Il decreto lavoro del Governo arriva mentre i dati Istat segnalano un quadro meno roseo della propaganda ufficiale: occupazione fragile, inattività in crescita, giovani e donne penalizzati, e nessuna risposta strutturale su salari, formazione e welfare.

È arrivato il Primo Maggio con il decreto lavoro del Governo e la notizia dell’Istat che in un anno abbiamo perso 30mila occupati. Non sono molti, ma rappresentano un dato significativo per chi ha strillato a lungo sulla ripresa dell’occupazione.
A preoccupare sono aziende in cassa integrazione o con incentivi all’esodo; il caso Stellantis è solo la punta dell’iceberg.
Ma la questione lavoro interessa poco: in giro non vediamo manifestazioni come quelle, sacrosante, a difesa della Flottiglia, giusto a ricordare che la sinistra, anche estrema, in Italia è sempre meno interessata al potere di acquisto e di contrattazione, alla lotta contro il precariato, che poi si traduce da precarietà lavorativa a esistenziale.
Sempre nell’ultimo anno gli inattivi – quelli che non hanno un impiego e non lo cercano – sono aumentati di 351mila unità. Parliamo di chi presenta maggiori difficoltà a essere collocato nel mercato del lavoro per scarse specializzazioni, prescrizioni e patologie varie. Forse, se aumentano gli inattivi, possono anche calare statisticamente i disoccupati.
Siamo sempre più preoccupati dell’inattività dei giovani che non studiano e non lavorano. Sono dati preoccupanti sotto tutti i punti di vista, palesando il non funzionamento del sistema scolastico e della formazione al lavoro.
La crescita occupazionale non esiste e non può essere considerata una crescita fisiologica dopo il Covid. È proprio questo un approccio sbagliato, perché, quando saranno esauriti i fondi del PNRR e dei bonus edilizi, inizieranno i problemi.
E già oggi calano i tassi di occupazione, soprattutto nella fascia che va dai 25 ai 50 anni. Cercano unità già formate tra i 50 e i 59 anni, senza spendere un euro per la formazione.
I dati negativi su giovani e donne sono a dir poco preoccupanti e non saranno i bonus, gli sgravi e le decontribuzioni a risolvere un problema che potrebbe essere affrontato, intanto, ampliando i servizi del welfare, con un salario minimo e interventi strutturali in materia di formazione e lavoro.
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