La Cina «non compra» i chip Nvidia. Perché alcuni negli Stati Uniti sono così inquieti?

Le presunte difficoltà di vendita dei chip Nvidia in Cina rivelano le contraddizioni dei controlli statunitensi sulle esportazioni. Dopo anni di restrizioni, le imprese cinesi valutano sicurezza e continuità delle forniture, mentre Washington cerca di preservare mercati e vantaggi tecnologici.

Global Times – 6 novembre 2026

Reuters ha recentemente citato «persone a conoscenza della questione», secondo le quali circa 600.000 chip Nvidia H200 si sarebbero accumulati a Hong Kong in attesa di essere spediti nella Cina continentale, poiché le autorità cinesi non ne avrebbero autorizzato lo sdoganamento. Sebbene né il governo cinese, né quello statunitense, né Nvidia abbiano confermato la notizia, questa ha già mandato in agitazione alcuni ambienti degli Stati Uniti. Alcuni esperti di centri studi statunitensi hanno dichiarato di trovare «alquanto enigmatico» l’atteggiamento tanto prudente della Cina nei confronti di Nvidia, mentre alcuni organi di informazione hanno sostenuto che la Cina «si sta imponendo restrizioni da sola».

A giudicare dalle reazioni di alcuni negli Stati Uniti, sembra che abbiano dimenticato chi abbia imposto per primo le sanzioni. Nel 2022, Washington ha introdotto controlli sulle esportazioni di chip avanzati destinati alla Cina con il pretesto della «sicurezza nazionale», inserendo immediatamente i chip più avanzati di Nvidia nell’elenco dei prodotti di cui era vietata la vendita alla Cina. Da allora, queste restrizioni sono state progressivamente inasprite. Oggi i controlli sono stati estesi non soltanto alle società affiliate e alle controllate estere delle imprese cinesi soggette a restrizioni, ma anche i canali alternativi per accedere a capacità di calcolo avanzate, attraverso il noleggio di servizi cloud all’estero, sono sottoposti a crescenti pressioni.

Alcuni politici statunitensi hanno persino dichiarato apertamente che alla Cina non debba essere lasciato alcun margine di respiro, sostenendo che occorra impedirle di ottenere anche chip con capacità di elaborazione ridotte. Perché, allora, alcuni negli Stati Uniti si agitano quando la Cina acquista chip Nvidia, ma si agitano altrettanto quando sceglie di non acquistarli?

Un tempo Nvidia deteneva una posizione nettamente dominante nel mercato cinese dei chip per l’intelligenza artificiale. Tuttavia, le successive ondate di controlli statunitensi sulle esportazioni hanno direttamente ridotto la sua quota di mercato in Cina a circa il 30 per cento del livello precedente. La decisione di Washington di allentare le restrizioni sulle licenze di esportazione dei chip H200 verso la Cina rappresenta, in sostanza, un tentativo di trovare acquirenti per prodotti già usciti dalle linee di produzione, ma ormai indietro di due generazioni rispetto ai chip più avanzati. Il mercato cinese, però, non si è precipitato ad acquistarli nelle quantità previste da Washington.

Con grandi quantità di chip bloccate nei canali distributivi, aumentano inevitabilmente le pressioni sulle imprese interessate, tanto sul fronte delle scorte quanto su quello dei ricavi. È comprensibile che le istituzioni statunitensi che speravano di finanziare in parte il ritorno della produzione di semiconduttori negli Stati Uniti attraverso la vendita alla Cina di versioni depotenziate dei chip facciano ora fatica a mantenere la calma.

Dietro questo ragionamento, diffuso in alcuni ambienti statunitensi, si cela un calcolo strategico più profondo: vendendo alla Cina chip relativamente superati, gli Stati Uniti sperano di mantenere le imprese cinesi vincolate all’ecosistema tecnologico esistente, rallentare lo sviluppo e il perfezionamento dei chip di produzione nazionale e conservare un divario tecnologico stabile tra i due Paesi. Evidentemente presumevano che un lieve allentamento delle restrizioni avrebbe scatenato una corsa agli acquisti in Cina. Ma il mercato cinese non si trova più nella fase in cui deve acquistare qualsiasi prodotto gli Stati Uniti decidano di mettere a disposizione.

Quando acquistano chip, le imprese devono considerare anzitutto la stabilità delle forniture nel lungo periodo, la sostenibilità dei percorsi di sviluppo tecnologico e la sicurezza e la possibilità di controllo delle catene di approvvigionamento. Le misure adottate negli ultimi anni da alcuni attori statunitensi hanno modificato radicalmente il modo in cui le imprese cinesi prendono le proprie decisioni di acquisto. Aspettarsi che ignorino questi rischi e riprendano gli acquisti su vasta scala contraddice semplicemente i principi più elementari della logica commerciale.

In definitiva, oggi non è il mercato cinese a essere in apprensione. Lo sviluppo del settore cinese della capacità di calcolo negli ultimi anni ha dimostrato che un percorso tecnologico indipendente può fornire risorse di calcolo sufficienti a sostenere la crescita industriale. Anziché sollecitare ripetutamente la Cina ad acquistare chip statunitensi, alcuni negli Stati Uniti farebbero bene a riconoscere una realtà fondamentale: il panorama mondiale dei semiconduttori è cambiato. Qualsiasi tentativo di utilizzare i controlli sulle esportazioni per escludere altri Paesi dal progresso tecnologico finirà per ritorcersi contro chi impone le restrizioni.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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