Criptovalute e bancor

Atti del seminario “Il ruolo del Brics+ nella transizione verso l’ordine multipolare”. Relazione del 26 novembre 2024 del dr Raffaele Picarelli.

Atti del seminario “Il ruolo del Brics+ nella transizione verso l’ordine multipolare”

Criptovalute e bancor

Relazione del 26 novembre 2024 del dr Raffaele Picarelli

Criptovalute

Trump lo scorso luglio a Nashville ha dichiarato che avrebbe reso gli USA l’hub mondiale delle criptovalute. Anche Putin a Kazan ha dichiarato di voler inserire i bitcoin nei sistemi di pagamento dei Brics per gestire i trasferimenti transfrontalieri intra Brics.

Le nuove tecnologie favorite dai progressi della crittografia – ovvero dall’applicazione di metodi che servono a rendere un messaggio comprensibile/utilizzabile solo a persone autorizzate a leggerlo – e dall’evoluzione di internet, stanno determinando un cambiamento radicale nel settore finanziario.

Risultato dell’applicazione della tecnologia digitale al settore finanziario è la nascita delle criptovalute, la più importante delle quali è il bitcoin.

La criptovaluta è una valuta nascosta, nel senso di essere visibile/utilizzabile solo conoscendo un determinato codice informatico (“chiave di accesso”).

È una valuta virtuale nel senso che non esiste in forma fisica e si genera e si scambia esclusivamente per via telematica.

Il bitcoin è poi una moneta virtuale bidirezionale in quanto può essere facilmente convertita con le principali valute e viceversa.

Elementi costitutivi delle criptovalute sono:

1) un insieme di regole (detto “protocollo”), cioè un codice informatico che specifica il modo in cui i partecipanti possono effettuare le transazioni;

2) una sorta di “libro mastro” che conserva immodificabilmente la storia delle transazioni. È questa la tecnologia “blockchain”, vale a dire una serie di blocchi, una catena di blocchi, una sorta di registro accessibile crittograficamente, distribuito, immutabile e decentralizzato dove vengono registrate le transazioni.

La blockchain registra le transazioni in bitcoin in ordine cronologico.

Ogni blocco è identificato da un codice, contiene le informazioni di una serie di transazioni, e contiene il codice del blocco precedente in modo che sia possibile ripercorrere la catena all’indietro, fino al blocco originario (una sorta di DNA delle transazioni in bitcoin).

I partecipanti al sistema, detti “nodi”, sono connessi tra loro in maniera distribuita: tutti i nodi della rete memorizzano tutti i blocchi e quindi l’intera blockchain.

Ogni volta che il blocco di una blockchain viene riempito, viene chiuso, validato, cioè autenticato.

La catena, come detto, è crittografata.

Ogni volta che il blocco viene riempito il sistema si occupa di convalidare questa transazione con un’operazione complessa eseguita da macchine.

Quindi, la protagonista rimane la crittografia: la criptovaluta è una valuta basata su crittografia, completamente indipendente, trasparente.

La crittografia funge da autentificatore.

La validazione dei blocchi, il bitcoin, le criptovalute e la loro emissione sono legati alla soluzione di complicatissimi problemi di calcolo algoritmico, attraverso macchine con grande potenza di calcolo assai dispendiose in termini di consumo di energia elettrica (attività di mining).

Il numero di unità di criptovaluta che possono essere prodotte è limitato. Quindi la creazione di nuove criptovalute è contenuta e si riduce nel tempo (“rarità” crescente della criptovaluta).

Ne consegue che un numero crescente di transazioni in criptovalute comporterà un incremento del loro valore.

Un’altra cosa: le monete virtuali, le criptovalute, non sono regolate da enti centrali governativi, ma sono generalmente emesse e controllate dal soggetto emittente secondo regole proprie, a cui i membri della comunità di riferimento accettano di aderire. È questa la circolazione parallela delle valute virtuali.

Chiunque può creare una criptovaluta, quindi in qualsiasi momento ci possono essere diverse criptovalute in circolazione.

