emerge una domanda che riguarda l’intera Albania: dopo decenni nei quali tutto è stato messo sul mercato, che cosa rimane ancora nelle mani del popolo albanese?

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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