Sfruttamento odierno nei luoghi di lavoro

Nel dibattito sullo sfruttamento del lavoro non basta denunciare i contratti pirata: occorre mettere in discussione appalti, subappalti, salari insufficienti, lavoro nero e filiere opache, per capire come il ribasso strutturale del costo del lavoro continui a produrre miseria e precarietà.

Basta non applicare i contratti pirata per scongiurare lo sfruttamento della forza lavoro?

E tutti i contratti siglati da Cgil, Cisl, Uil sono dignitosi e tali da garantire condizioni retributive accettabili e con effettivo potere di acquisto?

E per quale ragione negli appalti e nei subappalti troviamo contratti indecorosi, assenza di salario accessorio? E il lavoro nero, dopo tanti anni, è ancora al suo posto: qualcuno vuol spiegarci la ragione di questo fenomeno endemico?

Il problema è un altro: non si può parlare di salari senza rivedere le dinamiche contrattuali, i sistemi di calcolo dei rinnovi, senza smontare le norme in materia di immigrazione, modificando le regole statistiche per le quali bastano due giorni di lavoro all’anno per essere annoverati tra gli occupati.

Il lavoro nero è diffuso in varie regioni, esempi di caporalato ve ne sono anche al Nord e non solo nelle regioni meridionali, come si evince da articoli della stampa e inchieste della Magistratura; dovremmo comunque parlare degli organi ispettivi a corto di personale, della disattenzione cronica della medicina del lavoro, mai depotenziata come ai nostri giorni.

Siamo consapevoli di mettere troppa materia al fuoco, ma i vari aspetti del problema, sfruttamento della forza lavoro, si connettono con altre questioni.

Proviamo allora ad affrontare due soli argomenti.

I soggetti chiamati a presidiare legalità, vigilanza e rappresentanza possono svolgere appieno il loro compito?

In diversi casi hanno le mani legate, tra organici risicati e normative inadeguate; nel corso degli anni, poi, le norme che disciplinano salute e sicurezza sono state addolcite a favore della parte datoriale. Tuttavia, potremmo anche parlare della carenza di strumenti e di figure professionali negli apparati ispettivi; ove poi sono maggiormente radicati e ramificati appalti e subappalti, i bassi salari, le inadeguate tutele individuali e collettive sono più facili da reperire.

Spesso si fa riferimento ai contratti siglati dai sindacati rappresentativi, senza mai chiedersi se questi accordi siano rispondenti ai principi di equità e dignità; in presenza di contenziosi legali, il riferimento va all’art. 36 Cost., ossia al principio della retribuzione proporzionata e sufficiente ad assicurare al lavoratore e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa. Questo principio si scontra con i contratti siglati dai sindacati rappresentativi, che invece vanno, non sempre ma frequentemente, in direzione opposta.

Il mondo cooperativo, insieme ad appalti e subappalti, si presta come terreno dove la miseria salariale domina incontrastata?

Il mondo cooperativo oggi non è minimamente paragonabile a quando certe cooperative nascevano per finalità importanti, come riportare nel mondo del lavoro chi era stato escluso o non vi era mai entrato.

Potremmo anche parlare di mancata vigilanza in capo ai committenti; le inchieste giornalistiche nel campo, ad esempio, della moda portano alla luce fenomeni diffusi, lavorazioni destinate a cooperative che poi sono solo “meri serbatoi di personale”, alle quali si assegnano lavori perché a prevalere è il prezzo più basso. E diverse cooperative, dopo essere nate, finiscono con l’evadere Iva e contributi; se questo avviene con maggiore frequenza del passato, qualche domanda il legislatore, le forze dell’ordine, gli organismi di vigilanza e la Magistratura dovrebbero porsela.

In tante occasioni, più di appalto dovremmo parlare di intermediazione di manodopera, alimentando quesiti sia sulla evasione fiscale sia sulla legittimità di certe cooperative ad operare nel mondo del lavoro.

Gli amanti delle inchieste e i fedeli esaltatori dell’operato della Magistratura dovrebbero chiedere almeno di indagare a fondo anche l’assetto organizzativo delle filiere produttive, senza prestarsi a campagne che finiscono con la messa in regola delle condizioni contributive e contrattuali, lasciando inalterato il ricorso a forza lavoro sottopagata.

Per dirla tutta, non è solo un problema di legalità, ma di organizzazione del lavoro, di gestione lineare e trasparente delle filiere, di equità retributiva, contributiva e fiscale, che si conquista senza la proliferazione di datori e contratti applicati, reinternalizzando, ovunque sia possibile, il lavoro, operando non a fatti compiuti ma ex ante, perché le catene della fornitura e della subfornitura dovrebbero essere riportate alla luce del sole, prevenendo sul nascere fenomeni di miseria salariale, competizione al ribasso, proliferazione di appalti e subappalti.

Sta qui la vera scommessa, ossia nei processi di reinternalizzazione dei processi lavorativi e non nella loro disarticolazione tra miriadi di appalti e subappalti.

E i sindacati, per riconquistare credibilità, dovrebbero muoversi in questa direzione, ad esempio cancellando contratti nati solo per la frammentazione delle filiere produttive, per favorire il ribasso del costo del lavoro e il sistema delle deroghe ai contratti nazionali. È questa la buona, e sola, strada per combattere lo sfruttamento.

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About Federico Giusti

Federico Giusti è delegato CUB nel settore pubblico, collabora coi periodici Cumpanis, La Città futura, Lotta Continua ed è attivo sui temi del diritto del lavoro, dell'anticapitalismo, dell'antimilitarismo.

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