Per creare e distribuire criptovalute si può ricorrere ad una “Initial Coin Offering” (ICO).

Si tratta di un meccanismo finalizzato alla raccolta di fondi necessari al finanziamento imprenditoriale in maniera simile all’IPO (Initial Public Offering) azionaria. l’ICO implica l’emissione di “coin” o “token” digitali in luogo di azioni.

I token vengono offerti agli investitori che procedono ad acquistarli contro cash (USD, euro) oppure contro criptovalute.

Perché c’è interesse attorno a queste innovazioni valutarie?

Intanto perché ci sono tanti investitori, e anche perché in USA e altrove ci si è accorti che è un asset strategico (oltre che ad alto rischio). 

La competizione tra potenze ha riguardato e riguarda anche le criptovalute: ognuno cerca di collezionare più criptovalute possibili, più bitcoin possibili nei portafogli governativi.

Nel settore sono intervenuti massicciamente i Fondi di investimento (in particolare BlackRock) che stanno collezionando molti bitcoin. Cina e USA hanno le maggiori riserve.

Il bitcoin può configurarsi come un’alternativa pericolosa per il dollaro?

Molti ritengono di sì perché il sistema delle criptovalute è pericoloso per il dollaro, in quanto esse sono indipendenti, decentralizzate, non dipendono dallo Swift, sono immuni da qualsiasi tipo di sanzioni.

La Russia ha utilizzato le criptovalute per eludere le sanzioni, così anche l’Iran. La Cina usa anche criptovalute nei rapporti con la Russia perché così facendo elude le sanzioni secondarie.

Arriviamo allora ai Brics. Ci sono ampie possibilità che i Brics si muovano e si rivelino favorevoli alle criptovalute. Già da qualche tempo l’esperta Elham Makdoum ed altri sostengono che i Brics dovrebbero adottare una finanza decentralizzata e il bitcoin come valuta comune dei Brics. I Brics dovrebbero realizzare una criptovaluta completamente staccata dalla finanza tradizionale, neppure collegata a un paniere di valute nazionali: una criptovaluta basata su una riserva di bitcoin, che rappresenta la più stabile delle criptovalute.

L’Iran da tempo usa le criptovalute per finanziare l’asse della Resistenza e per commerciare.

La Russia usa le criptovalute per difendersi dalla guerra economica dell’Occidente, ma anche in senso offensivo (progetto Petro in Venezuela).

La Russia inoltre ha testato la possibilità di creare una criptovaluta basata sul petrolio.

Secondo l’autrice sopracitata collegare la criptovaluta a un pavimento di beni reali espone alla destabilizzazione da parte di USA e Occidente. Bisognerebbe invece creare un sistema non ancorato a nulla, decentralizzato. Tale sistema metterebbe al riparo, ma con un solo limite: un attacco al 51% che USA e Occidente potrebbero perseguire per indebolire la valuta comune espressa in criptovaluta.

Tra i paesi Brics i cinesi hanno un sistema di macchine che possiedono una potenza di calcolo spaventosa. La Russia poi, insieme ad altri, dispone di una grande quantità di gas naturale che serve a produrre l’energia utilizzata dai “miners”, i “minatori”, vale a dire gli estrattori di token.

L’imperativo è racimolare bitcoin, che è la cripto più stabile, da mettere a base della valuta comune in criptovaluta.

È molto più lungimirante puntare sulle criptovalute e abbandonare una valuta composta da un paniere di valute come R5.  È questo che sostengono i menzionati esperti di criptovalute.

Per quanto detto la criptovaluta è pure diversa dalle valute digitali (rublo digitale, ad esempio) che rimangono nel sistema tradizionale, sono garantite dalle Banche Centrali, al pari della moneta circolante, e, proprio per questi elementi comuni, sono soggette a destabilizzazione.

In conclusione, sappiamo che la Cina ha molti bitcoin, gli USA ne fanno incetta, l’Iran ne ha molti ed anche gli E.A.U. e la Russia.

