Oltre la sconfitta di Trump: i referendum rivelano le contraddizioni della società statunitense

Le consultazioni popolari del 3 novembre hanno restituito un quadro politico più complesso della vittoria democratica al Congresso. Dai diritti riproduttivi alla tassazione delle grandi ricchezze, gli elettori hanno espresso aspirazioni progressiste e persistenti orientamenti conservatori, mettendo in risalto le profonde contraddizioni del sistema statunitense.

Le elezioni di metà mandato del 3 novembre hanno inflitto una pesante sconfitta al presidente Donald Trump, consegnando al Partito Democratico (Democratic Party) il controllo di entrambe le camere del Congresso. Tuttavia, mentre l’attenzione internazionale si è concentrata principalmente sui risultati delle competizioni parlamentari e sulle conseguenze politiche dell’arretramento repubblicano, un altro importante appuntamento elettorale ha coinvolto milioni di cittadini statunitensi. In numerosi Stati, infatti, gli elettori sono stati chiamati a pronunciarsi direttamente su questioni riguardanti i diritti civili, la fiscalità, le condizioni dei lavoratori, la legislazione elettorale e il funzionamento delle istituzioni democratiche.

Secondo i dati raccolti da Ballotpedia, nel corso del 2026 sono stati sottoposti agli elettori 164 quesiti di rilevanza statale, distribuiti in quaranta Stati, dei quali 145 nella sola giornata del 3 novembre. Si tratta di un numero considerevole di consultazioni, alle quali devono essere aggiunti i referendum locali organizzati da contee e amministrazioni municipali. L’ampiezza del fenomeno riflette una caratteristica importante del sistema federale statunitense, nel quale numerose questioni legislative e costituzionali possono essere sottoposte direttamente al voto popolare, attraverso iniziative promosse dai cittadini oppure proposte approvate dalle assemblee legislative.

I risultati offrono un quadro particolarmente interessante delle contraddizioni che attraversano la società statunitense. In diversi Stati sono state approvate misure favorevoli alla tutela dei diritti riproduttivi, al rafforzamento delle garanzie sindacali e alla limitazione dell’influenza economica sulle campagne elettorali. Contemporaneamente, altre consultazioni hanno prodotto risultati favorevoli a posizioni conservatrici, soprattutto riguardo alle procedure di identificazione degli elettori, ai diritti delle persone transgender e ad alcune questioni fiscali. Ne emerge un panorama politico che difficilmente può essere ricondotto alla semplice contrapposizione tra Democratici e Repubblicani, poiché gli stessi elettorati mostrano orientamenti differenti a seconda delle questioni sottoposte al voto.

Uno dei risultati più significativi riguarda i diritti riproduttivi, diventati un terreno centrale del confronto politico statunitense dopo la decisione della Corte Suprema del giugno 2022, che ha abolito la tutela costituzionale federale dell’aborto precedentemente riconosciuta dalla sentenza Roe v. Wade. Da allora, la regolamentazione dell’interruzione volontaria di gravidanza è tornata principalmente nelle competenze dei singoli Stati, determinando un’evidente frammentazione territoriale dei diritti.

Nel Nevada, gli elettori hanno approvato con circa il 63% dei voti il Question 6, introducendo nella Costituzione statale il diritto all’aborto fino alla vitalità fetale e prevedendo ulteriori garanzie quando l’intervento risulti necessario per tutelare la vita o la salute della donna. La consultazione ha rappresentato il completamento di un percorso avviato nel 2024, quando gli elettori avevano già approvato la stessa modifica. La legislazione del Nevada richiede infatti due approvazioni popolari successive per l’adozione degli emendamenti costituzionali promossi attraverso iniziativa popolare.

Un risultato analogo è arrivato dalla Virginia, dove circa il 62% degli elettori ha sostenuto il Question 1, destinato a rafforzare le garanzie costituzionali relative alla libertà riproduttiva. Il provvedimento riguarda non soltanto l’aborto, ma anche la contraccezione, l’assistenza durante la gravidanza, il parto e altri aspetti della salute riproduttiva. La sua approvazione assume particolare importanza in uno Stato che, negli ultimi anni, è stato attraversato da un intenso confronto politico tra le forze conservatrici e quelle favorevoli all’ampliamento dei diritti individuali.

