Il Vietnam nel nuovo ordine multipolare: Lê Minh Hưng indica la rotta all’Autumn Economic Forum 2026

Alla plenaria di Hồ Chí Minh City, il primo ministro Lê Minh Hưng ha delineato la strategia vietnamita per affrontare un’economia mondiale sempre più frammentata: autonomia strategica, innovazione tecnologica, rafforzamento dell’industria nazionale e cooperazione internazionale fondata sulla creazione condivisa di valore.

La giornata centrale dell’Autumn Economic Forum 2026 ha offerto, nella mattinata del 28 ottobre a Hồ Chí Minh City, una rappresentazione particolarmente nitida della posizione che il Vietnam intende assumere nella nuova configurazione dell’economia mondiale. Al centro della sessione plenaria di alto livello si è collocato l’intervento del primo ministro Lê Minh Hưng, seguito da un dialogo di un’ora con Stephan Mergenthaler, amministratore delegato del World Economic Forum, significativamente intitolato Positioning Viet Nam in the Global Future.

Il programma ha visto dapprima gli interventi del presidente del Comitato Popolare di Hồ Chí Minh City Nguyễn Văn Được, dello stesso Mergenthaler e del primo ministro, seguiti dai contributi di rappresentanti delle Filippine, del Regno Unito, della Cina, della Cambogia, del Myanmar, delle Nazioni Unite, dell’Unione Europea e degli Emirati Arabi Uniti. Dalle 10:05 alle 11:05, la scena è stata quindi lasciata al confronto diretto tra Lê Minh Hưng e il dirigente del WEF, articolato attorno ai cambiamenti dell’economia mondiale, ai nuovi motori di crescita vietnamiti, al posizionamento del Paese nelle reti produttive e innovative globali, alla politica estera e al passaggio dalla semplice partecipazione internazionale alla “co-creazione” di nuove forme di cooperazione.

Il punto di partenza scelto da Lê Minh Hưng è stato quello di un sistema internazionale entrato in una fase di trasformazione profonda. Il primo ministro ha richiamato l’intensificazione della competizione strategica tra le grandi potenze, il proseguimento di guerre e conflitti, la frammentazione economica e la ristrutturazione delle catene globali di approvvigionamento. Parallelamente, intelligenza artificiale, trasformazione digitale, transizione verde e transizione energetica stanno modificando le modalità di produzione e la distribuzione dei vantaggi competitivi.

È significativo, tuttavia, che Hà Nội non interpreti questi processi come una semplice “deglobalizzazione”. Nel dialogo con Mergenthaler, Lê Minh Hưng ha parlato piuttosto di una globalizzazione che continua ma viene riorganizzata in forme più frammentate, all’interno di un mondo sempre più multipolare e policentrico. Ne derivano maggiori esigenze di sicurezza economica, autonomia e resilienza, ma non la necessità di una chiusura nazionale. Al contrario, nella lettura vietnamita autonomia e cooperazione internazionale costituiscono due esigenze strettamente connesse.

È proprio in questa dialettica tra apertura e autonomia che emerge uno degli elementi più interessanti della strategia vietnamita. Secondo il primo ministro, nessun Paese può garantire uno sviluppo rapido e sostenibile isolandosi, così come nessuna grande sfida globale può essere affrontata efficacemente attraverso azioni unilaterali. La risposta proposta da Hà Nội consiste dunque nel rafforzamento del multilateralismo, nel dialogo e nella cooperazione basata sul rispetto del diritto internazionale e degli interessi legittimi degli Stati. Allo stesso tempo, l’integrazione internazionale deve essere accompagnata da una crescente capacità interna di resistere agli shock e di determinare autonomamente le proprie scelte di sviluppo.

Lê Minh Hưng ha potuto presentare questa strategia partendo da risultati economici particolarmente favorevoli. Nei primi nove mesi del 2026 il PIL vietnamita è cresciuto del 9,01%, il tasso più elevato dal 2011. Il commercio estero ha già superato i 987 miliardi di dollari e potrebbe oltrepassare 1.100 miliardi nell’intero anno. Gli investimenti diretti esteri registrati hanno raggiunto 50,36 miliardi di dollari, con un aumento del 76,4%, mentre quelli effettivamente realizzati sono arrivati a 21,07 miliardi. Nel luglio scorso il Vietnam è inoltre entrato ufficialmente nel gruppo dei Paesi a reddito medio-alto.