Bancor

Moneta internazionale di conto, la cui creazione era stata proposta da Keynes nell’ambito delle proposte che portarono agli accordi di Bretton Woods nel luglio del 1944 che fissarono le regole della nuova fase economica, finanziaria e valutaria che si sarebbe aperta al termine della II Guerra mondiale. La valuta proposta avrebbe dovuto assumere denominazione di “bancor” (banqueor, oro di banca).

L’idea di Keynes era quella di istituire un’”International Clearing Union” (ICU) che consentisse di compensare il saldo attivo della bilancia dei pagamenti nei confronti di uno Stato con il saldo passivo nei confronti di un altro Stato.

Secondo Keynes quello che contava era però il saldo complessivo di uno Stato nei confronti del resto del mondo e non verso un singolo paese.

Questo strumento di compensazione avrebbe impedito di tenere immobilizzate le entrate derivanti da una bilancia in surplus e di ridurre anzitempo le importazioni dal paese con cui si era in deficit al fine di riequilibrare la bilancia bilaterale dei pagamenti.

Al momento dell’avvio della sua attività operativa l’ICU avrebbe concesso un’apertura di credito a tutti i paesi partecipanti, di dimensioni pari al 50% della media del loro commercio internazionale nei cinque anni precedenti il conflitto mondiale e il suo valore avrebbe rappresentato anche la quota-indice di partecipazione di ciascun paese al meccanismo di compensazione.

L’apertura di credito sarebbe stata denominata in una unità di conto che sarebbe stata chiamata “bancor”: questa denominazione è quella cui si fa più spesso riferimento quando si parla del piano Keynes per una moneta mondiale.

Il suo valore, fisso ma aggiustabile, sarebbe stato espresso in una determinata quantità di oro, fino ad allora il principale strumento di garanzia dei pagamenti internazionali e di compensazione dei saldi delle bilance dei pagamenti.

Keynes pensava però ad una progressiva riduzione del ruolo dell’oro negli scambi commerciali mondiali e prevedeva la possibilità di vendere oro per saldare i propri debiti nei confronti del Clearing, ma non di utilizzare l’apertura di credito per acquistare oro.

L’unità di conto avrebbe costituito unicamente lo strumento in base al quale, alla fine di ciascun anno, si sarebbero dovuti saldare i crediti e i debiti derivanti dagli scambi commerciali.

L’apertura di credito concessa ai paesi partecipanti al meccanismo di compensazione sarebbe stata vantaggiosa, soprattutto per quelli che, dopo il conflitto, avrebbero avuto bisogno di importare più di quello che sarebbero riusciti ad esportare per sopperire alla necessità di sostenere la ricostruzione della propria economia.

Per quanto riguarda i meccanismi di aggiustamento dei saldi passivi o attivi, le idee di Keynes erano molto innovative e attuali.

L’idea di Keynes era quella di ripartire l’onere dell’aggiustamento della bilancia dei pagamenti – che nel medio lungo/periodo avrebbe dovuto essere in pareggio – sia sui paesi creditori che su quelli debitori e questo perché, fino ad allora, l’onere dell’aggiustamento aveva pesato unicamente sui paesi debitori.

Infatti, la preoccupazione di Keynes era l’insufficienza della domanda, interna ed internazionale, che poteva manifestarsi con il fatto che i paesi con una bilancia attiva non spendessero il surplus in nuovi acquisti, deprimendo così la domanda di beni e servizi sul mercato mondiale.

Il progetto keynesiano prevedeva pertanto un incentivo all’aggiustamento dei conti con l’estero, assimilabile ad una sorta di tassa da applicarsi ai paesi il cui surplus con l’estero avesse superato una certa soglia: in particolare un paese in surplus avrebbe pagato l’interesse pari al 5% e al 10% sui crediti eccedenti, rispettivamente il 25% e il 50% della propria quota di partecipazione al Clearing.