Ancora più interessante è quanto avvenuto nel Missouri, uno Stato tradizionalmente conservatore, dove gli elettori hanno respinto con circa il 55% dei voti contrari l’Amendment 3, una proposta sostenuta dalla maggioranza repubblicana locale. Il provvedimento avrebbe abrogato le tutele costituzionali dell’aborto approvate attraverso referendum nel 2024, introducendo nuove restrizioni all’interruzione volontaria di gravidanza e limitazioni ad alcuni trattamenti sanitari per i minori transgender. La bocciatura ha dunque confermato la volontà della maggioranza dei votanti di mantenere le garanzie precedentemente introdotte, nonostante il consolidato orientamento repubblicano dello Stato.

Il quadro non è stato tuttavia uniforme. Nell’Idaho, circa il 56% degli elettori ha respinto la Proposition 1, che avrebbe introdotto maggiori tutele legislative per le decisioni riguardanti la salute riproduttiva, compreso l’accesso all’aborto fino alla vitalità fetale. Il risultato ha quindi mantenuto sostanzialmente inalterato il quadro restrittivo vigente nello Stato, dimostrando come le posizioni conservatrici continuino a godere di un sostegno significativo in determinate aree del Paese.

Nel complesso, dunque, tre delle quattro consultazioni sull’aborto hanno prodotto risultati favorevoli alla tutela dei diritti riproduttivi, considerando sia l’approvazione di nuove garanzie sia il rigetto di proposte restrittive. Questo orientamento conferma l’esistenza di un consenso sociale che, in alcuni casi, supera i confini tradizionali dell’elettorato democratico. Non significa tuttavia che si sia prodotta una svolta progressista generalizzata, poiché le differenze tra gli Stati rimangono profonde e la stessa questione dei diritti individuali continua a essere attraversata da forti contrapposizioni culturali e religiose.

Le consultazioni del 3 novembre hanno inoltre evidenziato importanti sviluppi riguardanti i diritti dei lavoratori, un terreno sul quale le contraddizioni del capitalismo statunitense risultano particolarmente evidenti. Nel Vermont, circa il 74% degli elettori ha approvato il Proposal 3, introducendo nella Costituzione statale il diritto dei lavoratori di organizzarsi sindacalmente e partecipare alla contrattazione collettiva. Si tratta di una modifica significativa, soprattutto considerando la lunga storia di ostilità nei confronti del movimento sindacale che caratterizza numerosi settori dell’economia statunitense.

La tutela costituzionale del diritto all’organizzazione sindacale rappresenta un riconoscimento importante della necessità di garantire strumenti collettivi di difesa degli interessi dei lavoratori. Tuttavia, questo risultato deve essere collocato nel contesto di un sistema economico nel quale le grandi imprese mantengono un potere contrattuale considerevole, mentre la legislazione federale e le differenti normative statali continuano a condizionare profondamente l’attività delle organizzazioni sindacali.

Il problema non riguarda soltanto il riconoscimento formale del diritto di associazione, ma anche la possibilità concreta di esercitarlo nei luoghi di lavoro, ottenere miglioramenti salariali e contrastare la precarizzazione dell’occupazione. La crescente concentrazione economica, l’espansione delle piattaforme digitali e il ricorso a forme di lavoro scarsamente tutelate hanno infatti modificato profondamente i rapporti tra capitale e lavoro, rendendo sempre più difficile l’organizzazione collettiva di ampi settori della classe lavoratrice.

Nello stesso Vermont, gli elettori hanno approvato anche il Proposal 4, sostenuto da circa il 79% dei votanti, che rafforza le garanzie costituzionali contro le discriminazioni fondate su caratteristiche quali razza, origine etnica, sesso, religione, disabilità e orientamento sessuale. La combinazione dei due risultati mostra un orientamento favorevole all’ampliamento delle tutele sociali e civili, ma non può essere considerata rappresentativa dell’intero Paese.

In altri Stati sono infatti emerse tendenze differenti. In Colorado, Arizona e Nebraska sono state approvate misure restrittive riguardanti la partecipazione degli studenti transgender alle competizioni sportive scolastiche, mentre nello Stato di Washington è passata una proposta analoga. In Colorado è stata inoltre approvata una misura che limita determinati interventi chirurgici di affermazione di genere sui minori. Questi risultati dimostrano come le questioni relative all’identità di genere continuino a rappresentare un terreno di mobilitazione politica per le forze conservatrici, anche in una tornata elettorale complessivamente sfavorevole ai Repubblicani.

