Le elezioni di metà mandato del 3 novembre rappresentano il primo grande test nazionale della seconda presidenza Trump. In gioco non c’è soltanto il controllo del Congresso, ma anche la tenuta del trumpismo e l’equilibrio politico verso il 2028.
Il 3 novembre gli Stati Uniti terranno le elezioni di metà mandato e, sebbene Donald Trump non sia formalmente sulla scheda elettorale, dal punto di vista politico queste elezioni riguardano in larga misura proprio lui.
Esse rappresentano il primo test elettorale su scala nazionale della seconda presidenza Trump e, forse ancora più importante, un test per verificare se la coalizione politica che lo ha riportato alla Casa Bianca nel 2024 sia in grado di restare mobilitata anche quando Trump stesso non è candidato.
Tradizionalmente, le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti tendono a penalizzare il partito che controlla la presidenza. Tuttavia, le elezioni del 2026 si svolgono in circostanze che rendono questa tendenza particolarmente significativa.
Trump è tornato al potere promettendo prosperità economica, il rilancio della forza industriale americana, un maggiore controllo sull’immigrazione e una politica estera basata sul principio “America First”. Quasi due anni dopo, tuttavia, la sua amministrazione deve fare i conti con una crescente insoddisfazione per il costo della vita, le pressioni inflazionistiche e le conseguenze delle sue politiche economiche e commerciali.
Allo stesso tempo, la dimensione internazionale è diventata sempre più importante. Trump si è presentato politicamente come un presidente capace di tenere gli Stati Uniti lontani da costosi conflitti all’estero. Eppure Washington continua a essere profondamente coinvolta in diverse crisi internazionali, mentre il confronto con l’Iran ha ulteriormente messo in luce la contraddizione tra la retorica della riduzione dell’impegno americano all’estero e la persistente militarizzazione della politica estera statunitense.
Questo è uno dei motivi per cui queste elezioni di metà mandato dovrebbero essere interpretate come qualcosa di più di una normale competizione tra repubblicani e democratici.
Esse rappresentano un referendum sulla prima metà del secondo mandato presidenziale di Trump.
Al momento, il Partito Repubblicano controlla entrambe le camere del Congresso, ma i suoi margini sono vulnerabili.
Ai democratici basta un guadagno netto relativamente limitato per riconquistare la Camera dei Rappresentanti. Se ci riuscissero, l’ambiente politico a Washington cambierebbe immediatamente. Una Camera controllata dai democratici potrebbe bloccare una parte consistente dell’agenda legislativa interna di Trump, avviare inchieste parlamentari sulla sua amministrazione e utilizzare il controllo delle commissioni per sottoporre la Casa Bianca a una pressione politica molto maggiore.
La battaglia per il Senato è strutturalmente più difficile per i democratici, ma è diventata anch’essa inaspettatamente competitiva. Attualmente i repubblicani dispongono di un vantaggio di 53 seggi contro 47, considerando nel campo democratico anche i due indipendenti che siedono con il gruppo dei democratici. Per ottenere una maggioranza piena, i democratici hanno quindi bisogno di un guadagno netto di quattro seggi.
Diverse competizioni elettorali in Stati tradizionalmente repubblicani sono comunque diventate competitive, uno scenario che soltanto pochi mesi fa sarebbe apparso assai meno probabile.
Se i democratici riuscissero a conquistare entrambe le camere, Trump si troverebbe di fronte a due anni di confronto istituzionale e paralisi legislativa prima delle elezioni presidenziali del 2028. Manterrebbe un notevole potere esecutivo e, naturalmente, il diritto di veto presidenziale, ma la sua capacità di tradurre il proprio programma politico in nuove leggi verrebbe drasticamente ridotta.
C’è poi un’altra questione che, a mio avviso, merita attenzione.
Queste elezioni non metteranno alla prova soltanto Trump, ma anche il trumpismo.
Dal 2016, Donald Trump ha trasformato il Partito Repubblicano. Oggi esso è molto più nazionalista, protezionista e politicamente imperniato sulla sua leadership personale rispetto al Partito Repubblicano dell’era precedente a Trump.
Ma le elezioni presidenziali e quelle di metà mandato sono molto diverse. Trump ha dimostrato una straordinaria capacità di mobilitare elettori che, altrimenti, potrebbero restare ai margini del tradizionale processo politico. La domanda cruciale è se i candidati repubblicani riusciranno a riprodurre quella stessa mobilitazione quando Trump non sarà personalmente sulla scheda elettorale.
Se non ci riusciranno, questo metterà in luce un’importante debolezza strutturale del movimento MAGA.
Allo stesso tempo, un’eventuale vittoria democratica non dovrebbe essere automaticamente interpretata come una profonda svolta ideologica a sinistra della società americana. Una parte consistente della campagna democratica si basa infatti sull’insoddisfazione nei confronti di Trump, più che su un reale entusiasmo verso il Partito Democratico.
Questa distinzione è importante.
Gli Stati Uniti continuano a essere attraversati da una profonda polarizzazione politica, da un declino della fiducia nelle istituzioni e da un sistema elettorale sempre più influenzato da enormi quantità di denaro privato, grandi finanziatori, super PAC e ridisegno partitico dei collegi elettorali. La portata delle spese elettorali mostra fino a che punto la competizione politica negli Stati Uniti sia sempre più intrecciata con la concentrazione del potere economico.
Di conseguenza, indipendentemente da quale partito vincerà, molte delle contraddizioni strutturali del sistema politico statunitense resteranno irrisolte.
Ciononostante, il 3 novembre potrebbe rappresentare un importante punto di svolta.
Una vittoria repubblicana dimostrerebbe che Trump conserva la capacità di dominare la politica americana anche in un contesto di elezioni di metà mandato particolarmente difficile e gli garantirebbe una maggiore libertà d’azione nel perseguire la propria agenda durante gli ultimi due anni della sua presidenza.
Una vittoria democratica alla Camera, e soprattutto una vittoria in entrambe le camere, limiterebbe invece fortemente l’azione della Casa Bianca e aprirebbe immediatamente la lotta politica sul dopo-Trump e sulle elezioni presidenziali del 2028.
In questo senso, le elezioni di metà mandato del 2026 non sono semplicemente elezioni per il Congresso.
Sono un test per la presidenza di Donald Trump, un test sulla tenuta del trumpismo e una lotta per stabilire chi controllerà l’equilibrio istituzionale del potere a Washington durante la decisiva seconda metà del suo mandato.
The U.S. Midterm Elections: Trump’s Test and the Future of Power in Washington
The November 3 midterm elections will be the first major nationwide test of Trump’s second presidency. At stake is not only control of Congress, but also the durability of Trumpism and the political balance of power heading toward 2028.
The United States will hold its midterm elections on November 3, and although Donald Trump himself is not formally on the ballot, politically these elections are very much about him.
They represent the first nationwide electoral test of Trump’s second presidency and, perhaps even more importantly, a test of whether the political coalition that returned him to the White House in 2024 can remain mobilized when Trump himself is not running.
Traditionally, American midterm elections tend to punish the party controlling the presidency. But the 2026 elections take place in circumstances that make this tendency particularly significant.
Trump returned to power promising economic prosperity, the restoration of American industrial strength, tighter control over immigration and an “America First” foreign policy. Almost two years later, however, his administration faces growing dissatisfaction over the cost of living, inflationary pressures and the consequences of its economic and trade policies.
At the same time, the international dimension has become increasingly important. Trump presented himself politically as a president capable of keeping the United States out of costly foreign conflicts. Yet Washington remains deeply involved in several international crises, and the confrontation with Iran has further exposed the contradiction between the rhetoric of reducing American involvement abroad and the continued militarization of U.S. foreign policy.
This is one reason why these midterm elections should be understood as more than a routine contest between Republicans and Democrats.
They are a referendum on the first half of Trump’s second presidency.
At the moment, the Republican Party controls both chambers of Congress, but its margins are vulnerable.
The Democrats need only a small net gain to regain the House of Representatives. If they succeed, the political environment in Washington would change immediately. A Democratic House could block much of Trump’s domestic legislative agenda, launch congressional investigations into his administration and use control of committees to subject the White House to much greater political pressure.
The battle for the Senate is structurally more difficult for the Democrats, but it has also become unexpectedly competitive. Republicans currently hold a 53-to-47 advantage, counting the two independents who caucus with the Democrats on the Democratic side. The Democrats therefore need a net gain of four seats to obtain an outright majority.
Several races in traditionally Republican states have nevertheless become competitive, something that would have appeared considerably less likely only a few months ago.
If Democrats were to capture both chambers, Trump would face two years of institutional confrontation and legislative paralysis before the 2028 presidential election. He would retain considerable executive authority and, of course, the presidential veto, but his ability to transform his political programme into legislation would be dramatically reduced.
There is also another question that I believe deserves attention.
These elections will test not only Trump, but Trumpism.
Since 2016, Donald Trump has transformed the Republican Party. It is today much more nationalist, protectionist and politically centered on his personal leadership than the Republican Party of the pre-Trump era.
But presidential elections and midterm elections are very different. Trump has demonstrated an extraordinary capacity to mobilize voters who might otherwise remain outside the traditional political process. The crucial question is whether Republican candidates can reproduce that mobilization when Trump himself is not on the ballot.
If they cannot, this will reveal an important structural weakness in the MAGA movement.
At the same time, a Democratic victory should not automatically be interpreted as a profound ideological shift to the left in American society. Much of the Democratic campaign is based on dissatisfaction with Trump rather than enthusiasm for the Democratic Party itself.
This distinction is important.
The United States continues to suffer from deep political polarization, declining confidence in institutions and an electoral system increasingly influenced by enormous amounts of private money, powerful donors, super PACs and partisan redistricting. The scale of campaign spending illustrates how political competition in the United States is increasingly intertwined with the concentration of economic power.
Therefore, regardless of which party wins, many of the structural contradictions of the American political system will remain.
Nevertheless, November 3 could represent an important turning point.
A Republican victory would demonstrate that Trump retains the capacity to dominate American politics even in a difficult midterm environment and would give him greater freedom to pursue his agenda during the final two years of his presidency.
A Democratic victory in the House, and especially a victory in both chambers, would instead severely constrain the White House and immediately open the political struggle over the post-Trump era and the presidential election of 2028.
In this sense, the 2026 midterms are not simply congressional elections.
They are a test of Donald Trump’s presidency, a test of the durability of Trumpism, and a struggle over who will control the institutional balance of power in Washington during the decisive second half of his term.
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