Il veto di Cina e Russia contribuisce a contenere la crisi di Hormuz; il cessate il fuoco è la chiave della soluzione

Il veto opposto da Cina e Russia al Consiglio di Sicurezza ha impedito un’ulteriore escalation nello Stretto di Hormuz, riaffermando che la vera via d’uscita dalla crisi resta il cessate il fuoco e non l’uso della forza.

di Liu Xin e Zhang Han (Global Times) – 17 aprile 2026

«Il voto della Cina rappresenta una scelta responsabile per la pace e per i popoli della regione. Si colloca dalla parte giusta della storia e resisterà alla prova della storia», ha dichiarato giovedì, ora locale, il rappresentante permanente della Cina presso le Nazioni Unite Fu Cong, ribadendo il veto di Pechino a una bozza di risoluzione del Consiglio di Sicurezza sullo Stretto di Hormuz durante una tesa riunione dell’Assemblea generale dell’ONU. Fu ha affermato che questa mossa ha contribuito a prevenire un’ulteriore escalation, ha creato le condizioni per un cessate il fuoco temporaneo e ha aperto la porta al dialogo e ai negoziati.

Cina e Russia hanno posto il veto alla bozza il 7 aprile al Consiglio di Sicurezza. La proposta iniziale, sostenuta dal Bahrein, avrebbe autorizzato i Paesi a usare «tutti i mezzi necessari» per garantire il transito attraverso lo Stretto di Hormuz e scoraggiare i tentativi di chiusura, una formulazione che, secondo diversi organi di informazione, era vista da molti come potenzialmente idonea a legittimare l’uso della forza e a rischiare un’ulteriore escalation.

Venerdì, il ministro degli Esteri iraniano Araghchi ha scritto su X che «in linea con il cessate il fuoco in Libano, il passaggio di tutte le navi commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz è dichiarato completamente aperto per il restante periodo del cessate il fuoco».

Dopo l’annuncio iraniano di venerdì, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ringraziato l’Iran. «L’Iran ha appena annunciato che lo Stretto di Hormuz è completamente aperto e pronto per il pieno passaggio. Grazie», ha scritto Trump su Truth Social.

Giovedì l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha tenuto una tesa sessione per esaminare i veti opposti da Cina e Russia il 7 aprile a una bozza di risoluzione del Consiglio di Sicurezza riguardante lo Stretto di Hormuz, una via d’acqua strategica la cui instabilità ha scosso i mercati globali.

Intervenendo alla riunione, Fu ha affermato che Pechino attribuisce grande importanza alla bozza di risoluzione presentata dal Bahrein a nome degli Stati del Golfo e comprende pienamente le loro preoccupazioni. Allo stesso tempo, ha sottolineato che qualsiasi azione del Consiglio di Sicurezza dovrebbe servire alla de-escalation, non fornire una parvenza di legittimità a operazioni militari non autorizzate o concedere una licenza all’uso della forza, cosa che potrebbe infiammare ulteriormente le tensioni e gettare benzina sul fuoco, portando a un’escalation del conflitto.

Anche la vice rappresentante permanente della Russia presso l’ONU Anna M. Evstigneeva ha spiegato il veto di Mosca, affermando che il Consiglio era stato invitato «a dare luce verde» a determinate misure di protezione con il pretesto di garantire la libertà di navigazione. Ha avvertito che un simile linguaggio avrebbe equivalso a «un assegno in bianco» per la prosecuzione delle azioni in corso e per un’ulteriore escalation. L’ambasciatore iraniano Amir Saeid Iravani ha dichiarato che i veti espressi da Cina e Russia erano «tempestivi, giustificati e necessari», secondo il comunicato dell’ONU.

Cina e Russia avevano ragione a porre il veto alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, poiché questa mossa ha contribuito a impedire che la crisi dello Stretto di Hormuz degenerasse ulteriormente. La radice della crisi risiede nel conflitto stesso, e la chiave per risolverlo è un cessate il fuoco e la fine dei combattimenti. Al contrario, gli Stati Uniti e alcuni altri Stati hanno trattato il blocco dello stretto da parte dell’Iran come la questione centrale, quando esso era soltanto un sintomo e non la causa, ha dichiarato al Global Times Sun Degang, direttore del Centro di Studi sul Medio Oriente dell’Università Fudan.