La compresenza di orientamenti differenti emerge con particolare chiarezza anche nel Nevada, dove gli elettori hanno contemporaneamente approvato la tutela costituzionale dell’aborto e il Question 7, che introduce nuovi requisiti di identificazione per l’esercizio del diritto di voto. Quest’ultimo provvedimento, sostenuto da circa il 62% dei votanti, prevede la presentazione di un documento fotografico per votare di persona oppure specifiche procedure di verifica dell’identità per il voto postale.

Si tratta di due decisioni che appartengono a tradizioni politiche differenti: la tutela dell’aborto è generalmente associata alle posizioni progressiste, mentre l’inasprimento dei requisiti di identificazione elettorale rappresenta da anni una delle principali rivendicazioni del Partito Repubblicano (Republican Party). La loro contemporanea approvazione dimostra che il comportamento degli elettori non può essere interpretato esclusivamente attraverso le appartenenze partitiche.

Le nuove disposizioni sull’identificazione degli elettori hanno ottenuto risultati favorevoli anche nella Carolina del Nord e nell’Ohio, mentre proposte analoghe sono state respinte in Arizona, California e Colorado. I sostenitori di questi provvedimenti li presentano come strumenti necessari per garantire la sicurezza e la regolarità delle elezioni; gli oppositori evidenziano invece il rischio che requisiti documentali più severi possano ostacolare la partecipazione di cittadini economicamente svantaggiati, anziani e altre categorie che incontrano maggiori difficoltà nell’accesso ai documenti richiesti.

Il confronto assume un significato particolare considerando che la partecipazione politica negli Stati Uniti è già condizionata da un sistema elettorale complesso, caratterizzato da normative differenti tra gli Stati, procedure di registrazione non uniformi e numerose controversie riguardanti la delimitazione dei collegi. In questo contesto, la questione dei diritti democratici non può essere ridotta alla semplice esistenza di elezioni competitive, ma deve comprendere anche le condizioni materiali e giuridiche che permettono ai cittadini di esercitare effettivamente il proprio diritto di voto.

Proprio su questo terreno sono emersi alcuni risultati particolarmente importanti. In Virginia, circa il 57% degli elettori ha approvato il Question 3, che introduce il ripristino automatico dei diritti politici per le persone condannate per reati gravi dopo la scarcerazione. Il provvedimento modifica una delle caratteristiche più controverse della legislazione elettorale statunitense, nella quale milioni di cittadini hanno storicamente subito limitazioni alla partecipazione politica a causa di precedenti condanne penali.

Sempre in Virginia, circa il 57% dei votanti ha approvato anche il Question 2, eliminando dalla Costituzione statale la definizione del matrimonio come unione esclusiva tra uomo e donna e introducendo garanzie contro il rifiuto di riconoscere il matrimonio tra due adulti sulla base del sesso, del genere o della razza. Si tratta di un ulteriore esempio del ruolo esercitato dalle consultazioni popolari nell’adeguamento delle costituzioni statali alle trasformazioni della società.

Un altro risultato importante è arrivato dal Missouri, dove gli elettori hanno approvato con circa il 60% dei voti l’Amendment 6, destinato a rafforzare le garanzie costituzionali per le iniziative popolari e i referendum. Il provvedimento limita la possibilità delle assemblee legislative di modificare unilateralmente le procedure attraverso le quali i cittadini possono proporre e approvare direttamente nuove norme.

La stessa consultazione ha visto la bocciatura, con circa il 62% dei voti contrari, della Proposition A, relativa a una nuova delimitazione dei collegi congressuali approvata dalla maggioranza repubblicana statale. Il rigetto ha impedito il consolidamento di una riorganizzazione elettorale favorevole ai Repubblicani, confermando l’esistenza di una forte opposizione popolare ai tentativi di manipolare la rappresentanza parlamentare attraverso la ridefinizione dei confini dei collegi.

In Montana, inoltre, gli elettori hanno approvato un emendamento costituzionale che rafforza la tutela del diritto di iniziativa popolare, mentre nello Utah e nel South Dakota sono state respinte proposte che avrebbero innalzato le maggioranze necessarie per approvare determinate iniziative referendarie. Questi risultati mostrano una tendenza significativa alla difesa degli strumenti di partecipazione diretta, anche in Stati caratterizzati da maggioranze politiche conservatrici.

