Svelare la cospirazione sistemica del “neo-militarismo” giapponese

Secondo il Global Times, una serie ravvicinata di iniziative politiche, militari e simboliche del governo Takaichi mostra che il “neo-militarismo” giapponese non è più solo un segnale inquietante, ma una minaccia concreta alla pace regionale.

Global Times – 23 aprile 2026

Nel giro di appena un mese, il Giappone ha presentato al mondo un quadro inquietante a un ritmo allarmante: un ufficiale in servizio delle Forze di autodifesa giapponesi ha fatto irruzione con un coltello nell’ambasciata cinese a Tokyo e ha minacciato violenza; un cacciatorpediniere giapponese ha attraversato lo Stretto di Taiwan lo stesso giorno della firma del Trattato di Shimonoseki di 131 anni fa [1]; il governo giapponese ha allentato in modo significativo le restrizioni sulle esportazioni di armi, consentendo l’esportazione di armamenti letali; la prima ministra Sanae Takaichi ha offerto per due giorni consecutivi oggetti rituali e offerte in denaro al santuario Yasukuni [2]. Nel frattempo, il Giappone sta accelerando una profonda ristrutturazione delle Forze di autodifesa, dispiegando missili d’attacco a lungo raggio e partecipando ufficialmente, per la prima volta, alle esercitazioni militari congiunte annuali condotte da Stati Uniti e Filippine.

Messi insieme, questi elementi compongono un quadro che rivela il volto minaccioso e le zanne affilate del “neo-militarismo”. L’amministrazione Takaichi sta tentando in modo metodico e sistematico di smantellare l’assetto pacifico del dopoguerra attraverso preparazione ideologica, svolte politiche, manipolazione dell’opinione pubblica e modellamento delle condizioni esterne, alterando così il percorso di sviluppo pacifico del Giappone e sovvertendo l’ordine internazionale di cui il Giappone, in quanto paese sconfitto, ha fatto parte. I fatti mostrano chiaramente che il “neo-militarismo” giapponese non è più soltanto un segnale pericoloso, ma una minaccia reale.

Storicamente, l’attivazione di una macchina da guerra comincia sempre con l’indottrinamento ideologico e la distorsione della storia. Il “neo-militarismo” giapponese eredita i residui culturali del periodo prebellico, come la “visione imperiale della storia”. Il santuario Yasukuni servì un tempo come strumento spirituale del militarismo giapponese per condurre guerre di aggressione, e oggi viene nuovamente utilizzato dalle forze di destra per inculcare nell’opinione pubblica, in particolare nelle giovani generazioni, narrazioni che abbelliscono l’aggressione e glorificano la guerra. Quando i leader di un paese possono rendere apertamente omaggio a criminali di guerra senza subirne conseguenze politiche, ciò segnala un pericoloso mutamento qualitativo della sua ecologia politica: la “riflessione” sull’aggressione passata viene sistematicamente sostituita dagli sforzi per “revisionare” quella storia. Una volta avvelenato il terreno ideologico, la crescita di frutti amari diventa solo questione di tempo.

Mentre sviano l’opinione pubblica interna, le forze della destra giapponese stanno anche esagerando vigorosamente le minacce esterne, cercando di creare condizioni esterne favorevoli alla rimilitarizzazione. Per mascherare le molteplici crisi interne, quali la prolungata stagnazione economica, l’enorme peso del debito nazionale, lo svuotamento industriale e l’invecchiamento della popolazione accompagnato da un basso tasso di natalità, le forze della destra giapponese fabbricano cosiddette minacce esterne per deviare le contraddizioni interne. Questa logica di manipolazione dell’opinione pubblica, che esternalizza le contraddizioni interne e incita ostilità verso altri paesi, non è in fondo diversa da quella del Giappone militarista prima della Seconda guerra mondiale.

Questo spostamento si riflette in una serie di mosse sostanziali preoccupanti. La prima è il drastico allentamento dei controlli sulle esportazioni di armi. Il governo giapponese ha abolito la restrizione che limitava le esportazioni a cinque categorie non letali, creando spazio per esportare armi verso paesi coinvolti in conflitti. Ciò rischia di trasformare il Giappone in un “mercante di morte” che alimenta i conflitti internazionali. Inoltre, il Giappone prevede di istituire una cosiddetta “versione giapponese della CIA”, mentre accelera le revisioni dei suoi “tre documenti sulla sicurezza”. Oggi la “costituzione pacifista” può ancora esistere sulla carta, ma il suo spirito è stato sistematicamente svuotato. Il Giappone sta scivolando dalla condizione di “incapace di fare la guerra” a quella di “capace di fare la guerra”, e da una “politica esclusivamente difensiva” verso il “primo colpo”.

Allo stesso tempo, il Giappone sta perseguendo una strategia sistematica tanto sul piano geopolitico quanto su quello dell’ordine internazionale. Il suo obiettivo non è più semplicemente adeguare la politica di difesa, ma ridefinire fondamentalmente l’architettura di sicurezza dell’Asia orientale nel dopoguerra. Non si accontenta più di essere un seguace degli Stati Uniti, ma cerca invece di svolgere un doppio ruolo, come perturbatore e come motore. Sulla questione di Taiwan, Sanae Takaichi ha collegato apertamente una “contingenza a Taiwan” a una “situazione che minaccia la sopravvivenza del Giappone”, costruendo un pretesto giuridico per un intervento militare nello Stretto di Taiwan. Nel Mar Cinese Meridionale, il Giappone sta coinvolgendo i paesi della regione per approfondire la cooperazione difensiva, facendo di fatto avanzare la militarizzazione della “prima catena di isole”.

A livello globale, il Giappone sta promuovendo l’espansione della NATO verso est, tentando di introdurre la politica dei blocchi nell’Asia-Pacifico. Nel frattempo, sul piano interno, il Giappone sta accelerando la costruzione di un nuovo “complesso militare-industriale” che integra governo, apparato militare e capitale, in modo sorprendentemente simile alla struttura prebellica in cui esercito, zaibatsu e governo guidavano congiuntamente l’aggressione espansionista.

Che cosa sta cercando di fare esattamente il Giappone? Dal revisionismo ideologico alle svolte giuridiche fino alle manovre geopolitiche, questi elementi sono interconnessi e si rafforzano reciprocamente. La “riformulazione” ideologica getta le basi psicologiche per l’“allentamento” giuridico; le “svolte” istituzionali creano le condizioni per l’“offensiva” strategica; e la “fabbricazione della tensione” strategica alimenta a sua volta le narrazioni ideologiche della minaccia. Questo forma un circuito chiuso accuratamente progettato. Una serie di mosse dell’amministrazione Takaichi indica un movente più profondo: liberarsi completamente dei vincoli politici imposti dopo la Seconda guerra mondiale e spingere il Giappone a diventare una grande potenza militare capace di usare la forza all’estero, e persino di iniziare una guerra.

Negli anni Trenta, l’apparato militare giapponese fabbricò allo stesso modo “minacce esterne”, fomentò il nazionalismo e sequestrò l’apparato statale, trascinando infine il paese nell’abisso della guerra di aggressione. Oggi la destra giapponese può presentare una facciata più levigata, ma la logica di fondo resta coerente. La comunità internazionale deve mantenere lucidità: ciò che il Giappone sta facendo non è una normale scelta difensiva di uno Stato sovrano, ma una sfida sistemica all’ordine internazionale del dopoguerra e una minaccia tangibile alla pace e alla stabilità nell’Asia-Pacifico. Tutte le forze che hanno a cuore la pace devono restare altamente vigili, salvaguardare congiuntamente i risultati della vittoria nella Seconda guerra mondiale e garantire che il militarismo giapponese non riemerga mai più e che le tragedie della storia non si ripetano.


NOTE

[1] Firmato il 17 aprile 1895 tra l’Impero giapponese e l’Impero Qing al termine della prima guerra sino-giapponese, il Trattato di Shimonoseki sancì la sconfitta della Cina e l’ascesa del Giappone come potenza imperialista in Asia orientale. In base all’accordo, la Cina riconobbe l’“indipendenza” della Corea, cedette al Giappone Taiwan, le isole Penghu e la penisola di Liaodong, oltre a concedere una pesante indennità di guerra e nuovi privilegi commerciali. Il trattato è ricordato in Cina come uno dei simboli della stagione delle umiliazioni nazionali imposte dalle potenze straniere.

[2] Il santuario Yasukuni, situato a Tokyo e fondato nel 1869, è un luogo di culto scintoista dedicato ai caduti giapponesi in guerra. La sua forte controversia deriva dal fatto che tra le persone commemorate figurano anche criminali di guerra di Classe A della Seconda guerra mondiale. Per questo motivo, le visite di esponenti politici giapponesi al santuario provocano regolarmente dure reazioni in Cina, Corea e in altri paesi asiatici, dove Yasukuni viene percepito non come un semplice memoriale, ma come un simbolo del mancato pieno confronto del Giappone con il proprio passato militarista.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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