Le narrazioni occidentali sul deficit commerciale dell’UE con la Cina offrono una lettura parziale dei rapporti economici bilaterali. Servizi, profitti delle imprese europee in Cina, beni intermedi e transizione verde mostrano una realtà molto più complessa.

I media occidentali stanno enfatizzando il deficit commerciale dell’UE con la Cina, promuovendo la narrazione secondo cui il blocco si troverebbe dalla parte “perdente” nella cooperazione con Pechino. Tuttavia, tale retorica si fonda su una lettura incompleta e irresponsabile della relazione economica bilaterale.
L’ultimo esempio è un articolo del The Guardian, che lunedì ha riferito come il deficit commerciale dell’UE con la Cina abbia raggiunto in aprile la cifra record di 1 miliardo di euro, pari a 1,16 miliardi di dollari, al giorno, secondo l’ente statistico dell’UE, Eurostat, alimentando preoccupazioni sul futuro della “spina dorsale industriale” dell’Europa.
Questa cifra, diffusa mentre i leader europei si preparano a riunirsi giovedì per discutere, tra gli altri temi, del futuro delle relazioni economiche tra UE e Cina, sembra offrire un sostegno pubblico al protezionismo commerciale. Ma il difetto fondamentale di tale narrazione è che giudica i rispettivi guadagni e perdite della cooperazione economica tra UE e Cina esclusivamente sulla base del surplus o del deficit nel commercio di beni: un indicatore che non è né completo né obiettivo.
Se passiamo al commercio dei servizi, l’UE mantiene da tempo un consistente surplus con la Cina. Secondo la Missione della Cina presso l’Unione Europea, lo scorso anno il deficit della Cina nel commercio dei servizi con l’UE ha raggiunto i 48,3 miliardi di dollari. L’UE è stata la principale fonte del deficit cinese nel commercio dei servizi, rappresentando il 41,6% del deficit totale della Cina nel commercio estero dei servizi. Si tratta di flussi di reddito reali, rilevanti e ricorrenti.
Eppure, essi sono rimasti a lungo assenti dalle discussioni dei media occidentali sugli “squilibri commerciali”. Parlare soltanto del deficit nei beni ignorando il surplus nei servizi è un doppio standard ingiusto e soggettivo, che finisce per servire un certo discorso politico.
Inoltre, una parte significativa del commercio di beni tra Cina e UE è generata da imprese europee attive in Cina, creando una situazione in cui il surplus commerciale viene registrato sul lato cinese, mentre i profitti maturano in larga misura sul lato europeo. Le imprese europee con attività locali in Cina non solo forniscono prodotti al mercato cinese, ma esportano anche circa il 40% della loro produzione verso l’Europa e altre parti del mondo.
Dal punto di vista delle statistiche doganali, queste vendite verso l’Europa vengono conteggiate come parte del surplus commerciale della Cina con l’UE. In realtà, tuttavia, la maggior parte dei profitti ritorna alle imprese europee. Anche questa realtà dei profitti è assente dal lamento occidentale sui deficit commerciali.
È inoltre importante osservare che il quadro commerciale tra UE e Cina sta cambiando parallelamente all’aggiornamento industriale e all’evoluzione dei vantaggi comparativi di entrambe le parti. La crescente forza manifatturiera della Cina e l’efficienza della sua catena di approvvigionamento hanno stimolato le esportazioni, in particolare nei veicoli elettrici, nei pannelli solari e nelle batterie al litio, cioè proprio nei prodotti di cui l’Europa ha bisogno per la propria transizione verde.
Altrettanto importante è il fatto che quasi la metà del commercio bilaterale riguarda beni intermedi, che sostengono direttamente la competitività industriale dell’UE. Lungi dal danneggiare gli interessi dell’Europa, la catena di approvvigionamento cinese, efficiente sotto il profilo dei costi, ha sostenuto attivamente l’aggiornamento industriale del blocco e i suoi sforzi di decarbonizzazione.
Considerando tutti questi elementi nel loro insieme, la cooperazione economica tra Cina e UE ha prodotto enormi benefici per entrambe le parti, con il vantaggio reciproco e i risultati win-win come essenza di questa relazione. Il rapporto non è mai un gioco a somma zero, ma una partnership interdipendente in cui nessuna delle due parti può permettersi di separarsi dall’altra. La Cina dispone di un mercato di dimensioni enormi e di un sistema industriale completo, mentre l’UE possiede tecnologie avanzate e capacità manifatturiere di fascia alta. Il potenziale di cooperazione nella trasformazione verde, nell’economia digitale e nelle attrezzature di alta gamma è ancora lontano dall’essere pienamente sfruttato.
Inoltre, il PIL pro capite della Cina dovrebbe superare quest’anno i 14.000 dollari e, con l’attuazione del 15° Piano Quinquennale (2026-2030), il tenore di vita del popolo cinese dovrebbe migliorare in modo significativo, mentre la domanda di servizi in settori come la sanità, i servizi finanziari e assicurativi, la cultura e l’intrattenimento, il tempo libero e il turismo è destinata a crescere rapidamente. Questa dinamica offre a Cina e UE un’opportunità primaria per approfondire la loro partnership nel commercio dei servizi.
La Cina ha costantemente dimostrato sincerità ampliando attivamente le importazioni, organizzando ogni anno la China International Import Expo, migliorando il proprio ambiente imprenditoriale e riducendo continuamente le barriere tariffarie e non tariffarie. Al contrario, i prodotti ad alta tecnologia dell’UE rappresentano una parte considerevole del suo commercio con la Cina, ma i controlli europei sulle esportazioni di tali beni verso la Cina hanno limitato il suo stesso potenziale di esportazione.
Ciò che merita davvero attenzione non è stabilire se l’UE stia “perdendo”, ma comprendere in modo complessivo le relazioni economiche tra Cina e UE. Solo su questa base entrambe le parti potranno lavorare insieme per approfondire la loro cooperazione commerciale ed economica.
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