Inoltre sia i paesi in surplus sia quelli in deficit – questi ultimi in misura crescente con il debito – avrebbero pagato un interesse sia sullo scoperto sia sull’eccesso di crediti nei confronti del Clearing. In aggiunta a questa misura, il piano di Keynes prevedeva che se il deficit di un paese avesse superato il 25% del valore della propria quota di partecipazione al Clearing, esso avrebbe avuto la facoltà di svalutare del 5% la propria moneta (oppure vendere all’ICU oro delle sue riserve e/o proibire l’esportazione di capitali).

L’opposto si sarebbe verificato per i paesi in surplus. Anzi per questi ultimi il piano keynesiano prevedeva addirittura la confisca del surplus che avesse superato la propria quota di partecipazione.

Queste risorse sarebbero servite a finanziare il Fondo di Riserva.

La proposta di Keynes in sostanza mirava all’introduzione di istituzioni multilaterali che consentissero l’aggiustamento di squilibri nella bilancia dei pagamenti, per così dire, verso l’alto, cioè meccanismi che non fossero fondati unicamente sulla contrazione dell’attività produttiva e quindi delle importazioni da parte dei paesi in deficit, bensì attraverso, da un lato, l’espansione dell’attività produttiva e delle importazioni da parte dei paesi in surplus e, dall’altro, il lasso di tempo concesso ai paesi in deficit di procedere ad una graduale riduzione delle importazioni ed un aumento delle esportazioni.

Quanto previsto da Keynes con il suo piano presupponeva che il mercato non potesse speculare sulla valuta di un paese che si fosse trovato in deficit (o in surplus) e non aggravasse eccessivamente le difficoltà di quest’ultimo, in modo da dargli il tempo di affrontare le cause reali del suo deficit (o surplus) con l’estero e non le sue cause finanziarie alimentate dalla speculazione.

Per questa ragione Keynes aveva previsto che il movimento dei capitali dovesse essere strettamente controllato. Erano ammessi solo movimenti di capitale giustificati in investimenti in attivo fisso nel resto del mondo e quindi suscettibili di stimolare una nuova domanda di beni e servizi e una futura produzione di beni.

I fondatori del “Clearing” dovevano essere USA e Regno Unito e solo successivamente questo sarebbe stato aperto all’adesione di altri paesi.

Il superamento degli Accordi di Bretton Woods

Agosto 1971, l’ordine monetario mondiale progettato a Bretton Woods. a seguito della decisione del presidente Usa Richard Nixon, giunge al termine[1] e ad esso è subentrato un nuovo ordine monetario fondato sulla valuta nazionale di un paese sovrano: il dollaro statunitense.

In quel momento, da parte europea e degli altri paesi che più partecipavano agli scambi commerciali mondiali, è mancata la volontà di opporsi, con una proposta alternativa, a quanto stava avvenendo.

D’altro lato, gli USA fornivano ai loro alleati, principali utilizzatori del dollaro come mezzo di pagamento degli scambi commerciali mondiali, un bene pubblico universale che questi non erano in grado di fornire: la sicurezza, attraverso la potenza militare e tecnologica.

Il citato Robert Triffin, ispiratore dell’Unione monetaria europea però si rese conto subito che un sistema monetario internazionale fondato sulla moneta di uno Stato avrebbe portato con sé una contraddizione – da allora nota come “dilemma di Triffin” – che ne avrebbe minato la solidità.

Egli sostenne che, se una valuta nazionale viene utilizzata come mezzo di finanziamento degli scambi commerciali, è necessario che il paese che la emette abbia un deficit strutturale nella bilancia dei pagamenti, una condizione che nel lungo periodo, avrebbe indebolito la fiducia nei suoi confronti. Triffin cercò una soluzione alternativa all’uso del dollaro americano e propose l’introduzione di una valuta, i Diritti Speciali di Prelievo (DSP), unità di conto del FMI, composta da un paniere delle monete allora maggiormente utilizzate negli scambi mondiali: il dollaro Usa, lo yen, la sterlina, il dollaro canadese, il franco francese, il marco tedesco, queste ultime sostituite nel 1999 dall’euro.

