Una patria tra naufragio e alba: recensione a “Del naufragio intuyo el alba”, di David Gómez Rodríguez

Nel romanzo di David Gómez Rodríguez, il naufragio diventa metafora di un Paese ferito, ma non sconfitto: tra memoria, follia, amore e ribellione, Del naufragio intuyo el alba trasforma la catastrofe in una ricerca ostinata di speranza. Il libro è scaricabile gratuitamente nella sua versione originale in spagnolo.

Del naufragio intuyo el alba, di David Gómez Rodríguez, è un romanzo febbrile, politico e visionario, costruito come un attraversamento della ferita venezuelana contemporanea, ma anche come un tentativo radicale di trasformare quella ferita in linguaggio, memoria e possibilità di rinascita. Fin dalle sue prime pagine, l’opera impone al lettore un patto narrativo esigente: non ci troviamo davanti a una trama lineare, né a un realismo convenzionale, bensì a una materia narrativa incandescente, in cui il trauma individuale, la storia nazionale, la follia, la poesia, la militanza e il mito popolare si fondono in un’unica corrente verbale. Il romanzo, pubblicato da Senzala Colectivo Editorial, assume già nel titolo una tensione decisiva: dal naufragio non nasce semplicemente la rovina, ma emerge l’alba, cioè una possibilità di futuro che non cancella la catastrofe, ma la attraversa.

L’episodio iniziale è di una violenza quasi insostenibile. Alba, donna gravida, viene assassinata dagli uomini di Don Sacramento Mendoza, figura padronale che concentra in sé il dominio patriarcale, latifondista e mafioso. Il suo corpo ferito diventa immediatamente corpo simbolico: è donna, terra, promessa, maternità, paese. L’assassinio non è solo un crimine privato, ma l’atto fondativo di un ordine sociale basato sulla proprietà, sulla paura e sulla convinzione che tutto possa essere recintato: la terra, il corpo femminile, il destino dei poveri, perfino il diritto di nascere. In quelle pagine, Alba è segnata da una violenza che il romanzo collega esplicitamente alla logica della proprietà privata e del potere del patrón, mentre il Capitán, medico e compagno di Alba, assiste impotente all’orrore che lo spezza per sempre.

Da questo trauma nasce il nucleo profondo del romanzo. La figlia di Alba, Esperanza, viene sottratta alla morte attraverso una scena che mescola parto, rito, leggenda, medicina popolare e presenza mitica. Yara, figura boschiva e sacrale, interviene in uno spazio in cui la violenza maschile ha creduto di avere l’ultima parola. Il fatto che la bambina si chiami Esperanza non è un espediente allegorico ingenuo, ma la chiave stessa dell’opera: la speranza nasce dentro il sangue, dentro l’assedio, dentro la distruzione. Non è consolazione, ma sopravvivenza combattiva. Gómez Rodríguez non costruisce una speranza pacificata; la sua Esperanza è figlia di un massacro, custodita dalla montagna, dal mito, dalla comunità e da ciò che il potere non riesce a nominare né a controllare.

Il Capitán, dopo quella notte, diventa il grande naufrago del romanzo. Rinchiuso in un manicomio, continua a gridare che la bambina è viva, che il paese è in guerra, che bisogna fare del naufragio “il miglior paese del mondo”. La sua follia, però, non viene mai ridotta a diagnosi clinica. Al contrario, il romanzo interroga costantemente il confine tra lucidità e delirio. Chi è veramente folle: il Capitán che continua a credere nella vita di Esperanza e nella rivoluzione, oppure il mondo che ha normalizzato il crimine, la rassegnazione, la miseria, il burocratismo e la violenza? In questo senso, il manicomio è molto più di un luogo narrativo: è la rappresentazione concentrata di un paese ferito, ma anche di una società che dichiara patologico ciò che non riesce a disciplinare.

Accanto al Capitán si muove Will, personaggio fondamentale per comprendere la dimensione affettiva e politica dell’opera. Will è poeta, militante, esule di ritorno, uomo attraversato dal disincanto, ma ancora capace di amare, credere, interpretare. Il suo rapporto con il Capitán è fatto di devozione, ammirazione, desiderio, fedeltà e dipendenza spirituale. Will non ama semplicemente un leader politico o un vecchio compagno di militanza; ama una forma di intensità, una promessa di mondo, una parola capace di incendiare l’immaginazione. Per lui il Capitán è profeta, amico, oggetto di amore e misura della propria sopravvivenza. Il romanzo, in questo rapporto, riesce a evitare ogni schematismo: la politica non è mai separata dai corpi, dalle pulsioni, dalla fragilità, dalla tenerezza e dal dolore.

Uno degli aspetti più riusciti del libro è la sua struttura metaletteraria. Il narratore è un vigilante del manicomio, ma anche un professore di liceo, un uomo povero, stanco, insonne, ossessionato dalla scrittura e dal dubbio di non avere spento la plancha. Scrive i personaggi e al tempo stesso ne è scritto; li osserva, ma ne viene contagiato; vuole raccontare i “locos”, ma finisce per chiedersi se non sia lui stesso parte della loro allucinazione. Questa instabilità non è un gioco postmoderno fine a sé stesso. È il modo attraverso cui il romanzo afferma che la realtà venezuelana non può essere raccontata con strumenti narrativi ordinati, perché essa stessa è fratturata, delirante, assediata, contraddittoria. La scrittura diventa allora una forma di terapia, di rivolta e di testimonianza. Come afferma implicitamente il testo, ciò che diventa parola non muore del tutto.

