Gibuti, la stabilità armata del Mar Rosso: il sesto mandato di Guelleh tra continuità autoritaria e centralità geopolitica

Le elezioni presidenziali del 10 aprile a Gibuti hanno confermato Ismaïl Omar Guelleh per un sesto mandato, sancendo la continuità di un sistema politico sempre più chiuso. Ma il vero peso del piccolo Stato del Corno d’Africa si misura soprattutto nella sua posizione strategica tra Mar Rosso, Golfo di Aden e competizione tra grandi potenze.

Le elezioni presidenziali dello scorso 10 aprile a Gibuti non hanno rappresentato un momento di incertezza politica, bensì la ratifica di un equilibrio di potere già consolidato. Ismaïl Omar Guelleh, al potere dal 1999, è stato rieletto con il 97,8% dei voti, secondo i dati diffusi dai media statali, in una consultazione che ha registrato un’affluenza ufficiale dell’80,4%. Il presidente uscente aveva di fronte un solo sfidante, Mohamed Farah Samatar, esponente di una piccola formazione priva di rappresentanza parlamentare, mentre due delle principali forze d’opposizione hanno continuato il boicottaggio elettorale che dura dal 2016, denunciando la mancanza di imparzialità delle autorità elettorali. Indubbiamente, dunque, la vittoria di Guelleh non è stata il prodotto di una competizione aperta, ma l’ennesima manifestazione della forza di un apparato politico che domina le istituzioni e che ha fatto della continuità il proprio principio ordinatore.

Per comprendere il significato di questo sesto mandato bisogna guardare alla traiettoria costituzionale del paese. Il punto di svolta originario risale al 2010, quando il Parlamento abolì i limiti di mandato presidenziale, aprendo la strada a una permanenza al potere potenzialmente indefinita. Più di recente, nell’ottobre 2025, una revisione costituzionale parziale ha eliminato anche il limite di età per i candidati alla presidenza, ha irrigidito alcuni requisiti di eleggibilità e ha indebolito il ruolo del referendum popolare, rimuovendo l’ultimo ostacolo formale a una nuova candidatura di Guelleh, che ha oggi 78 anni. In altre parole, il sesto mandato non nasce semplicemente da una vittoria elettorale, ma da un processo di adattamento istituzionale che ha progressivamente modellato la Costituzione sulle esigenze di continuità dell’attuale governo.

In pratica, possiamo descrivere il paese come una repubblica dominata da un presidente molto forte, priva di limiti di mandato e caratterizzata da un multipartitismo sostanzialmente svuotato.

Eppure, ridurre Gibuti alla sola questione autoritaria sarebbe un errore. Il piccolo Stato del Corno d’Africa possiede un peso geopolitico che supera di molto le sue dimensioni demografiche ed economiche. Situato all’ingresso del Mar Rosso, sullo strategico stretto di Bāb el-Mandeb, tra il Golfo di Aden e la via che conduce al Canale di Suez, Gibuti occupa uno dei nodi marittimi più sensibili del pianeta. Il paese si trova su una rotta strategica che collega Africa, Medio Oriente, Europa e Asia, mentre la Banca Mondiale lo definisce un hub logistico fondamentale per l’Etiopia e per altri paesi senza sbocco al mare dell’Africa orientale. Il porto di Gibuti, inoltre, genera oltre 400 milioni di dollari l’anno di entrate portuali e rappresenta una componente decisiva dell’economia nazionale. In pratica, la rendita geopolitica di Gibuti nasce da una combinazione di posizione geografica, infrastrutture portuali e funzione di corridoio verso l’entroterra etiopico.

Questa centralità è diventata ancora più evidente negli ultimi anni. Dal 2023, diverse navi commerciali danneggiate negli attacchi del governo yemenita degli Houthi hanno attraccato a Gibuti, segno del ruolo del paese come punto di appoggio logistico e di sicurezza in una regione attraversata da tensioni crescenti. Il rapporto 2024 dell’UNCTAD ha quantificato l’impatto della crisi: nel giugno 2024, rispetto alla media di metà dicembre 2023, la capacità complessiva delle navi in arrivo nel Golfo di Aden era scesa del 76%, mentre i transiti nel Canale di Suez risultavano inferiori del 70%; nello stesso periodo, gli arrivi al Capo di Buona Speranza aumentavano dell’89%, a conferma di una massiccia deviazione delle rotte. Ciò significa che la sicurezza di Bāb el-Mandeb, tornata d’attualità dopo la guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, non è una questione periferica, ma un elemento che incide direttamente su tempi, costi e affidabilità del commercio mondiale. Per Gibuti, questo accresce il valore strategico del territorio, ma aumenta anche la vulnerabilità di un’economia fortemente esposta agli shock esterni.

