Dal rapporto CNEL emerge la debolezza sindacale nella gestione del welfare aziendale, mentre gli accordi di secondo livello, con sgravi fiscali e deroghe, svuotano salari e welfare pubblico.

Occorre osservare come il Cnel, XXIV Rapporto Mercato del lavoro e contrattazione collettiva (p. 200), abbia rilevato che, negli accordi aziendali esaminati, «non sempre è specificato che [e, soprattutto, se] è stata fatta un’analisi dei fabbisogni di lavoratrici e lavoratori rispetto ai piani di welfare. In alcuni territori, analizzando in modo parallelo accordi di welfare anche di settori diversi, si riconosce facilmente l’esistenza di un modello unico preparato da parte delle Associazioni imprenditoriali e assunto poi come modalità operativa anche dalle organizzazioni sindacali». Si tratta di un elemento che, a parere degli Autori, riflette «la fatica delle Organizzazioni sindacali ad elaborare una posizione unitaria attorno a questo tema e, una volta istituito il welfare, la loro fatica a svolgere un ruolo attivo nella sua gestione».
Proviamo ad andare direttamente al cuore del problema iniziando da una provocazione? È possibile oggi difendere e soprattutto, visti i limiti riscontrati, ampliare lo stato sociale senza liberarsi dai condizionamenti e dagli interessi nel welfare aziendale, della previdenza e nella sanità integrativa? O detto in maniera brutale, se difendi il welfare aziendale tutelerai veramente quello universale?
Ancora una volta ci imbattiamo nelle contraddizioni intrinseche al sindacato, del resto è proprio la contrattazione nazionale di categoria l’ambito da cui è partita la previdenza complementare e l’assistenza sanitaria integrativa con tanto di finanziamento dei fondi di settore a mero discapito di aumenti retributivi dignitosi.
E se cogestisci, come sindacato nazionale, il fondo previdenziale collegato alla sanità integrativa, potrai rivendicare il finanziamento esclusivo al Servizio Sanitario Nazionale o comunque dare allo stesso priorità rispetto al privato in convenzione?
È bene sapere che in circa un terzo dei CCNL rinnovati negli ultimi due o tre anni il ricorso al welfare aziendale è stato un elemento comune e costante che si è portato dietro il potenziamento della contrattazione di secondo livello tanto caro alla Cisl che a sua volta comporta per le aziende rilevanti sgravi fiscali ma anche pericolose concessioni come le deroghe ai contratti nazionali stessi su materie rilevanti quali orari, precariato e carichi di lavoro. E quella contrattazione di secondo livello piace ai datori perché i premi sono soggetti a sgravi fiscali e in cambio di pochi euro si strappano condizioni favorevoli nella gestione del personale. E proprio qui arriva il cortocircuito per il sindacato, dalla accettazione del welfare aziendale e dal considerare il secondo livello di contrattazione quasi preponderante rispetto al primo.
Ogni qual volta si parla di accordi di secondo livello viene spiegato che l’obiettivo sindacale è la tutela del potere d’acquisto ridimensionando altre ragioni come le agevolazioni fiscali o l’incremento della produttività ottenuta quasi a costo zero. Fatto sta che nell’arco di pochi anni non c’è contratto che non preveda espliciti parti dedicate al welfare aziendale, anzi ogni CCNL prevede «per ogni dipendente, una quota da spendere liberamente in prestazioni previste dalla normativa sul welfare aziendale e in fringe benefit».
In questi anni i salari hanno perso potere di acquisto, non siamo noi a dirlo ma perfino Confindustria, allo stesso tempo il welfare universale è stato progressivamente impoverito e depotenziato, sono venuti meno tante risorse economiche e le politiche di austerità si sono abbattute sui servizi con tagli al personale.
Ed è per questi motivi che il welfare ha iniziato a perdere colpi senza riuscire offrire risposte a tutti i soggetti sociali bisognosi mentre il sindacato, a sua volta, rinunciava a difendere fino in fondo lo stato sociale per dedicarsi alla previdenza integrativa, alla sanità integrativa pensando che alla fine la scelta del welfare aziendale rappresentasse una sorta di male minore.
Miopia ma anche rassegnazione, un pragmatismo senza ideali e senza costrutto, incapacità di documentarsi e di leggere la realtà portano al trionfo della cultura del meno peggio senza permettere una effettiva analisi degli interessi in gioco.
E anche in queste settimane antecedenti al referendum non c’è traccia di alcuna autocritica, la sanità integrativa è ad esempio lo strumento migliore per ridimensionare e privatizzare progressivamente il Servizio Sanitario Nazionale. E anche ammettendo la bontà del welfare aziendale, lo stesso dovrebbe essere una misura non sostitutiva di quello universale o sostituirsi alla elargizione di aumenti stipendiali o prestarsi come strumento per far pagare meno tasse alle aziende e rafforzare il sistema delle deroghe attraverso il secondo livello di contrattazione.
E un sindacato credibile con l’intento di tutelare potere di acquisto e di contrattazione non può eludere questioni così importanti anzi dovrebbe fare due conti sulla effettiva convenienza per i lavoratori del welfare aziendale ma non prima di avere calcolato quanto danno si reca allo stato sociale universale rafforzando il welfare aziendale.
E poi dovremmo capire il reale costo a carico della parte datoriale che beneficia di sgravi e fiscali di vario genere e su alcuni benefit in natura o in servizi elargiti al posto degli aumenti potrebbe trarre ulteriore profitto.
E sempre un sindacato trasparente e conflittuale dovrebbe aprire un confronto reale sulle misure di welfare che poi cambiano da settore a settore, e spesso da azienda ad azienda o perfino in base ai territori, ci pare evidente che non serva solo una piccola autocritica ma una decisa inversione di tendenza che potrebbe costare la rinuncia ad alcuni interessi materiali (per le strutture sindacali) che si celano dietro al welfare aziendale e alla sua stessa cogestione con la parte datoriale.
CLICCA QUI PER LA PAGINA FACEBOOK
Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte e del link originale.