Perché siamo in un’economia di guerra?

Analisi che prende spunto dal libro di Alessandro Volpi “La guerra della finanza”.

di Pablo Baldi

La causa principale è la nostra sottomissione politico/militare agli Stati Uniti per cui i nostri politici ci fanno ingoiare bocconi amari a favore della finanza statunitense.

Come correttamente analizzato dal Prof. Alessando Volpi in “La guerra della finanza. Trump e la fine del capitalismo globale”, l’elezione di Trump è l’espressione di un conflitto interno all’élite finanziaria statunitense. Le Big Three (Black Rock, Vanguard e State Street), ossia i fondi che “gestiscono” (leggi investono) i nostri risparmi, hanno per anni dominato la politica statunitense grazie all’intermediazione del Partito Democratico. Siccome questi fondi hanno una quantità immensa di liquidità di denaro, spingono per tenere alti i tassi d’interesse, così che nessuno possa mettere in dubbio il loro monopolio della liquidità mentre fanno grandi profitti grazie agli alti tassi d’interesse del debito pubblico statunitense. La fazione di Trump vorrebbe tassi più bassi per permettere l’ascesa dei “tecnofeudatari” legati al bitcoin, ai fondi hedge, agli etf, alla speculazione più speculativa che ci sia, oltre che per dar ossigeno ai debitori (ossia la stragrande maggioranza degli statunitensi stretti tra mutui e assicurazioni private) in vista delle elezioni midterm.

Meloni vuole farsi rappresentante del Trumpismo in Italia (ossia obbedisce fedelmente a ogni ordine da oltreoceano), mente il centro-sinistra è espressione degli stessi interessi rappresentati dal Partito Democratico statunitense. Il parlamento è composto da rappresentanti della cosiddetta borghesia compradora, ossia coloro che ci guadagnano personalmente dalla sottomissione dell’Italia all’imperialismo USA, a discapito dei lavoratori che ci rimettono in termini di salari reali e della piccola borghesia sempre più proletarizzata.

Se Trump riesce nel suo progetto, la bolla delle big tech (strettamente legata alle big three) scoppierà. Per questo hanno scelto come via d’uscita la creazione di una nuova bolla su cui speculare: il riarmo europeo. Quindi, Trump si leva di torno i suoi nemici e loro trovano una nuova bolla: un compromesso all’interno della finanza statunitense che danneggia i lavoratori italiani.

L’Unione Europea è l’espressione politica di questa subalternità. Il patto di stabilità ci impone di privatizzare (così che la finanza possa guadagnare anche su ciò che in passato era pubblico) mentre viene sabotato ogni negoziato di pace per l’Ucraina: l’aumento dei costi dell’energia accelera la de-industrializzazione. Allo stesso tempo la NATO (a guida USA) ci impone di aumentare esponenzialmente le spese belliche, così che lo Stato debba trasferire le risorse da ospedali, scuole, università, pensioni ecc. (tutto sostituito da servizi “offerti” dalle Big Three, come la destinazione dei fondi del TFR ai fondi d’investimento privati) al settore bellico (su cui le Big Three faranno enormi profitti, oltre che alla speculazione sul prezzo delle azioni).

Per rompere questo circolo vizioso è necessario spezzare il suo perno: il dollaro. Il predominio del dollaro è difeso dalla potenza militare USA la quale è garantita dal predominio del dollaro. Gli USA non potrebbero spendere 1000 miliardi all’anno nell’esercito e indebitarsi sempre di più senza il sostegno del dollaro come moneta del commercio internazionale e di riserva delle banche e il dollaro non potrebbe svolgere queste funzioni senza essere sostenuto dal bellicismo statunitense contro chi prova ad opporsi.

Ma ecco un dato importantissimo di cui i nostri media non parlano mai: il mondo si sta gradualmente dedollarizzando. Se nel 2014 il 63% delle riserve valutarie mondiali erano in dollari, questa quota è scesa al 57% nel 2025. Il sistema di pagamento cinese CIPS (alternativo al sistema SWIFT dominato dal dollaro) ha avuto un volume di transazioni nel 2025 di 190 trilioni di Yuan (26 trilioni di dollari). La Cina ha usato lo Yuan per il 53% del valore del suo commercio internazionale nel 2025, con un picco del 95% nel commercio russo-cinese in rubli o yuan. I BRICS+ hanno progettato il sistema BRICS Pay per favorire l’uso delle valute nazionali a discapito del dollaro, di cui lo Yuan è il massimo esempio rappresentando l’8,5% del commercio internazionale nel 2025. Se l’Italia si unisse negli sforzi globali di dedollarizzazione infliggerebbe un duro colpo all’imperialismo USA che ci impone più cannoni e meno burro.

Quindi, se vogliamo uscire dall’economia di guerra dobbiamo liberare l’Italia colpendo i nodi dell’imperialismo statunitense: la NATO, la UE e il dollaro.

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About Federico Giusti

Federico Giusti è delegato CUB nel settore pubblico, collabora coi periodici Cumpanis, La Città futura, Lotta Continua ed è attivo sui temi del diritto del lavoro, dell'anticapitalismo, dell'antimilitarismo.