Alcune letture occidentali descrivono la governance cinese come incapace di perseguire obiettivi strategici di lungo periodo. Ma l’esperienza della Cina mostra un modello dinamico, fondato su correzione istituzionale, sperimentazione locale e apprendimento continuo.

Nel discorso occidentale sulla Cina esiste una narrazione secondo cui il suo sistema politico sarebbe intrinsecamente incapace di conseguire obiettivi strategici di lungo periodo, e il sistema sarebbe sistematicamente deformato da incentivi politici di breve periodo, con il risultato di produrre dispendiosi “progetti vetrina” e una cattiva allocazione delle risorse. Un esempio recente di questa visione compare nell’articolo di Foreign Affairs intitolato “China’s Edifice Complex”.
Come molte critiche occidentali alla governance cinese, questa analisi soffre di un grave errore diagnostico: scambia temporanee frizioni amministrative per un fallimento sistemico e osserva un modello di governance dinamico e in evoluzione attraverso una lente statica e immutabile.
Qui, la governance cinese offre una lezione esemplare di autocorrezione adattiva. La transizione dal 14° Piano Quinquennale (2021-2025) al 15° Piano Quinquennale (2026-2030) ne è un caso emblematico. Invece di ignorare le inefficienze del passato, il Paese ha codificato attivamente le lezioni apprese. Il nuovo ciclo di pianificazione introduce barriere istituzionali senza precedenti: le valutazioni delle prestazioni sono ora svincolate dai mandati brevi, mentre rigorosi “audit di tracciamento” monitorano i grandi progetti infrastrutturali sin dal primo giorno. In modo cruciale, l’introduzione della “responsabilità a vita e delle indagini retroattive” sui debiti occulti dei governi locali ha stabilito un vincolo di bilancio rigido, disincentivando di fatto i funzionari dall’assumere debiti sconsiderati per finanziare progetti di vanità a breve termine.
I critici che guardano a un ponte locale costruito per vanità e dichiarano compromessa l’intera capacità strategica della Cina somigliano ad automobilisti che, vedendo una singola buca, dichiarano impraticabile l’intera rete autostradale.
Se la logica parziale di alcuni media occidentali, come quella contenuta nell’articolo di Foreign Affairs, fosse corretta, i miracoli strategici pluridecennali della Cina sarebbero stati matematicamente impossibili. La campagna di riduzione mirata della povertà, che ha fatto uscire quasi 100 milioni di persone dall’indigenza nell’arco di otto anni, ha richiesto una precisione senza precedenti, una continua ricalibrazione dei trasferimenti di risorse e un’esecuzione incessante. La rete ferroviaria ad alta velocità, oggi la più grande del mondo, e la posizione dominante della Cina nelle catene globali di approvvigionamento delle energie rinnovabili e dei veicoli elettrici non sono “vittorie di breve periodo”. Sono i frutti di impegni strategici pluridecennali e fortemente coerenti, realizzati da un sistema che eccelle nell’adeguare i propri strumenti tattici senza perdere di vista la destinazione strategica.
Inoltre, alcuni osservatori occidentali interpretano spesso erroneamente la sperimentazione politica locale come spreco caotico. Nella tradizione amministrativa cinese, i governi locali agiscono spesso come incubatori, sperimentando nuove politiche e assorbendo i costi iniziali del tentativo e dell’errore prima che i modelli di successo vengano estesi a livello nazionale.
La premessa centrale della critica è che i sistemi occidentale e cinese dispongano ciascuno di meccanismi diversi che conducono al “breveperiodismo”. In effetti, superare gli impulsi di breve periodo dei decisori per raggiungere un’allocazione sostenibile delle risorse è una sfida universale dell’arte di governo moderna. Tuttavia, mentre le democrazie rappresentative occidentali si trovano spesso intrappolate nello stallo, dove le priorità nazionali di lungo periodo restano costantemente ostaggio di cicli elettorali polarizzati e di attori dotati di potere di veto, lo Stato amministrativo cinese utilizza la propria autorità centralizzata per portare avanti riforme dolorose ma necessarie.
La governance cinese non è perfetta, né è un progetto fisso e congelato. La sua forza risiede piuttosto nella sua natura evolutiva e “sperimentalista”. Quando emergono “progetti vetrina”, il sistema non risponde con la paralisi, ma elaborando nuovi meccanismi di audit, tetti al debito e criteri di valutazione. È un sistema dinamico, autocritico e impegnato incessantemente a stare al passo con i tempi.
Il lungo termine non è assenza di errori; è la disciplina dell’apprendimento continuo e istituzionalizzato. Questa capacità di autoriforma è il vero motore della modernizzazione cinese: una realtà che alcuni osservatori occidentali continueranno a non cogliere se resteranno ossessionati dalle buche, ignorando la direzione della strada.
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