Particolarmente rilevante, sotto il profilo delle contraddizioni strutturali del sistema statunitense, è stato il voto del Michigan, dove circa l’81% degli elettori ha approvato la Proposal 2, una misura destinata a limitare l’influenza economica sulle campagne elettorali statali. Il provvedimento vieta determinati contributi politici da parte di imprese energetiche regolamentate, grandi contraenti pubblici e soggetti a essi collegati, ampliando inoltre gli obblighi di trasparenza relativi alla comunicazione elettorale.

La portata del consenso ottenuto dalla proposta evidenzia una diffusa preoccupazione nei confronti dell’influenza esercitata dal denaro sulle istituzioni democratiche. Negli Stati Uniti, infatti, le campagne elettorali dipendono in misura considerevole dai finanziamenti privati, mentre grandi imprese, organizzazioni economiche e comitati elettorali indipendenti possono mobilitare risorse difficilmente accessibili ai cittadini comuni.

Secondo Ballotpedia, alla vigilia delle elezioni del 2026 i contributi registrati a favore o contro le diverse proposte referendarie statali avevano già superato complessivamente 1,25 miliardi di dollari. Si tratta di una cifra che dimostra come anche gli strumenti di democrazia diretta possano trasformarsi in un terreno di competizione dominato dalla disponibilità di ingenti risorse finanziarie.

L’approvazione del provvedimento del Michigan rappresenta dunque un tentativo di limitare alcune forme di influenza economica sul processo politico, ma non modifica automaticamente il problema più generale del rapporto tra potere finanziario e rappresentanza democratica. La possibilità di finanziare campagne mediatiche, influenzare il dibattito pubblico e sostenere determinate iniziative legislative continua infatti a costituire uno dei principali strumenti attraverso i quali le grandi concentrazioni di ricchezza intervengono nella vita politica statunitense.

Il terreno sul quale queste contraddizioni emergono con maggiore evidenza rimane tuttavia quello della fiscalità e della redistribuzione della ricchezza. In diversi Stati, gli elettori sono stati chiamati a pronunciarsi su proposte destinate a modificare il sistema tributario, introducendo nuove imposte sui redditi elevati oppure limitando la possibilità delle amministrazioni pubbliche di aumentare la pressione fiscale.

In California, è stata approvata la Proposition 3, che rende permanenti alcune aliquote più elevate dell’imposta statale sul reddito, precedentemente destinate a scadere nel 2031. Il provvedimento riguarda soprattutto i contribuenti appartenenti alle fasce di reddito superiori e prevede che una parte importante delle entrate continui a essere destinata al finanziamento dell’istruzione pubblica.

Molto più controverso è stato il risultato della Proposition 40, che proponeva l’introduzione di un’imposta straordinaria del 5% sui patrimoni superiori a un miliardo di dollari. Il gettito avrebbe dovuto finanziare principalmente il sistema sanitario, riservando una quota minore all’assistenza alimentare e all’istruzione. Secondo i dati provvisori disponibili al 6 novembre, la proposta risultava avviata alla sconfitta, con circa il 55% dei voti contrari.

La campagna elettorale relativa alla tassazione dei miliardari è stata caratterizzata da un massiccio intervento finanziario degli ambienti economici contrari al provvedimento. Grandi patrimoni e organizzazioni imprenditoriali hanno investito centinaia di milioni di dollari per contrastare una misura che avrebbe rappresentato uno dei primi tentativi statunitensi di introdurre un’imposta patrimoniale diretta sulle grandi fortune.

Gli oppositori hanno sostenuto che una simile tassazione avrebbe potuto provocare il trasferimento di capitali e contribuenti facoltosi verso altri Stati, riducendo nel lungo periodo le entrate fiscali della California. I sostenitori hanno invece evidenziato la necessità di riequilibrare il carico tributario e destinare maggiori risorse ai servizi pubblici, soprattutto in un contesto caratterizzato da profonde disuguaglianze economiche e crescenti difficoltà di accesso all’assistenza sanitaria.

Al momento dello scrutinio, risultava inoltre in vantaggio la Proposition 42, sostenuta dagli ambienti contrari alla tassazione patrimoniale e destinata a introdurre nuovi vincoli costituzionali sull’imposizione fiscale relativa a determinate attività finanziarie e patrimoniali. Il risultato californiano mostra dunque una distinzione importante tra il sostegno al mantenimento di aliquote elevate sui redditi e la maggiore resistenza incontrata da una proposta di tassazione diretta dei grandi patrimoni.