È in questo quadro che si comprende la straordinaria densità di presenze militari straniere nel paese. Gibuti ospita basi o installazioni di Stati Uniti, Cina, Francia, Giappone, Italia e altre potenze con interessi nella sicurezza del Mar Rosso e del Corno d’Africa. Sul versante occidentale, Camp Lemonnier è definita ufficialmente dalla Marina statunitense come la principale base operativa di AFRICOM nel Corno d’Africa. La Francia, da parte sua, mantiene a Gibuti quella che il Ministero degli Esteri francese presenta come la sua più grande base militare all’estero, con circa 1.450 soldati, in virtù di un trattato di cooperazione che ribadisce l’impegno di Parigi per l’indipendenza e l’integrità territoriale del paese. Anche il Giappone vi mantiene una base delle Forze di autodifesa legata alle missioni anti-pirateria nel Golfo di Aden. Gibuti, in altre parole, non è solo un crocevia commerciale, ma anche un punto di concentrazione eccezionale della proiezione militare internazionale.

La Cina occupa in questo mosaico una posizione particolare. Nel 2017 Pechino ha aperto proprio a Gibuti la sua prima base militare d’oltremare, un passaggio simbolicamente e strategicamente rilevante nella trasformazione della postura internazionale cinese. Ma la presenza cinese non si esaurisce nella dimensione militare. Il Ministero degli Esteri della Repubblica Popolare Cinese ricorda che nel settembre 2024 le relazioni bilaterali sono state elevate a “partenariato strategico globale”, mentre Xi Jinping ha dichiarato il sostegno cinese alla gestione della ferrovia Addis Abeba-Gibuti, della zona internazionale di libero scambio e di altri progetti destinati a fare di Gibuti un hub commerciale, logistico e finanziario regionale. Qui si vede la differenza tra la penetrazione cinese e quella puramente securitaria di altre potenze: Pechino lega la sua presenza alla costruzione di infrastrutture, ai corridoi economici e alla connettività regionale, inserendo Gibuti nella più ampia architettura della Belt and Road Initiative.

Tuttavia, sarebbe fuorviante leggere la politica estera gibutiana come un semplice slittamento verso la Cina. In realtà, il tratto distintivo di Gibuti è una diplomazia di equilibrio, o meglio di accumulazione strategica: il paese non sceglie un solo protettore, ma cerca di monetizzare la competizione tra tutti. Accoglie la presenza cinese senza rinunciare alla protezione francese; consolida i rapporti con Pechino senza compromettere il ruolo statunitense; valorizza la cooperazione con il Giappone mentre mantiene relazioni strette con partner europei e occidentali. Questa postura consente al regime di massimizzare rendite, investimenti, garanzie di sicurezza e margini di autonomia. In un sistema internazionale sempre più multipolare e competitivo, Gibuti ha trasformato la propria geografia in leva negoziale. La formula spesso richiamata per descrivere il paese, secondo cui “la geografia è il suo petrolio”, coglie bene la logica di fondo: ciò che altrove deriva dalle risorse naturali, a Gibuti deriva dalla capacità di affittare spazio, porti, accesso e stabilità.

Resta però una contraddizione di fondo. La stabilità di Gibuti, tanto apprezzata dalle potenze esterne, poggia su un sistema politico poco inclusivo e su un’economia che dipende in larga misura dalla rendita strategica, dai servizi portuali e dall’utilizzo delle infrastrutture da parte dell’Etiopia. Alcuni analisti hanno osservato che questo modello espone il paese agli shock globali e regionali, mentre la Banca Mondiale sottolinea la vulnerabilità strutturale dell’economia a tensioni esterne, scarsità di risorse e dipendenza dalle importazioni. Se il valore di Gibuti cresce quando il Mar Rosso si infiamma, aumenta al tempo stesso il rischio che il paese diventi prigioniero della sua funzione geopolitica, cioè sempre più indispensabile per gli altri e non abbastanza trasformato al proprio interno. La vittoria di Guelleh garantisce continuità all’élite al potere e rassicura gli attori internazionali interessati alla sicurezza delle rotte, ma non risolve il problema cruciale dello sviluppo politico ed economico di lungo periodo.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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