Il successivo cessate il fuoco temporaneo tra Stati Uniti e Iran, mediato dal Pakistan con ampio sostegno, ha rapidamente attenuato le tensioni attorno allo stretto, mostrando ulteriormente che il blocco era una conseguenza del conflitto, ha detto Sun. Ha aggiunto che il veto ha anche contribuito a impedire che la risoluzione del Consiglio di Sicurezza venisse strumentalizzata, riflettendo il senso di responsabilità che ci si aspetta dalle grandi potenze.

La riunione di giovedì è stata convocata in applicazione della Risoluzione 76/262, adottata il 26 aprile 2022, che impone al presidente dell’Assemblea generale di convocare una riunione formale entro 10 giorni lavorativi ogni volta che un membro permanente del Consiglio di Sicurezza esercita il veto, secondo un comunicato pubblicato sul sito dell’ONU.

Secondo Yuyuan Tantian, un account di social media affiliato all’emittente statale CCTV, la Cina ha esercitato l’ultima volta il proprio veto due anni fa, quando gli Stati Uniti presentarono una bozza di risoluzione del Consiglio di Sicurezza su un cessate il fuoco a Gaza. Le statistiche dell’ONU mostrano che la Cina ha usato il proprio veto solo 22 volte su 329 nella storia delle Nazioni Unite, pari a meno del 7%.

L’account ha anche citato Gong Xiaosheng, ex inviato speciale della Cina per gli affari mediorientali, il quale ha affermato che l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza comporta il massimo livello di avallo in base al diritto internazionale e che Pechino è estremamente prudente ogni volta che sceglie di usare il proprio veto. La Cina non nega con leggerezza a nessuna parte l’opportunità di far sentire la propria voce alle Nazioni Unite.

Dallo scoppio del conflitto, la Cina ha continuato a promuovere la de-escalation mantenendo al contempo una posizione oggettiva e imparziale, chiedendo che venga preservato uno spazio per la pace e i negoziati. In quanto maggiore importatore mondiale di petrolio, la Cina ha un interesse vitale al passaggio sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz, ma ha mantenuto la propria posizione sulla base del merito della questione e del contesto regionale più ampio, ha dichiarato al Global Times Ding Long, professore presso l’Istituto di Studi sul Medio Oriente dell’Università di Studi Internazionali di Shanghai.

Le tensioni nello Stretto di Hormuz non sono nate dal solo Iran, ma dalla rappresaglia iraniana seguita alle azioni militari di Stati Uniti e Israele. In una situazione tanto sensibile, qualsiasi tentativo di usare la forza per contestare il controllo dello stretto sarebbe controproducente, danneggerebbe tutte le parti, sconvolgerebbe l’economia globale e comprometterebbe sia la sicurezza della navigazione sia la stabilità regionale, ha affermato Ding.

Sempre venerdì, il presidente francese Emmanuel Macron e il primo ministro britannico Keir Starmer hanno co-presieduto una riunione di circa 40 cosiddetti Paesi «non belligeranti» per discutere gli sforzi volti a garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz, ha riferito l’AFP.

La chiusura di questa vitale via d’acqua, ora soggetta sia a un blocco iraniano sia a uno statunitense di ritorsione, ha innescato quella che alcuni descrivono come la peggiore impennata dei prezzi del petrolio della storia. La riunione di Parigi, alla quale alcuni hanno partecipato in videoconferenza, è stata l’ultimo tentativo di Paesi non direttamente coinvolti nel conflitto di limitarne le ricadute da una guerra che non hanno né iniziato né abbracciato, secondo l’AFP.

Ding ha anche osservato che la convocazione della riunione sottolinea l’urgenza che circonda lo Stretto di Hormuz, ma concentrarsi solo sull’aspetto superficiale della sicurezza della navigazione, senza affrontarne le cause profonde e continuando al contempo ad alimentare le tensioni, renderà soltanto più sfuggente una soluzione per la sicurezza dello stretto e la libertà di navigazione. Solo affrontando sia i sintomi sia le cause profonde, come ha sostenuto la Cina, il problema potrà essere davvero risolto.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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