Diverso è stato il risultato nello Stato di Washington, dove circa il 58% degli elettori ha respinto l’Initiative 645, che avrebbe abrogato l’imposta del 9,9% sui redditi annuali superiori a un milione di dollari e introdotto ulteriori limitazioni alla tassazione dei redditi personali. La bocciatura ha confermato la validità della nuova imposta sui redditi più elevati, destinata a entrare in vigore nel 2028, rappresentando un risultato favorevole alle politiche di maggiore progressività fiscale.

In Colorado, gli elettori hanno approvato di misura l’Amendment 87, che sostituisce l’aliquota proporzionale del 4,4% con un sistema di tassazione progressiva, articolato in aliquote comprese tra il 3,7% e l’8,4%. La riforma prevede di destinare le maggiori entrate al finanziamento dell’istruzione pubblica, dei servizi sanitari e dell’assistenza alla prima infanzia. Il risultato assume particolare importanza perché mette in discussione il principio dell’imposta proporzionale, tradizionalmente difeso dai sostenitori di una pressione fiscale uniforme indipendentemente dal livello di reddito.

Anche in questo caso, tuttavia, il panorama nazionale rimane frammentato. Nell’Iowa è stato approvato un emendamento che richiede una maggioranza qualificata di due terzi dell’assemblea legislativa per aumentare determinate imposte sul reddito, mentre nella Carolina del Nord gli elettori hanno sostenuto una riduzione del limite costituzionale massimo dell’aliquota statale. Queste decisioni riflettono la persistenza di orientamenti favorevoli al contenimento della pressione fiscale, anche quando ciò può limitare la capacità futura delle amministrazioni pubbliche di finanziare i servizi collettivi.

La contraddizione è particolarmente evidente se si considera che il costo della vita e la difficoltà di accesso ai servizi essenziali hanno rappresentato alcune delle principali ragioni del malcontento elettorale contro l’amministrazione Trump. La richiesta di maggiore protezione sociale non si traduce necessariamente in un sostegno uniforme agli strumenti fiscali necessari per finanziarla, soprattutto quando il dibattito pubblico è condizionato da campagne che presentano l’aumento delle imposte come una minaccia generalizzata alle condizioni economiche dei cittadini.

Un esempio significativo è arrivato dal North Dakota, dove gli elettori hanno respinto di stretta misura una proposta costituzionale che avrebbe garantito pasti scolastici gratuiti agli studenti delle scuole pubbliche. Il risultato dimostra come persino interventi direttamente collegati al benessere materiale delle famiglie possano incontrare opposizioni significative, soprattutto quando vengono presentati come un ampliamento eccessivo delle responsabilità economiche dello Stato.

Questi risultati permettono di comprendere meglio la natura delle contraddizioni che attraversano il sistema politico ed economico statunitense. La popolazione manifesta in numerosi casi una crescente insoddisfazione nei confronti delle disuguaglianze, dell’influenza delle grandi imprese e delle difficoltà di accesso ai servizi pubblici, ma le risposte offerte attraverso il voto rimangono condizionate da orientamenti culturali differenti, interessi economici contrastanti e tradizioni politiche profondamente radicate.

Il sistema bipartitico statunitense tende invece a ricondurre queste differenti spinte sociali entro due grandi coalizioni politiche, entrambe strettamente integrate nelle strutture economiche e istituzionali del Paese. Ne deriva una tensione tra la pluralità delle rivendicazioni popolari e la limitatezza delle alternative politiche concretamente disponibili sul piano nazionale.

La lezione più importante dei referendum nordamericani è dunque che la sconfitta elettorale di Trump non coincide automaticamente con il superamento delle contraddizioni strutturali degli Stati Uniti. Le rivendicazioni popolari possono ottenere risultati importanti anche all’interno dell’attuale ordinamento, ma rimangono condizionate dalla distribuzione del potere economico, dalle differenze legislative tra gli Stati e dalla capacità delle grandi concentrazioni di capitale di intervenire direttamente nel processo politico.

La possibilità di affrontare queste contraddizioni dipenderà dalla capacità delle organizzazioni sindacali, dei movimenti sociali e delle forze politiche indipendenti di dare continuità alle rivendicazioni emerse dal voto, evitando che vengano semplicemente assorbite nella tradizionale alternanza tra Democratici e Repubblicani. La sconfitta di Trump può rappresentare un argine alle politiche della sua amministrazione, ma una trasformazione sostanziale della società statunitense richiederebbe di intervenire sui rapporti di potere economico e politico che continuano a caratterizzarla, indipendentemente dal partito che governa a Washington.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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