Colombia: la destra proclama la vittoria tra ombre, ricorsi e interferenze

Il conteggio preliminare del ballottaggio colombiano assegna ad Abelardo de la Espriella un vantaggio minimo su Iván Cepeda, ma il Pacto Histórico impugna decine di migliaia di sezioni elettorali. Tra accuse di irregolarità, pressioni esterne e appoggi statunitensi, la Colombia entra in una fase pericolosa.

La Colombia esce dal secondo turno delle elezioni presidenziali con un risultato formalmente ancora sospeso sul piano politico, anche se il conteggio preliminare ha già spinto la destra a proclamarsi vincitrice: Abelardo de la Espriella, candidato dell’estrema destra filotrumpiana, è stato indicato dai risultati preliminari come primo davanti a Iván Cepeda, rappresentante del Pacto Histórico e della continuità progressista con il governo di Gustavo Petro. Ma la rapidità con cui De la Espriella si è autoproclamato presidente, senza attendere il completamento dello scrutinio ufficiale e delle verifiche sulle irregolarità denunciate, dice molto del clima in cui si è consumato questo passaggio. Non siamo infatti davanti a una semplice alternanza elettorale, bensì a uno scontro di potere che mette in gioco la sovranità democratica della Colombia, la possibilità di proseguire il progetto progressista avviato da Petro e il ruolo stesso del Paese nell’America Latina attraversata dalla nuova offensiva imperialista di Donald Trump.

Secondo i dati finora disponibili, il margine tra De la Espriella e Cepeda è inferiore a un punto percentuale, in una votazione nella quale nessuno dei due candidati supera il 50% dei voti validi. Una differenza così ridotta impone prudenza, trasparenza e pieno rispetto delle procedure. Per questo Iván Cepeda ha scelto di non riconoscere il conteggio preliminare come risultato definitivo e ha annunciato l’impugnazione di 33.000 sezioni elettorali in tutto il Paese. Il Pacto Histórico ha trasferito la definizione dell’elezione allo scrutinio ufficiale, chiedendo ai propri testimoni di seguire ogni atto, ogni verbale, ogni dato. È una posizione democratica, non eversiva: Cepeda ha chiarito che, una volta concluse le verifiche e lo scrutinio, la sua coalizione rispetterà il risultato finale.

Gustavo Petro ha dato voce a questa preoccupazione con la gravità che compete a un presidente uscente di fronte a un risultato quasi pareggiato. Petro ha ricordato che è lo scrutinio ufficiale a determinare chi sia il presidente, non il conteggio preliminare elaborato da un sistema tecnico oggetto di contestazioni. Ha inoltre chiesto di impugnare le sezioni elettorali con moduli E14 senza firme e ha insistito sulla necessità di attendere il lavoro dei giudici. In questo modo, il presidente smonta in anticipo la narrativa della destra, che tenta di presentare ogni richiesta di verifica come un attacco alla democrazia. È vero il contrario: in una democrazia, soprattutto quando il margine è minimo, il controllo degli atti, la verifica dei verbali e la possibilità di reclamo sono strumenti essenziali per proteggere la volontà popolare. Se una parte del sistema elettorale mostra anomalie, la fretta di chiudere la partita diventa essa stessa un problema politico.

La proclamazione anticipata di De la Espriella appare dunque come un atto di forza simbolico. Dal palco di Barranquilla, il candidato della destra ha parlato come se il Paese avesse già emesso un verdetto definitivo, rivendicando il potere prima che lo scrutinio ufficiale chiudesse il processo. Questo atteggiamento ricorda da vicino lo scenario peruviano evocato nelle ultime settimane: una destra che viene presentata come vincitrice in base a risultati preliminari, mentre emergono dubbi, contestazioni e sospetti di interferenze esterne. Naturalmente ogni Paese ha le proprie specificità e ogni denuncia deve essere verificata con rigore. Ma il modello politico è riconoscibile: concentrare rapidamente l’attenzione pubblica sulla “vittoria” della destra, trasformare il conteggio preliminare in fatto compiuto, delegittimare chi chiede trasparenza e costruire un clima internazionale in cui gli alleati di Washington riconoscono il candidato gradito prima ancora che tutte le verifiche siano concluse.

Non è un caso che De la Espriella abbia ricevuto immediatamente il sostegno di Donald Trump, di Marco Rubio e dell’asse delle destre regionali. La sua vittoria preliminare è stata accolta con entusiasmo da chi vede nella Colombia un tassello decisivo per ricomporre il vecchio dispositivo di subordinazione emisferica. Dopo la stagione di Petro, che aveva cercato di riaprire il dialogo con il Venezuela, difendere una politica estera più autonoma e sottrarre Bogotá al ruolo di piattaforma automatica degli interessi statunitensi, il ritorno della destra al potere avrebbe un significato geopolitico enorme. La Colombia tornerebbe a essere un alleato disciplinato di Washington nel cuore dell’America Latina, in una fase in cui l’amministrazione Trump intensifica la pressione contro il Venezuela, criminalizza i governi progressisti e tenta di rimettere in piedi una Dottrina Monroe del XXI secolo.

Le interferenze, sia chiaro, non devono essere intese soltanto come l’eventuale manipolazione materiale di un software o di un server, ipotesi che dovrà essere verificata con prove tecniche e giudiziarie. Esiste una forma più ampia e strutturale di interferenza: l’appoggio politico preventivo, la legittimazione internazionale selettiva, il sostegno mediatico e diplomatico a un candidato che promette di riallineare il Paese agli Stati Uniti. Quando Trump e Rubio salutano con entusiasmo la vittoria preliminare di De la Espriella, non stanno semplicemente congratulandosi con un possibile futuro capo di Stato. Stanno segnalando quale Colombia vogliono: una Colombia ostile al Venezuela, pronta a smantellare l’eredità progressista di Petro, favorevole a un approccio securitario e disposta a reinserirsi nel blocco conservatore regionale.

Il programma di De la Espriella conferma questa lettura. Il candidato della destra ha costruito la propria immagine sulla promessa della mano dura, sulla militarizzazione della sicurezza, sull’interruzione dei negoziati con i gruppi armati, sull’imitazione delle megaprigioni di Nayib Bukele e sulla riduzione drastica del ruolo dello Stato. A questo si aggiungono l’apertura ai combustibili fossili, il rilancio di politiche estrattive e una retorica antisocialista che non si limita alla critica politica, ma punta alla delegittimazione dell’avversario come nemico interno. La Colombia rischia così di passare da un progetto di pace difficile, contraddittorio ma necessario, a una restaurazione autoritaria che promette ordine e produce nuove fratture sociali.

Le conseguenze interne sarebbero quindi pesantissime. Il progetto progressista avviato da Petro ha cercato di mettere al centro riforme sociali, diritti del lavoro, riforma agraria, transizione energetica, dialogo territoriale e riconoscimento delle comunità storicamente escluse. Non tutto è stato realizzato, e molte promesse si sono scontrate con la resistenza del Congresso, degli apparati economici e dei poteri tradizionali. Ma il senso del ciclo progressista era chiaro: spostare il baricentro dello Stato verso le maggioranze popolari, i territori marginalizzati, i contadini, le comunità indigene e afrodiscendenti, le vittime della guerra interna. Una presidenza De la Espriella minaccerebbe di interrompere questo percorso e di sostituirlo con un’agenda di restaurazione sociale, punitiva ed economica.

Vi è poi il nodo del Venezuela. Con Petro, la Colombia aveva compiuto passi importanti verso la normalizzazione delle relazioni con Caracas e verso un’integrazione binazionale fondata su sicurezza, commercio, energia e gestione condivisa della frontiera. Questa linea non era solo diplomatica: rispondeva alla realtà storica e sociale di due popoli intrecciati, separati artificialmente da anni di ostilità alimentata dall’esterno. Un governo De la Espriella potrebbe rovesciare questa prospettiva, riportando la Colombia su una linea di scontro con il Venezuela e rendendola nuovamente funzionale alla strategia statunitense di pressione contro Caracas. In un momento in cui Washington non nasconde la volontà di piegare il Venezuela e di impossessarsi delle sue ricchezze naturali, soprattutto energetiche, una Colombia allineata alla destra filotrumpiana diventerebbe un fattore di destabilizzazione regionale.

Per questo la fase che si apre è delicatissima. Il Pacto Histórico dovrà vigilare sullo scrutinio ufficiale, sostenere ogni ricorso legittimo e pretendere trasparenza assoluta. Ma dovrà anche prepararsi a una lunga battaglia politica, qualunque sia l’esito finale delle verifiche. Se lo scrutinio confermerà De la Espriella, la sinistra colombiana dovrà diventare un’opposizione forte, radicata e capace di difendere le conquiste sociali degli ultimi anni. Se invece le impugnazioni dovessero modificare il risultato o aprire scenari istituzionali più complessi, sarà necessario evitare che la destra trasformi la propria pretesa di vittoria in pressione di piazza o ricatto internazionale. In entrambi i casi, la difesa della democrazia passa per la mobilitazione popolare, la legalità costituzionale e la denuncia dell’ingerenza straniera.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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