L’Italia e la Cina si comprendono più di quanto molti pensino, ma si fraintendono anche in modi molto specifici

Il dialogo di Giuseppe Bianco con Maria Bruna Ferrara offre una lettura sfumata dei rapporti tra Italia e Cina, oltre gli stereotipi su commercio e Made in Italy, mostrando il ruolo decisivo di cultura, fiducia, intermediazione e presenza concreta nei progetti bilaterali.

di Giuseppe Bianco

Durante un recente viaggio a Shanghai, ho avuto l’opportunità di intervistare Maria Bruna Ferrara, imprenditrice, vicepresidente di un organismo di intermediazione Italia-Cina e figura ponte tra mondo accademico e professionale, nell’ambito di un più ampio progetto di reportage sulle relazioni economiche tra Cina ed Europa e sull’evoluzione del ruolo dell’Italia al loro interno.

Ciò che è emerso è stato molto più sfumato delle consuete narrazioni sul commercio, sulla geopolitica o sul “Made in Italy”.

Di seguito alcune delle riflessioni che mi sono rimaste maggiormente impresse.

D: L’Italia è davvero un “ponte naturale” tra Europa e Cina, oppure si tratta soprattutto di una narrazione?

R: «C’è sicuramente una componente narrativa, ma anche una reale prossimità culturale. Italiani e cinesi condividono strutture familiari forti, intensità emotiva, attenzione al cibo, all’estetica, alle relazioni e ai rituali sociali. Entrambe le società sono relazionali prima ancora di essere transazionali».

Un punto particolarmente interessante è stato il contrasto tra l’approccio italiano e quello cinese al piacere e al lavoro:

• In Italia, il piacere è spesso visto come un fine in sé.
• In Cina, il piacere è spesso collegato al successo, alla disciplina e al progresso collettivo.

Questa sola distinzione spiega molti fraintendimenti nel mondo degli affari.

D: Dove l’Italia conserva ancora una credibilità autentica in Cina?

R: «Soft power. Stile. Identità estetica. Design. Raffinatezza culturale».

Maria ha condiviso esempi di prodotti realizzati fuori dall’Italia, ma comunque posizionati con successo a livello internazionale attraverso il branding italiano, la narrazione e il valore percepito dello stile di vita.

L’idea era semplice ma potente:

l’Italia spesso esporta significati prima ancora di esportare prodotti.

D: E dove gli italiani tendono a sopravvalutarsi?

R: «Velocità, esecuzione e umiltà».

Una delle riflessioni più forti emerse dall’intervista è stata la critica dell’improvvisazione priva di una struttura di lungo periodo: «I sogni senza struttura diventano illusioni».

Maria ha messo a confronto:

• il pragmatismo cinese e la rapida capacità di risolvere i problemi

con

• l’eccesso di analisi, la burocrazia e la frammentazione europee, e in particolare italiane.

Allo stesso tempo, ha anche messo in guardia contro gli stereotipi semplicistici: la Cina non è “veloce quindi efficiente” in ogni ambito, così come l’Europa non è automaticamente “lenta quindi riflessiva”.

D: Che cosa fa davvero funzionare i progetti Italia-Cina?

R: «Finanziamenti concreti, presenza locale e intermediari fidati».

Secondo Maria, molti progetti falliscono non perché l’idea sia debole, ma perché:

• non esiste una seria struttura operativa,
• non ci sono finanziamenti di lungo periodo,
• oppure manca un intermediario culturalmente credibile, capace di muoversi all’interno di entrambi gli ecosistemi.

Una frase ha colto perfettamente questo punto:

«L’intermediario agisce come uno spazzaneve: rimuove gli ostacoli prima ancora che gli altri li vedano».

D: In definitiva, gli affari riguardano più le relazioni o i prodotti?

R: «Prima le relazioni. Poi la credibilità. Poi l’esecuzione».

L’intervista è tornata più volte su un’idea:

in Cina, la fiducia raramente si costruisce soltanto attraverso le presentazioni.

Si costruisce attraverso:

• introduzioni,
• continuità,
• reputazione,
• casi di studio,
• e la rassicurazione che qualcuno di fidato sia disposto a “metterci la faccia” per te.

D: Quale ruolo può svolgere il mondo accademico in questo ecosistema?

R: «Un ruolo crescente».

L’istruzione italiana, in particolare nei settori del:

• design,
• delle arti,
• dell’estetica,
• della cultura,
• del lusso,
• e delle discipline riflessive,

continua a godere di un prestigio significativo in Cina.

Allo stesso tempo, Maria ha sostenuto che profili ibridi che combinano impresa, mondo accademico e capacità interculturale stanno diventando sempre più preziosi.

Riflessione finale

Forse il punto più importante emerso dalla conversazione è questo:

Europa e Cina spesso si osservano attraverso caricature.

L’“investitore cinese con la valigia piena di soldi”.

Il “partner europeo al quale si può vendere qualsiasi cosa”.

L’“Oriente veloce” contrapposto all’“Occidente raffinato”.

La realtà è più complessa.

E forse oggi il vero valore non sta nello scegliere un lato del ponte, ma nell’imparare a stare al centro di esso con onestà intellettuale.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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