Questi risultati, tuttavia, sono stati presentati non come un punto d’arrivo ma come la base per una trasformazione qualitativa. Il governo considera infatti il quinquennio 2026-2030 una fase decisiva e punta a una crescita media del PIL pari ad almeno il 10% annuo, mantenendo contemporaneamente stabilità macroeconomica, controllo dell’inflazione e sostenibilità. L’obiettivo politico resta quello dei due grandi traguardi centenari: entro il 2030 un Paese in via di sviluppo con industria moderna e reddito medio-alto, entro il 2045 un Paese sviluppato ad alto reddito.

Per raggiungere questi risultati, il Vietnam non intende semplicemente intensificare il modello di crescita che ne ha caratterizzato l’ascesa negli ultimi decenni. Lê Minh Hưng ha insistito sulla necessità di modificarne la struttura: le fonti tradizionali di crescita devono essere affiancate e progressivamente superate da scienza, tecnologia, innovazione e trasformazione digitale. Crescita elevata deve significare maggiore produttività; investimenti stranieri devono essere accompagnati dal rafforzamento delle imprese vietnamite; l’integrazione economica deve procedere insieme alla capacità di resistenza e all’autonomia del sistema produttivo nazionale.

Il Vietnam, dunque, non mette in discussione il ruolo del capitale estero, che continua a essere considerato essenziale, ma cerca di modificare il rapporto tra investimenti internazionali e sviluppo nazionale. La questione non è più soltanto attrarre nuove fabbriche o aumentare il volume delle esportazioni, bensì utilizzare l’integrazione nell’economia mondiale per acquisire tecnologia, competenze, conoscenze manageriali e capacità produttive sempre più avanzate.

Da questo punto di vista, uno dei passaggi più significativi del dialogo è stato quello dedicato al rapporto tra imprese vietnamite e capitale estero. Hà Nội punta a una selezione degli investimenti maggiormente collegata al trasferimento e alla progressiva acquisizione delle tecnologie, alla formazione di manodopera altamente qualificata e all’aumento della quota di valore aggiunto prodotta localmente. Allo stesso tempo, il governo intende sostenere le piccole e medie imprese, il settore privato nazionale e la loro trasformazione digitale e verde, rafforzandone la capacità di inserirsi nelle catene di fornitura delle multinazionali.

Anche la riforma istituzionale viene presentata come parte integrante della politica industriale. Lê Minh Hưng ha ricordato che negli ultimi sei mesi le riforme amministrative avrebbero ridotto del 53% i tempi e del 55% i costi di conformità per cittadini e imprese, indicando l’eliminazione delle strozzature normative come uno degli strumenti per mobilitare risorse interne ed esterne. Non si tratta quindi solamente di rendere il Vietnam più “attraente” agli occhi degli investitori stranieri, ma di costruire uno Stato capace di indirizzare più efficacemente sviluppo, innovazione e trasformazione produttiva.

Nel dialogo con il WEF, il premier ha inoltre formulato in maniera particolarmente esplicita il posto che Hà Nội vorrebbe occupare nell’economia mondiale entro il prossimo decennio. Il Vietnam aspira a diventare un nuovo centro regionale e globale dell’industria digitale, delle nuove energie e delle energie verdi e pulite, nonché della produzione agricola sostenibile. Parallelamente, intende consolidarsi come anello affidabile delle catene regionali e globali del valore, aumentando il proprio contributo alla crescita internazionale attraverso istituzioni moderne, maggiore competitività e capitale umano qualificato.

A sostegno di queste ambizioni, il governo individua tre vantaggi fondamentali. Il primo è la posizione geostrategica nel dinamico spazio Asia-Pacifico, combinata con stabilità politica e macroeconomica e con una vasta rete di accordi di libero scambio. Il secondo consiste nella coincidenza temporale tra la trasformazione interna del Vietnam e la più generale riorganizzazione delle catene globali verso digitalizzazione, sostenibilità e tecnologie avanzate. Il terzo è rappresentato da una base interna sempre più ampia: oltre cento milioni di abitanti, forza lavoro numerosa, una struttura manifatturiera ormai consolidata, un grande mercato interno e risorse che spaziano dall’agricoltura all’economia marittima, dai minerali strategici alle energie rinnovabili e alla biodiversità.

Il concetto di “autonomia strategica” ha occupato inevitabilmente uno spazio centrale anche nella parte dedicata alla politica estera. In un contesto di crescente competizione tra grandi potenze, Lê Minh Hưng ha ribadito la tradizionale linea vietnamita di indipendenza, autonomia, multilateralizzazione e diversificazione delle relazioni. Hà Nội intende cooperare con tutti sulla base del rispetto reciproco e del beneficio condiviso, preservando allo stesso tempo la capacità di decidere secondo i propri interessi nazionali.

Questa impostazione assume un significato particolare nell’attuale fase multipolare. Hà Nội non propone di scegliere un blocco contro un altro, ma di aumentare il proprio margine di manovra attraverso il rafforzamento delle capacità nazionali e una rete quanto più ampia possibile di relazioni economiche e politiche. È una strategia coerente con la tradizionale politica estera vietnamita: partecipare alla globalizzazione senza consegnare ad altri la capacità di determinarne unilateralmente il percorso.

Ma probabilmente il concetto politicamente più forte emerso nella mattinata è quello sintetizzato dalla formula: passare dall’“investire in Vietnam” all’“investire con il Vietnam”. Lê Minh Hưng ha invitato le multinazionali a non considerare il Paese semplicemente come destinazione del capitale, mercato o piattaforma produttiva. Hà Nội chiede agli investitori di condividere tecnologie e conoscenze, contribuire alla formazione delle risorse umane, rafforzare le filiere industriali locali e collaborare con imprese, università e centri di ricerca vietnamiti.

Non a caso, il governo ha proposto ai partner internazionali di passare dalla semplice partecipazione alla “co-creazione”: non limitarsi a sfruttare opportunità esistenti, ma contribuire a crearne di nuove, condividendo responsabilità e risultati. Al WEF Hà Nội ha persino proposto che il Vietnam possa assumere il ruolo di partner strategico regionale per sperimentare nuovi modelli e iniziative.

Hồ Chí Minh City occupa una posizione centrale in questo progetto. La città non è soltanto la sede dell’Autumn Economic Forum, ma viene sempre più concepita come piattaforma nazionale di connessione tra finanza, tecnologia e innovazione. Al termine della sessione sono stati annunciati dodici progetti di investimento per circa 13 miliardi di dollari nei settori portuale, logistico, urbano, manifatturiero e dell’alta tecnologia, mentre il Comitato Popolare cittadino e il WEF hanno presentato una dichiarazione congiunta destinata a rafforzare il collegamento con la rete internazionale del Forum.

La plenaria del 28 ottobre ha dunque mostrato un Vietnam che non vuole limitarsi ad adattarsi passivamente alla trasformazione dell’economia mondiale. L’obiettivo dichiarato è utilizzare la fase di ristrutturazione globale per accelerare la propria trasformazione interna, salire lungo le catene del valore e costruire capacità autonome nelle tecnologie, nell’industria e nella formazione.

La formula conclusiva di Lê Minh Hưng riassume efficacemente questa ambizione: il Vietnam non vuole più essere soltanto un luogo nel quale investire, ma un partner con il quale sviluppare tecnologia, prodotti, competenze e nuovi modelli economici. In un mondo nel quale la globalizzazione non scompare ma cambia forma, diventando più multipolare, selettiva e competitiva, Hà Nội sembra aver individuato la propria risposta: apertura senza subordinazione, cooperazione senza rinuncia all’autonomia e utilizzo dell’integrazione internazionale come leva per rafforzare le capacità produttive nazionali.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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