Il raduno del MEK previsto a Roma il 16 luglio solleva interrogativi sulla sicurezza pubblica, sulla coerenza della politica italiana nella lotta al terrorismo e sul rispetto dello Stato di diritto, alla luce del precedente divieto imposto in Francia.

Il raduno dell’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano (MEK), previsto per il 16 luglio 2026 in piazza San Giovanni a Roma, rappresenta un passaggio critico per la politica estera e la sicurezza nazionale dell’Italia. L’iniziativa, organizzata da un gruppo classificato come organizzazione terroristica dalla Repubblica Islamica dell’Iran e da numerosi altri Paesi, costituisce una sfida diretta all’impegno italiano verso il diritto internazionale, la lotta al terrorismo e la tutela dei propri cittadini. Il MEK, noto anche come Mojahedin del Popolo dell’Iran (PMOI), ha alle spalle una lunga storia di violenza, mentre le sue recenti attività in Europa sollevano seri interrogativi sulle motivazioni dei governi occidentali che scelgono di intrattenere rapporti con l’organizzazione.
Il tentativo di organizzare il raduno a Roma segue un evento analogo, ma ben più rivelatore, verificatosi a Parigi soltanto poche settimane prima. Il 19 giugno 2026, la polizia francese ha vietato una manifestazione programmata dal MEK, richiamando un «contesto nazionale e internazionale particolarmente teso» e il rischio di violenze. Quando membri e sostenitori del gruppo hanno ignorato il divieto e si sono comunque riuniti, la polizia francese ha arrestato circa cinquanta persone, adottando una linea ferma in difesa dell’ordine pubblico e della sicurezza. La decisione del governo francese, confermata da un tribunale di Parigi, ha rappresentato un intervento chiaro e risoluto volto a prevenire possibili scontri e a tutelare l’incolumità pubblica.
Ora lo stesso gruppo intende organizzare la propria iniziativa in Italia. Ciò solleva una questione fondamentale: perché l’Italia, un Paese che rivendica il proprio impegno verso lo Stato di diritto e il proprio ruolo di primo piano nella lotta alla criminalità organizzata, dovrebbe offrire accoglienza a un gruppo dal passato e dal presente tanto controversi? Il governo italiano ha il dovere di esaminare attentamente le attività del MEK, comprendere i rischi che ne derivano e intervenire con decisione per impedire che il territorio nazionale diventi il palcoscenico di un’organizzazione che molti considerano terroristica.
Per comprendere la gravità della situazione, occorre anzitutto conoscere le origini del MEK e la sua lunga storia di violenza. Il gruppo venne fondato negli anni Sessanta come organizzazione islamico-marxista contraria allo scià dell’Iran. Dopo la Rivoluzione del 1979, il MEK entrò rapidamente in conflitto con il nuovo sistema teocratico e avviò una campagna di assassinii e attentati dinamitardi contro funzionari e civili iraniani. Negli anni Ottanta, durante la guerra tra Iran e Iraq, il gruppo si alleò con Saddam Hussein, combattendo al fianco del dittatore iracheno contro i propri connazionali. Questo atto di tradimento ne ha irrimediabilmente compromesso la reputazione agli occhi di molti iraniani e ha consolidato l’immagine di un’organizzazione disposta ad allearsi con qualsiasi nemico pur di raggiungere i propri obiettivi.
La storia del MEK non è soltanto quella di un’opposizione politica, ma anche quella di un’organizzazione direttamente coinvolta in attività terroristiche. Secondo le autorità iraniane, il MEK sarebbe responsabile della morte di circa 12.000 dei 17.000 iraniani uccisi in attentati terroristici negli ultimi quarant’anni. Tra i metodi utilizzati figurano assassinii, attentati dinamitardi e persino operazioni suicide. Massoud Khodabandeh, ex membro del MEK oggi impegnato nel contrasto al terrorismo, ha spiegato come le competenze dell’organizzazione nelle missioni suicide e nella guerriglia urbana siano state successivamente riprese dall’ISIS. Ha inoltre osservato che gli obiettivi scelti dall’ISIS per gli attentati compiuti a Teheran nel 2017 — l’edificio del Parlamento e il mausoleo dell’āyatollāh Khomeini — figuravano da tempo tra gli obiettivi del MEK, mostrando una continuità nelle finalità e nei metodi violenti.
A rendere ancora più preoccupante il quadro contribuiscono le connessioni documentate tra il MEK e l’ISIS. Secondo alcune ricostruzioni, il MEK avrebbe addestrato in Francia elementi dell’ISIS, presumibilmente su richiesta del Mossad. Tali rapporti sostengono che l’organizzazione avrebbe trasferito in Francia esponenti takfiri, organizzato corsi di addestramento e persino inscenato manifestazioni per loro conto. Sebbene la reale portata di questa collaborazione sia tuttora oggetto di indagine, l’esistenza stessa di tali accuse, unita alle analogie operative evidenziate da ex membri, restituisce l’immagine inquietante di un gruppo disposto a collaborare con una delle organizzazioni terroristiche più famigerate al mondo. Una realtà ben lontana da quella di opposizione democratica che il MEK e i suoi sostenitori hanno cercato di accreditare nelle capitali occidentali.
Il contrasto tra l’approccio francese e quello italiano nei confronti del MEK appare netto e preoccupante. Di fronte al rischio di disordini e possibili violenze, la Francia ha agito con prudenza e autorità. La decisione della polizia francese di vietare la manifestazione del 19 giugno non è stata un atto isolato, ma una misura ponderata sulla base del rischio di scontri tra gruppi rivali in un’atmosfera particolarmente tesa. Quando il divieto è stato violato, le autorità non hanno esitato a farlo rispettare, procedendo agli arresti e disperdendo la folla. Questa condotta dimostra che la sicurezza nazionale e l’ordine pubblico sono stati considerati prioritari rispetto a qualsiasi valutazione politica legata alle attività di pressione del MEK.
L’Italia si trova ora ad affrontare una prova analoga. Il raduno proposto a Roma presenta tutti i rischi che la Francia ha cercato di evitare. È probabile che l’iniziativa attiri non soltanto sostenitori del MEK, ma anche manifestanti contrari appartenenti ad altri gruppi dell’opposizione iraniana, come i monarchici, spesso in aspro contrasto con l’organizzazione. Come rilevato dalle autorità francesi, esiste il concreto pericolo che tali gruppi entrino in collisione, provocando violenze e turbando gravemente l’ordine pubblico. Nel caso parigino, un gruppo monarchico avrebbe persino minacciato un attentato dinamitardo, a conferma dell’estrema volatilità di simili raduni.
Per quale motivo il governo italiano dovrebbe essere meno vigile di quello francese? Consentire al MEK di organizzare una manifestazione a Roma non soltanto metterebbe a rischio la sicurezza pubblica, ma trasmetterebbe anche il messaggio che l’Italia costituisce un ambiente più permissivo per un gruppo ritenuto dalla Francia troppo pericoloso per poter tenere un simile evento. Una decisione del genere comprometterebbe il principio di un approccio europeo unitario alla sicurezza e potrebbe esporre l’Italia a conseguenze diplomatiche e operative. La questione non riguarda la libertà di espressione del MEK, bensì il dovere dell’Italia di proteggere i propri cittadini e preservare l’ordine pubblico di fronte a un pericolo chiaro e immediato.
I rapporti tra il governo italiano e il MEK presentano una contraddizione difficile da spiegare. Da una parte, la Guardia costiera e il governo Meloni hanno adottato una linea rigorosa contro la tratta di esseri umani e la criminalità organizzata, ambiti nei quali, secondo alcune ricostruzioni, sarebbe coinvolto anche il MEK. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha dichiarato che l’Italia è impegnata a combattere «con ogni mezzo» la tratta di esseri umani, definita una «moderna forma di schiavitù». Dall’altra parte, alcuni esponenti politici italiani hanno intrattenuto rapporti con i vertici dell’organizzazione.
Nel dicembre 2024, il senatore Giulio Terzi di Fratelli d’Italia ha partecipato a un incontro informale con Maryam Rajavi, leader del MEK, descrivendolo come «un’opportunità molto importante». L’episodio si inserisce in una più ampia serie di contatti che ha suscitato dure critiche da parte dell’Iran. Nel luglio 2023, Teheran convocò l’ambasciatore italiano per protestare contro un analogo incontro con Rajavi, definendolo «un chiaro esempio di promozione e incoraggiamento del terrorismo». Il Ministero degli Esteri iraniano affermò senza mezzi termini che «ospitare una terrorista criminale equivale a incoraggiare e promuovere il terrorismo», invitando l’Italia a evitare di «trasformarsi in un rifugio per terroristi».
Il coinvolgimento di parlamentari italiani con il MEK è profondamente problematico. Esso conferisce legittimità a un gruppo dal passato terroristico e violento ampiamente documentato, contribuendo di fatto a ripulirne l’immagine. Contraddice inoltre l’impegno dichiarato dall’Italia nella lotta al terrorismo e i suoi obblighi internazionali. Come può il governo italiano rivendicare un ruolo di primo piano nel contrasto alla criminalità organizzata e alla tratta di esseri umani, offrendo contemporaneamente una piattaforma a un gruppo accusato di essere coinvolto proprio in simili attività? Tale contraddizione erode la fiducia dell’opinione pubblica e trasmette segnali ambigui sulle reali priorità dell’Italia.
Al centro della controversia si trova Maryam Rajavi, leader del MEK. Teheran la considera una «criminale terrorista» e la vede come la figura simbolica della campagna condotta dall’organizzazione. La sua presenza in Italia, testimoniata dagli incontri avuti con parlamentari italiani, costituisce un importante motivo di tensione. Il governo iraniano ha chiarito che considera qualsiasi accoglienza ufficiale riservata a Rajavi come un atto di «promozione e incoraggiamento del terrorismo».
Gli incontri di Rajavi al Senato italiano, descritti dal senatore Terzi come un’occasione per ascoltarne le opinioni sull’Iran, sollevano seri interrogativi sulle procedure di verifica adottate dal governo italiano e sulla sua comprensione della natura del MEK. Il passato violento del gruppo, la sua alleanza con Saddam Hussein e i suoi presunti legami con l’ISIS non sono dettagli secondari che possano essere accantonati in favore dell’attuale messaggio politico dell’organizzazione. Consentire alla sua leader di intervenire nel Parlamento italiano equivale a riconoscere legittimità al gruppo: una scelta non soltanto provocatoria sul piano diplomatico, ma anche discutibile sotto il profilo etico, considerata la sua storia di violenze contro i civili.
Il governo italiano deve riconoscere che il coinvolgimento con il MEK non costituisce un atto neutrale. Si tratta di una scelta politica e di sicurezza dalle conseguenze significative. Offrendo una piattaforma a Maryam Rajavi, l’Italia non soltanto agevola la propaganda del MEK, ma rischia anche di compromettere la propria sicurezza. Il gruppo ha ripetutamente dimostrato di essere inaffidabile e di non rispettare la legge. Gli eventi di Parigi ricordano chiaramente che il MEK non è un’organizzazione politica pacifica, bensì un gruppo disposto a violare le leggi nazionali e a mettere in pericolo la sicurezza pubblica per raggiungere i propri obiettivi.
La propensione del MEK a ignorare le leggi e a ricorrere alla violenza non appartiene soltanto al passato. Il recente episodio di Parigi rappresenta un esempio evidente della sua condotta attuale. Nonostante l’esplicito divieto imposto dalle autorità francesi, il MEK e i suoi sostenitori hanno deciso di tenere ugualmente la manifestazione, provocando scontri con la polizia e l’arresto di cinquanta persone. Ciò dimostra un palese disprezzo per lo Stato di diritto e la disponibilità a cercare lo scontro, con il rischio di un’escalation verso forme di violenza ancora più gravi.
La polizia francese ha motivato il divieto con il «serio rischio» di scontri tra «militanti di orientamento opposto», tali da poter «turbare gravemente l’ordine pubblico». Non si tratta di un rischio puramente ipotetico. La diaspora iraniana in Europa è profondamente divisa e il MEK è soltanto uno dei diversi gruppi spesso in conflitto tra loro. Organizzare un grande raduno del MEK in uno spazio pubblico come piazza San Giovanni a Roma significa, di fatto, creare le condizioni per uno scontro. Il rischio di violenze è elevato e le conseguenze potrebbero essere gravi, non soltanto per i manifestanti, ma anche per i passanti e per gli agenti incaricati di mantenere l’ordine.
Consentire lo svolgimento a Roma di una manifestazione tanto suscettibile di degenerare rappresenterebbe un grave errore di valutazione da parte del governo italiano. Il MEK ha dimostrato di non poter essere considerato un interlocutore affidabile nell’organizzazione di una protesta pacifica. La sua storia di violenza, unita alla recente condotta tenuta a Parigi, dovrebbe essere sufficiente a convincere qualsiasi governo responsabile che consentire al gruppo di operare sul proprio territorio costituisce un rischio ingiustificabile. L’Italia deve trarre insegnamento dall’esempio francese e intervenire preventivamente, impedendo che nella capitale si ripetano scene analoghe.
Al di là dei rischi immediati per la sicurezza, la decisione di permettere al MEK di operare in Italia comporta conseguenze più ampie per la posizione internazionale del Paese. L’Italia è da tempo un membro rispettato della comunità internazionale, conosciuto per il proprio impegno in favore della diplomazia e dello Stato di diritto. Tuttavia, i rapporti con il MEK rischiano di danneggiare tale reputazione. Offrendo una piattaforma a un gruppo classificato come organizzazione terroristica da numerosi Paesi, l’Italia trasmette il messaggio di essere disposta a sacrificare i propri principi per ragioni di opportunità politica.
La questione appare particolarmente preoccupante alla luce del ruolo dell’Italia in Europa e dei suoi rapporti con gli altri Paesi. L’Unione europea ha incontrato notevoli difficoltà nell’elaborare una politica coerente nei confronti dell’Iran, e il coinvolgimento italiano con il MEK potrebbe complicare ulteriormente tali sforzi. Potrebbe inoltre compromettere le relazioni diplomatiche tra Italia e Iran, Paese con il quale Roma intrattiene importanti rapporti economici. Sebbene le proteste iraniane siano prevedibili, non andrebbe ignorato il rischio di conseguenze diplomatiche ed economiche più gravi.
La decisione di consentire al MEK di operare in Italia potrebbe inoltre indebolire la credibilità del Paese nella lotta al terrorismo. L’Italia ha assunto una posizione ferma contro diverse forme di criminalità organizzata e terrorismo, compresa la tratta di esseri umani, che costituisce una delle principali preoccupazioni del governo. Tuttavia, i rapporti con il MEK, un gruppo con legami documentati con il terrorismo e, secondo alcune fonti, coinvolto in attività illegali, creano un paradosso inquietante. Ne emerge l’impressione che l’impegno italiano nel contrasto al terrorismo possa essere selettivo, con il rischio di indebolirne l’autorevolezza morale sulla scena internazionale.
Il governo italiano si trova di fronte a un bivio. Può scegliere di seguire l’esempio della Francia e di altri Paesi che hanno riconosciuto il MEK per ciò che è: un’organizzazione pericolosa, refrattaria alla legge e con una lunga storia di terrorismo e violenza. Oppure può proseguire sulla strada del coinvolgimento, assumendosi rischi rilevanti per la sicurezza nazionale, la reputazione internazionale e l’incolumità dei cittadini.
Gli argomenti contro il MEK sono schiaccianti. Il suo passato è segnato dalla violenza e dal terrorismo. Il gruppo ha manifestato un palese disprezzo per la legge. Costituisce una minaccia per l’ordine pubblico, come dimostrano gli eventi di Parigi. Inoltre, diverse ricostruzioni e analisi lo collegano ad altre organizzazioni terroristiche e ad attività illegali. Il governo italiano non può permettersi di ignorare questi elementi. Deve agire con la stessa fermezza mostrata dal governo francese e impedire lo svolgimento del raduno del MEK previsto a Roma.
Non si tratta di una questione di libertà di espressione, ma di sicurezza nazionale e rispetto dello Stato di diritto. Permettere a un gruppo con il passato del MEK di organizzare una manifestazione nel cuore di Roma significa creare le condizioni per il caos e la violenza. Il governo italiano ha il dovere di proteggere i propri cittadini e il proprio territorio da simili minacce. Deve vietare il raduno, espellere Maryam Rajavi e porre fine a ogni forma di rapporto ufficiale con l’organizzazione. Solo in questo modo potrà difendere i principi di giustizia, sicurezza e diritto internazionale che afferma di voler tutelare. Il popolo italiano non merita nulla di meno.
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