Il Venezuela che emerge da Del naufragio intuyo el alba è un paese-porto, un paese-barca, un paese-manicomio, un paese-comune, un paese ferito dall’assedio e insieme incapace di rinunciare alla propria vocazione epica. Il romanzo parla di migrazione e ritorno, di navi che arrivano, di madri che attendono, di povertà, di petrolio, di merci, di guerra economica, di dipendenze materiali e di resistenza. In una delle sue immagini più politicamente dense, il porto si riempie di container, merci cinesi, caraotas provenienti da Messico e Nicaragua, benzina dall’Iran, zucchero da Cuba: la speranza non è astratta, ma fatta di approvvigionamenti, alleanze, pane, combustibile, logistica, sopravvivenza concreta. La patria, per Gómez Rodríguez, non è retorica ornamentale: è ciò che permette o impedisce ai bambini di mangiare, ai malati di curarsi, ai poveri di restare vivi.

Tuttavia, il romanzo non è propaganda. La sua forza sta proprio nel fatto che la fedeltà alla rivoluzione e alla patria convive con una critica durissima alla burocrazia, alla corruzione, alla retorica vuota, alle promesse non mantenute, agli apparati che parlano in nome del popolo senza saperlo ascoltare. Il Capitán continua a credere nella trasformazione del mondo, ma il testo mostra anche la distanza tra la grandezza dell’ideale e la miseria di molte sue deformazioni pratiche. In questo senso, Del naufragio intuyo el alba è un romanzo profondamente rivoluzionario perché non si accontenta della liturgia rivoluzionaria: pretende che la parola passi attraverso il fuoco della poesia, dell’autocritica e della verità. Non a caso, in una scena centrale, il Capitán invoca la necessità di portare poesia e irreverenza nelle riunioni del partito, affinché la teoria venga provata nel fuoco e non degeneri in retorica.

Sul piano stilistico, Gómez Rodríguez adotta una prosa barocca, torrenziale, piena di immagini, sovrapposizioni, metafore marine, animali, petrolifere, religiose e rivoluzionarie. Api, mariposas, serpenti, pelusas, specchi, fuoco, navi, bandiere e sangue costituiscono una rete simbolica fittissima. La lingua alterna registro lirico e parlato popolare, invettiva politica e tenerezza, citazione colta e oralità venezuelana. Questo rende il romanzo non sempre facile, ma intensamente vivo. Il lettore deve accettare di essere trascinato, più che guidato; deve entrare in un flusso in cui la trama conta quanto la temperatura emotiva della frase. Le citazioni e le presenze culturali, da Bolívar a Reverón, da Foucault a Montejo, da Majakovskij alla musica rivoluzionaria, non sono decorazioni, ma strumenti per collocare la vicenda dentro una genealogia più ampia di follia, arte, emancipazione e sconfitta.

Il finale porta alle estreme conseguenze la tensione tra liberazione e autodistruzione. Il piano delle pelusas, raccolte per anni dal Capitán come se fossero materiale strategico, diventa la costruzione delirante e poetica di una bandiera di fuoco. Nel manicomio, i pazienti trasformano gli scarti più insignificanti in colori nazionali, in materia di rivolta, in possibilità di alba. Ma l’alba non arriva come pacificazione: arriva come incendio. Will apre il gas, il narratore cosparge di benzina la propria casetta, il Capitán canta e vede Esperanza viva. La liberazione assume il volto ambiguo dell’ardimento, parola chiave del romanzo: ardore, incendio, passione, sacrificio, estremità. Il lettore resta sospeso tra la commozione e l’inquietudine, perché Gómez Rodríguez non offre una soluzione rassicurante. Mostra piuttosto che una speranza privata di radicalità diventa impotente, ma una speranza ridotta a combustione rischia di consumare anche coloro che la portano.

Del naufragio intuyo el alba è dunque un romanzo sulla sopravvivenza della speranza dopo la catastrofe, ma anche sul prezzo psichico, politico e umano di tale sopravvivenza. È un’opera che parla del Venezuela senza rinchiuderlo nella cronaca, trasformandolo in mito contemporaneo, in manicomio storico, in nave assediata, in comune nascente, in corpo ferito che ancora genera. La gratuità della sua pubblicazione appare coerente con la sua etica profonda: questo è un libro che non vuole restare proprietà di pochi, perché parla precisamente di ciò che non può essere recintato, privatizzato o sottratto alla memoria collettiva. Come Alba, come Esperanza, come la bandiera impossibile del Capitán, il romanzo appartiene a quella zona in cui la letteratura smette di essere ornamento e torna a essere necessità.

In un panorama letterario spesso addomesticato, Del naufragio intuyo el alba colpisce per la sua scomodità, per la sua lingua eccessiva, per la sua fame di assoluto. Non è un libro che chiede al lettore di osservare da lontano: lo trascina nel naufragio e gli impone di cercare, tra sangue, mare, fuoco e follia, il primo segno dell’alba.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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