È nota e degna di autonomo approfondimento la questione della iniqua distribuzione dei DSP da parte del FMI, proprio perché iniquamente composto, e la resistenza del Fondo stesso, in cui gli USA dispongono della minoranza di blocco[2], all’emissione di quantità più elevate di tale valuta. E ciò naturalmente a tutela del privilegio del dollaro.

Per analizzare la possibilità di un ordine monetario mondiale che superi l’exorbitant privilege degli USA e la pressione deflazionistica esercitata sulla domanda mondiale dall’accumulo di riserve inutilizzate da parte della Cina, occorre esaminarlo nella dimensione economica e in quella politico istituzionale.

Keynes, con la sua proposta, mette in luce due aspetti della dimensione economica del problema. Da un lato, pone in discussione il fatto che per finanziare gli scambi mondiali si debba necessariamente ricorrere a una moneta, nel senso tradizionale del termine. La sua idea, infatti, è che sia sufficiente una semplice unità di conto, con riferimento alla quale si contabilizzino e si attivi la compensazione degli scambi commerciali. Dall’altro insiste soprattutto sull’importanza delle regole che devono presiedere l’aggiustamento delle bilance dei pagamenti.

In effetti delle tre funzioni classiche attribuite alla moneta internazionale, vale a dire: unità di misura, mezzo di pagamento e strumento di riserva di valore (capitali), quello che lo preoccupava di più era la terza.

La funzione di riserva di valore è stata sempre un elemento di tensione nei rapporti internazionali.

È stato così quando la riserva di valore era l’oro e lo è oggi che la principale riserva di valore è il dollaro (grafico 1), anche se le motivazioni sono opposte.

La proposta di Keynes, nella sua semplicità, di fatto sosteneva di promuovere un ordine monetario internazionale che funzionasse senza che vi fosse una moneta utilizzata come riserva di valore.

Secondo lo schema keynesiano l’individuazione delle modalità di finanziamento degli scambi commerciali mondiali è condizione necessaria ma non sufficiente per la fondazione di un nuovo ordine monetario mondiale. Quest’ultimo presuppone soprattutto un accordo mondiale sui meccanismi di aggiustamento degli squilibri delle bilance dei pagamenti.

Il piano keynesiano presupponeva come condizione per il funzionamento della sua proposta la simmetria dell’onere di aggiustamento e non l’asimmetria che caratterizza tuttora il sistema nato a Bretton Woods e che fa pesare il costo dell’aggiustamento unicamente sui paesi in deficit, con la rilevante eccezione del paese a valuta di riserva.

Raffaele Picarelli

Firenze, 26 novembre 2024


[1] L’amministrazione Nixon decide di sospendere la convertibilità del dollaro in oro e le parità fisse fra le divise, passando ad un sistema di cambi fluttuanti

[2] Gli Stati Uniti, pur essendo sottorappresentati in termini di diritti di voto rispetto al suo ruolo nell’economia mondiale, circa il 25%, con il suo 16,5% detiene un sostanziale diritto di veto sulle decisioni più importanti del Fondo, le quali necessitano della maggioranza qualificata dell’85% dei voti

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About Andrea Vento

Andrea Vento, docente di geografia economica presso l’Istituto Tecnico Commerciale «Antonio Pacinotti» di Pisa, si è laureato nel 1988 presso la facoltà di lettere e filosofia dell’Università di Pisa con corso di laurea in geografia e tesi in geografia economica. Appassionato di geopolitica e relazioni internazionali, con particolare predilezione per il Medio Oriente e l’America latina, ha focalizzato le proprie ricerche e la propria attività sull’analisi di specifiche tematiche di carattere geoeconomico e geopolitico. Al centro del suo lavoro vi è il tentativo di ampliare - tramite scritti e conferenze - la conoscenza di particolari sfere economico-geografiche del mondo attuale. Nel 2013 - assieme ad alcuni colleghi - ha fondato il GIGA (Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati).